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Interviste

Gianpiero Rasati: «Vi racconto l’inferno di Shanghai»

Gianpiero Rasati, trentasette anni, project manager, è un architetto napoletano che si occupa di aperture di negozi per conto di Luxottica, l’azienda per cui lavora nell’area Asia Pacifica. Partito appena un anno dopo la laurea per la Cina, vive a Shanghai, alla quale tiene particolarmente, tanto che alla mia domanda se lascerebbe la città per tornare in Italia risponde: «Adoro Shanghai, le persone che ho conosciuto qui e le possibilità lavorative che ho avuto che il Paese in cui sono nato e cresciuto non ha potuto darmi. Voglio vedere la rinascita della città dopo un periodo tetro, ma alle condizioni giuste tornerei in Italia appena finita questa follia, se necessario anche a piedi».

Nei giorni scorsi il nostro giornale si è occupato di quanto accade a Shanghai con un articolo a firma di Chiara Barbati e abbiamo ritenuto interessante ascoltare il parere di chi vive nella grande metropoli cinese con i suoi oltre 26 milioni di abitanti, rivolgendo alcune domande a Gianpiero Rasati.

Le notizie che arrivano da Shanghai in merito alla più grande emergenza sanitaria dopo i primi casi di Wuhan, l’alto numero di contagi e le misure adottate appaiono piuttosto impressionanti. Un lockdown che non consente neanche gli approvvigionamenti di cibo. Com’è la situazione ora?

«Innanzitutto c’è da dire che i numeri dei contagiati non è altissimo in valore assoluto. Shanghai ha 26 milioni di abitanti e il giorno con il maggior numero di casi ha visto 25mila persone infette, di cui 22mila asintomatiche, 3mila con sintomi di cui quasi nessuno grave. A oggi le uniche morti sono state di undici persone, la cui età media è di settantacinque anni e con malattie pregresse. Le misure adottate dal governo – che nella prima fase del Covid, nel 2020, sono state assolutamente vincenti – adesso non hanno più alcun senso, medico o logico, data la rapidità di diffusione della variante Omicron. Non sono un dottore, ma le notizie che vengono dal resto del mondo dicono questo, la politica zero Covid con Omicron è folle. Singapore ci ha provato e ha subito cambiato marcia. In Cina però il governo, tutt’altro che democratico, non ammette i propri errori e quindi si continua per questa assurda strada, che viene tradotta in lockdown ai limiti dell’umano.

I primi tempi sono stati molto difficili perché era stato comunicato un lockdown di quattro giorni per effettuare test di massa e invece si è prolungato oltremodo lasciando molte persone con pochissimo cibo e acqua. Dopo un paio di settimane la situazione è migliorata con la consegna da parte del governo di cibo, per lo più vegetali. Sono stati anche inviati sapone, detersivo, insomma come se si fosse in guerra, la guerra contro il nemico invisibile come lo chiama Xi, ma onestamente è talmente invisibile che non lo vediamo né sentiamo, dati i numeri di cui sopra».

Le notizie riportate dai maggiori organi di informazione europei parlano di persone risultate positive prelevate dalle loro abitazioni e trasferite nei Covid hotel, rastrellamento di animali e soppressione degli stessi. Quanta verità in queste informazioni?

«Purtroppo è tutto vero. Per la prima volta nella storia della Repubblica Popolare Cinese la verità ha varcato i confini della terra di mezzo e ciò che è arrivato in Occidente è vero. Purtroppo non sono Covid hotel, ma dei capannoni industriali convertiti a ospitare persone infette (asintomatiche per lo più) in condizioni igieniche pessime e la cosa peggiore è che per uscire di lì bisogna risultare negativi per quattro giorni di fila, cosa ardua da raggiungere se si vive con altri positivi. Non vengono rispettate le più basilari misure igieniche e le brande sono a un metro scarso di distanza le une dalle altre. Per quanto riguarda gli animali, purtroppo, chi viene prelevato per andare in un centro Covid deve lasciarli in balia degli eventi: chi è fortunato e può permetterselo, li manda, senza farsi scoprire, in strutture dedicate che costano una cifra folle al momento; i più sfortunati, invece, potranno vedere i loro cari amici a quattro zampe morire di fame o essere barbaramente uccisi».

