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I “Quaderni del carcere” di Antonio Gramsci: contenuto umano

Redazione di Redazione
16 Giugno 2022
in Rubriche
Tempo di lettura: 3 minuti
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Contenuto umano dal Quarto Quaderno

Essi intuiscono che il “gorilla ammaestrato” rimane pur sempre uomo e pensa di più o perlomeno ha molta maggiore possibilità di pensare, almeno quando ha superato la crisi di adattamento. Non solo pensa, ma l’assenza di soddisfazione immediata di lavoro, l’essere stato come lavoratore ridotto a gorilla ammaestrato, lo può portare a un corso di pensieri poco conformista.

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Quindi non basta solo un apparato di coercizione a impedire derive autodistruttive dell’uomo-macchina, ma bisogna agire sulla convinzione, meglio, sull’autoconvinzione, che il danaro, inteso non come mera sopravvivenza, ma come valore metafisico della esistenza sia, di per sé, valore. Un valore fittizio, irraggiungibile attraverso il salario, eppure alla base di modelli comportamentali di pura alienazione.

Gramsci torna spesso alla morale “doppia” della società: quella del capitalista e quella del proletario, indicando nello stesso divario il meccanismo principale della repressione. La stessa figura della donna, vista come mammifero di lusso nell’esistenza dell’uomo-industriale, diventa nella vita dell’operaio una figura stabile, di consolazione e tenerezza, ma spogliata da orpelli romantici piccolo borghesi.

[…] egli non ha l’attitudine a fare le fusa intorno alle donne di fortuna; ama la sua donna, sicura, immancabile, che non fa smancerie e non vuole le apparenze della seduzione […] per essere posseduta.

Il lavoratore non può sperperare le sue energie nervose nella ricerca della propria soddisfazione esistenziale, perché diventerebbe meno produttivo sul lavoro: l’esaltazione passionale non va d’accordo col movimento cronometrato delle macchine e dei gesti umani produttivi. Questa frattura psicologica diverrà sempre più evidente e il contenuto umano del lavoratore sempre più di intralcio ai capitalisti.

Gli amanuensi di prima della invenzione della stampa, i compositori a mano, i linotypisti, gli stenografi, i dattilografi. Questi mestieri in realtà sono ancor più meccanizzati di tanti altri. Perché? Perché è più difficile raggiungere quel grado professionale massimo in cui l’operaio deve dimenticare il contenuto  di ciò che riproduce per rivolgere la sua attenzione solo alla forma calligrafica delle singole lettere se amanuense, per scomporre le parole in lettere-caratteri e rapidamente prendere i pezzi di piombo nelle caselle, per scomporre  non più solo le parole ma gruppi di parole meccanicamente  aggruppate o parti di parole meccanicamente analizzate in segni stenografici, per ottenere la rapidità del dattilografo.

Il pensiero, quindi, quell’insieme di strane maree che ci rende umani, diventa un ostacolo alla produzione e alla stabilità sociale. Ammaestrarci, non solo durante le ore di lavoro, ma anche e soprattutto fuori di esso o in assenza di esso, è l’obiettivo totalizzante della nuova società. Il vuoto, quel fisiologico baratro dentro ognuno di noi, va riempito da ritmi e abitudini che trasformano l’uomo in bestia, la massa in gregge.

L’interesse del lavoratore per il contenuto dello scritto si misura dai suoi errori, cioè dalle sue deficienze professionali; la sua qualifica è proprio commisurata al suo disinteresse psicologico, alla sua meccanizzazione. Il copista medioevale muta l’ortografia, la morfologia, la sintassi del libro che riproduce, tralascia ciò che non capisce, il corso dei suoi pensieri gli fa inavvertitamente aggiungere parole, talvolta intere frasi; se il suo dialetto o la sua lingua sono diversi da quelli del testo egli dà una sfumatura alloglottica al testo, ecc.: egli è un cattivo copista.

La burocratizzazione di ogni processo produttivo, attraverso una ripetizione ossessiva di gesti apparentemente inutili ma che, in realtà, svolgono la doppia funzione di controllo e di annientamento delle specificità umane insite in ognuno di noi. Persino lavori apparentemente nobili e intellettuali passano attraverso questo imbuto di decomposizione spirituale. Dove la memoria del mestiere viene ridotta a gesti semplici, ripetitivi, che si annida nei fasci muscolari e nervosi: come si cammina, senza il bisogno di riflettere sui movimenti necessari a farlo.

Conosco insegnanti, giornalisti, artisti che non sfuggono a questa dittatura alla stupidità monotona: del resto, chi ne è immune? È come se ognuno di noi dovesse riempire delle caselle, sempre le stesse, con gesti sempre identici. Un copia e incolla esistenziale e circolare. Il pensiero, in questo tramonto dell’umanità, diventa un freno all’esistenza, un freno al tipo di amore che ci è concesso, un freno persino allo stare insieme ad altri esseri umani, si è tutti in vendita: è una prostituzione appena larvata dalle formalità giuridiche.

Contributo a cura di Luca Musella

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