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Gli studenti della Normale di Pisa: «La retorica dell’eccellenza è utile per giustificare scelte al ribasso»

Farouk Perrone di Farouk Perrone
30 Luglio 2021
in Interviste
Tempo di lettura: 6 minuti
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Alessandro Brizzi, Paolo Bozzi, Michele Gammella, Niccolò Izzi, Virginia Grossi, Virginia Magnaghi, Lorenzo Maselli, Francesco Molinarolo, Cosimo Paravano, Giovanni Tonolo, Valeria Spacciante, Eleonora Tioli: sono questi i nomi dei ragazzi che hanno partecipato alla stesura del discorso, che ha fatto il giro dei social e dei giornali, pronunciato in occasione della consegna dei diplomi presso la Scuola Normale Superiore di Pisa il 9 luglio scorso.

Le falle del sistema scolastico e di quello universitario sono note ai più, ma è importante chiedersi e capire come si sia arrivati a fare dell’istruzione – non sempre, ma spesso – un settore dove la produttività vale più di qualunque altro aspetto e, soprattutto, in cosa consista l’eccellenza. Questi interrogativi sono frutto di riforme che hanno depotenziato il ruolo dell’università, ma anche di un sistema nel quale il profitto sembra essere la bussola da seguire e non una delle componenti che caratterizza il percorso di ciascun individuo. Ecco, tutto questo porta alla sindrome dell’impostore, che i nostri interlocutori hanno citato proprio per definire come le eccellenze percepiscono se stesse e il modo in cui possono essere viste dall’esterno.

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Da dove è arrivata la spinta a leggere un discorso sincero ma allo stesso tempo duro?

«Questo discorso è frutto di anni di confronti tra noi compagne e compagni d’anno. Una volta compreso che ciò che pensavamo essere un disagio individuale fosse in realtà condiviso da moltissime altre persone, non volevamo essere complici di quella retorica dell’eccellenza che avevamo tante volte criticato tra di noi. L’università italiana è fortemente definanziata a seguito di precise scelte politiche. Sul piano sociale ed economico, la retorica dell’eccellenza serve allora a giustificare queste scelte al ribasso e la competizione è tanto più ridicola, triste, ingiustificata in quanto si gioca per poche briciole. Su un piano più personale, questa competizione esaspera l’individualismo a discapito della collaborazione e favorisce attivamente situazioni di disagio importanti, come la cosiddetta sindrome dell’impostore. La retorica dell’eccellenza fa credere, infatti, che le capacità di un individuo siano innate, quando invece vanno pazientemente costruite e dipendono in larga misura dal contesto sociale di provenienza. Il risultato è che ci si sente spesso in difetto rispetto a uno standard di fatto insostenibile. Ci è sembrato quindi giusto utilizzare un palco così visibile per evidenziare le storture di questo sistema tanto nocivo».

Nel vostro discorso avete fatto riferimento alla distanza che c’è tra la Scuola Normale Superiore e l’Università di Pisa. A cosa pensate sia dovuta tale distanza?

«Ce lo siamo chiesti tante volte e tuttora non abbiamo una buona risposta. Alla base c’è la mancanza di comunicazione tra le due istituzioni, almeno per quanto riguarda le materie umanistiche. Il risultato è che, spesso, le relazioni tra i due atenei dipendono dal tipo di relazioni personali tra i rispettivi corpi docenti».

Da dove ritenete che arrivi la trasformazione del sistema universitario in senso neoliberale?

«La trasformazione del sistema universitario italiano in senso neoliberale è strettamente correlata al taglio dei fondi destinati all’istruzione terziaria e alla ricerca. Questo, infatti, ha portato a una distribuzione ineguale delle risorse, concepite più come “premi” per i migliori atenei che come finanziamenti di natura strutturale. La divisione tra atenei efficienti e meno efficienti usa come discriminante il metro della produttività scientifica, valutata in termini strettamente quantitativi. Gli atenei più forti lo diventano sempre di più, quelli più deboli si trovano sempre più privi di risorse. È un circolo vizioso. Il personale universitario ne paga anch’esso le conseguenze: la costante pressione a pubblicare, pena l’essere esclusi dal mercato accademico (publish or perish), nonché la precarizzazione del lavoro».

I temi da voi sollevati sono stati oggetto negli anni di dibattito con i dirigenti e i docenti della Scuola oppure sono degli argomenti sottaciuti?