Ritiene le misure adottate, che limitano le libertà personali, esagerate? Come reagisce la popolazione?

«Le misure adottate avrebbero un senso se limitate a un piccolo spazio temporale. Mi rendo conto che 26 milioni di persone sono difficili da gestire, ma si è varcato il confine tra prevenzione del virus e abuso e privazione della libertà. La popolazione cinese, purtroppo abituata a non protestare per paura di ripercussioni del governo, sta però iniziando ad alzare la voce. Proprio ieri su internet è girato un video – bannato dopo pochi minuti – che documenta tutte le violazioni dei diritti, persone affamate che si ribellano, anziani che non riescono a ricevere assistenza medica adeguata, persone allo stremo che sono in lockdown da tempo e che non sanno per quanto ancora durerà. Il paradosso è che le misure per prevenire la diffusione del Covid hanno a oggi sicuramente procurato più morti del virus stesso. Per non parlare dei problemi psicologici che in molti iniziano ad avere».

L’azienda per cui lavora, come del resto le altre, è al momento ferma? Quali ripercussioni per l’economia?

«Nessuna azienda si è completamente fermata, ma ovviamente è difficilissimo avere lo stesso passo che si aveva prima. Nel mio campo la produzione degli arredi per i negozi va a rilento, così come altri settori. L’economia risentirà di questo stop forzato, anche se è probabile che poi la riapertura vedrà un’impennata che riuscirà a pareggiare lo scompenso attuale. Il vero problema sarà piuttosto nel medio-lungo termine, la mancanza di fiducia da parte dei mercati esteri nell’ordinare materiale dalla Cina. Gran parte del mio lavoro è per negozi stranieri, negli USA, Australia, Giappone, etc. e la strategia è di trovare un piano B per il futuro, perché non ci si può permettere di dipendere da una nazione che da un giorno all’altro chiude tutto. Il porto di Shanghai è al momento intasato, come neanche il Canale di Suez lo scorso anno».

Come vive questa emergenza in quanto ad approvvigionamenti di cibo e acqua?

«Personalmente, l’ho presa come un’occasione per ricordare quanto il cibo debba essere valorizzato e mai sprecato, però ritrovarsi a dover mangiare le bucce delle patate perché non sai se domani potrai avere altro non è davvero una sensazione piacevole. Per fortuna il governo ha iniziato a inviare alimenti e le consegne anche da negozi privati, seppur con prezzi folli e a ritmi blandissimi, sono gradualmente riprese. Sono riuscito a ordinare passate di pomodoro, olio e farina. Mi ricorda un po’ i racconti dei nonni sulla guerra, ma appunto lì c’era una guerra contro un nemico, qui il nemico è la stupidità umana, che come disse Einstein è senza confini. L’unico dato positivo di questa follia è che alcune persone hanno riscoperto un valore di comunità che forse avevano perso o mai avuto. Shanghai è una città frenetica, ognuno pensa a sé, da napoletano sento la mancanza di un vicino che bussa alla porta per un limone… ecco adesso il vicino – non tutti, perché alcuni hanno paura – bussa alla porta per chiedermi se ho bisogno di qualcosa e io busso a un altro per chiedere se a sua volta necessita di aiuto».

Adoro Shanghai, le persone che ho conosciuto qui e le possibilità lavorative che ho avuto che il Paese in cui sono nato e cresciuto non ha potuto darmi. Di certo, il modo giusto per lavorare lontano da casa, amare il posto in cui si lavora con una parte di cuore sempre rivolta alle origini, magari sognando di tornarci anche a piedi.

Gianpiero Rasati: «Vi racconto l’inferno di Shanghai»
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