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I “Quaderni del carcere” di Antonio Gramsci: opinione pubblica

Redazione di Redazione
28 Aprile 2022
in Rubriche
Tempo di lettura: 3 minuti
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Compito in classe e opinione pubblica dal Terzo Quaderno

Uno studio su come è organizzata di fatto la struttura ideologica di una classe dominante: cioè l’organizzazione materiale intesa a mantenere, a difendere e a sviluppare il fronte teorico o ideologico.

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Gramsci individua nella stampa la mano armata dei padroni. Giornali, ma non solo, case editrici e tutto quello che può influire sull’opinione pubblica: biblioteche, scuole, circoli, club, fino all’architettura e alla disposizione delle vie e ai nomi di queste. Una specie di trincea, dove la realtà viene triturata per far posto all’opinione della classe dominante. Ma la sua intuizione più inquietante è che questa trincea è maggiormente pervicace sui territori, dominando il sentire collettivo locale come una vera e propria massoneria. Studiare questo fenomeno nelle singole città porta, tuttora, delle sorprese straordinarie.

Esempio chiarificatore sono i tanti comunisti o presunti tali napoletani che, alle recenti elezioni amministrative, hanno appoggiato il candidato di De Luca e Cirino Pomicino, per poi tornare duri e puri nella rassicurante ma ininfluente area di appartenenza. Un’apparente contraddizione che Gramsci spiega con l’ideologia dei sotterfugi, ossia nascondere un’appartenenza di casta, o peggio, un interesse personale a livello locale, con un’altezza politica, ma astratta, a livello generale. Praticamente si è, contemporaneamente, fautori di un ancien régime in casa propria e progressisti al di fuori di essa. Quello che rassicura maggiormente il potere, però, è il controllo maniacale del territorio e la polverizzazione del dissenso, non astratte rivendicazioni egualitarie. Un gioco che, perennemente sul filo del rasoio del trasformismo, ancora oggi domina il panorama italiano.

Le stesse logiche di “causa ed effetto” che, se utilizzate in buona fede, dovrebbero indicare percorsi politici chiari e alternativi, diventano in mano a intellettuali una summa di sofismi inutili. Si è contro la guerra, ma per l’invio di armi e per il non riconoscimento delle aree russofile dell’Ucraina. Si è contro la mattanza operaia, ma contro i diritti dei lavoratori. Si è per l’inclusione sociale e a favore dei tagli al welfare. Si è contro Salvini e si governa a braccetto con lui. Gli esempi sono tanti ed è chiaro che, a livello locale, diventano ancora più abnormi queste contraddizioni. Il fine ultimo è sempre quello di impedire alle classi subalterne di appropriarsi di una lingua e di un sentire comune. Frantumare le Resistenze, corromperle dal di dentro, creare zizzania e, di conseguenza, rassicurare l’opinione pubblica con un conformismo grigio, ma funzionale. Un conformismo che, appunto, tollera altezze e diversità fintanto che queste non incidono nella vita del Paese: orpelli, eccentricità e poco altro.

Un tale studio, fatto seriamente, avrebbe una certa importanza: oltre a dare un modello storico vivente di una tale struttura, abituerebbe a un calcolo più cauto ed esatto delle forze agenti nella società.

È chiaro che chiunque di noi abbia osservato da vicino le dinamiche politiche di un piccolo paese può dedurre che, con i limiti fisiologici espressi da un microcosmo localistico, determinate dinamiche sono presenti. Anzi: sono talmente reali che diventano la sintesi dell’agire politico in certe contrade. Cosa si può contrapporre a questo degrado? Come possiamo scalfire queste formidabili trincee e fortificazioni del potere?

Lo spirito di scissione, cioè il progressivo acquisto della coscienza della propria personalità storica, spirito di scissione che deve tendere ad allargarsi dalla classe protagonista alle classi alleate potenziali: tutto ciò domanda un complesso lavoro ideologico, la prima condizione del quale è l’esatta conoscenza del campo da svuotare del suo elemento di massa umana.

Una sinistra che sappia agire sui territori, oltre che sulle questioni nazionali e internazionali. Che sappia, perché formata e informata, affrontare i tanti temi della contemporaneità. Con coerenza, costanza, analisi ed empatia. Oggi, spappolati da un’informazione in mano a un paio di famiglie, a un’editoria snob in mano alle medesime o ai loro cugini, a modelli comportamentali basati sul consumo e sulle alleanze personali necessarie a garantirci una crescente capacità di consumare, dobbiamo riscoprire il volere dei piedi. Delle scarpe consumate per dare una nuova mappatura alle nostre città. Comunicare, ma in una lingua che sia accessibile, laddove le stesse teste pensanti della pseudo sinistra italiota oramai scrivono in esperanto. Gramsci non poteva immaginare lo strumento dei social, però già ci indica nella comunicazione orizzontale uno straordinario strumento di Lotta.

Contributo a cura di Luca Musella

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