«È un po’ la classica storia del re nudo. Non abbiamo detto in realtà nulla di nuovo, sono problemi che i gruppi studenteschi lamentano da anni. Anche all’interno della Scuola ci siamo ritrovati a parlarne tra studentesse e studenti molte volte, ma sempre in forma privata, quasi di sfogo. Mancano, tristemente, occasioni di dibattito formalizzato con i professori e con la direzione. La cerimonia di consegna dei diplomi ci ha perciò fornito un palcoscenico per parlare di temi che altrimenti sarebbero stati ignorati, sfruttando il privilegio di poter criticare il sistema dall’interno».

Avete mai trovato, oltre agli studenti, dei docenti che mostrassero scetticismo verso quella che avete giustamente definito logica del profitto?

«Come già detto, in realtà sono temi noti al mondo accademico. Parte del corpo docente ha affrontato pubblicamente, prima di noi, la questione dell’eccellenza, ma purtroppo non si sono ancora riscontrati cambiamenti strutturali. Crediamo che questi potranno avvenire soltanto grazie a una forte presa di posizione nel dibattito pubblico che, nel nostro piccolo, cerchiamo di suscitare».

Esiste un modo per eliminare la spinta alla competitività e alla produttività?

«Con il nostro discorso abbiamo voluto porre l’attenzione su temi già noti, e non abbiamo la pretesa di fornire una “ricetta” per risolverli. A un livello più strutturale, sono urgenti investimenti che rifinanzino il sistema universitario nella sua interezza. Troppe risorse sono oggi distribuite secondo logiche competitive (si guardi ad esempio al PNRR) e una cosa è chiara: non si combattono le disuguaglianze con la competitività, che premia solo chi è già in una posizione di vantaggio. A livello dei singoli atenei e dipartimenti, deve iniziare un intenso dialogo tra docenti e studentesse e studenti. Citiamo due esempi. Dopo richieste da parte nostra, la Normale ha potenziato il servizio di assistenza psicologica. Sarebbe auspicabile averne di funzionanti in tutti gli atenei. Sulla questione di genere, corsi di formazione appositi per tutte le componenti dell’università sarebbero di grande utilità. C’è un grande bisogno di formazione su questi temi. Certo, per tutte queste attività sono necessari finanziamenti adeguati, che in certe università mancano persino per il regolare svolgimento della didattica».

Avete definito il rapporto con il sistema da voi descritto sindrome dell’impostore. In cosa si caratterizza?

«Non è un caso che questa sindrome sia stata per la prima volta osservata in ambito accademico. Le prime a parlare di sindrome dell’impostore sono state Pauline Rose Clance e Suzanne Imes nel 1978, in seguito alla loro esperienza come psicologhe in noti college statunitensi femminili. Entrambe hanno notato che le studentesse, nonostante i successi accademici, non credevano di meritare il loro posto all’università e vivevano nel timore che, prima o poi, la loro presunta inadeguatezza potesse balzare agli occhi di tutti. Questa condizione psicologica è molto diffusa tra le cosiddette “eccellenze”: all’incapacità di interiorizzare il proprio successo segue il timore costante di essere denunciati come “impostori”. Abbiamo scelto di nominare esplicitamente la sindrome dell’impostore all’interno del nostro discorso: crediamo che parlarne possa aiutare chi ne soffre a sentirsi meno solo, come del resto abbiamo notato dai numerosi messaggi che ci sono arrivati in questi giorni».

Quali sono state le reazioni a caldo e quelle a freddo di chi era presente alla cerimonia?

«Purtroppo alla cerimonia il corpo docente non era presente a causa delle norme anti-Covid. In sala, oltre a noi diplomate e diplomati, c’erano solo i due presidi di Lettere e Scienze e il direttore, il quale ha risposto al nostro intervento al termine della cerimonia (la replica è visibile su YouTube, alla fine del video) e su un paio di quotidiani locali. A parte questo, non ci sono arrivate risposte ufficiali. Ci sono, però, arrivate alcune manifestazioni di supporto o richieste di confronto dall’interno da parte di tutte le componenti della Scuola. In generale, la reazione non è stata ovviamente unanime e il discorso ha suscitato un acceso dibattito».

Credete che pronunciare pubblicamente quelle parole durante gli anni di studio o successivamente, magari tra alcuni mesi, avrebbe sortito un effetto diverso rispetto a quello scaturito?

«La cerimonia di consegna dei diplomi rappresenta l’unica occasione, durante il nostro corso di studio, di avere un palco pubblico per tenere un discorso davanti al corpo docente. Ci sembrava giusto non dare spazio alla sola celebrazione, come forse ci si sarebbe potuti aspettare, e introdurre invece elementi di dubbio e delusione. Come già detto, le nostre critiche non sono nuove, ma quella cerimonia ci offriva l’occasione di mettere in discussione la retorica dell’eccellenza in una celebrazione in cui essa sarebbe stata l’unica retorica presente».

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