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Il Fatto

Green pass: no vax in piazza, ma chi lotta per i diritti?

Finiremo anche noi di Mar dei Sargassi per essere annoverati come giornalisti terroristi, secondo il pensiero del leader romano della formazione di estrema destra Forza Nuova, non condividendo del tutto le motivazioni della manifestazione anti-green pass di Piazza del Popolo, a Roma, prevista con la partecipazione di una folla oceanica e finita con la presenza di qualche centinaio di persone inneggianti alla libertà e contro la dittatura sanitaria.

Interessante rilevare, tra gli esponenti politici della Lega, l’intervento del senatore Simone Pillon, notoriamente contrario alla legge sull’omofobia e padre di quel decreto oscurantista che ne porta il nome, che di recente – da perfetto sessista – ha criticato la proposta dell’Università di Bari di ridurre le tasse di alcuni corsi per favorire l’iscrizione delle studentesse: «Le femmine? Hanno maggiore propensione per le materie legate all’accudimento».

Singolare anche la presenza di un altro parlamentare della Lega, il deputato Claudio Borghi, che, rivolgendosi in Aula all’allora Presidente del Consiglio Conte, gli contestò l’affermazione sul diritto alla salute come prioritario sugli altri diritti costituzionali perché, a dire dello stesso, quello al lavoro lo è su tutti. Peccato che il suo partito non risulti particolarmente presente nelle piazze a rivendicare quanto negato grazie anche ai tanti governi a partecipazione leghista.

Un atteggiamento tipico, quello del Carroccio, un po’ di maggioranza e un po’ di opposizione, anche per non lasciare campo libero alla sola Meloni con lo sguardo sempre rivolto ai no vax, tra una dichiarazione pro-vaccino e l’altra contraria al green pass. Un’occasione imperdibile per aumentare i propri consensi.

In una sana democrazia è più che lecito dissentire quando si ritengono in pericolo le libertà e i diritti – quelli di tutti – e questo dovrebbe essere chiaro in particolare ai membri delle istituzioni, proprio come il senatore leghista e i suoi colleghi di partito o l’astuta Giorgia nazionale. Tuttavia, bollare il provvedimento come nazista e paragonarlo all’Ahnenpass, il passaporto ariano della Germania del 1933, appare alquanto azzardato e sposta il dibattito su di un piano inaccettabile, in particolar modo quando a fare certi accostamenti sono quanti ancora oggi non rinnegano una stagione tragica della storia del nostro Paese e stringono alleanze con esponenti noti in Europa per la violazione dei diritti umani.

Paradossale, inoltre, che proprio taluni ambienti politici richiamino la Costituzione per le limitazioni alla libertà di circolazione dandone, però, una lettura a uso e consumo proprio e omettendone un principio fondamentale: salvo le limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanità o di sicurezza. Un richiamo a quella nostra Carta spesso violentata che, però, all’occorrenza si riscopre sempre comoda.

Ma torniamo alla questione che tanto sembra abbia sconvolto la vita di una parte – minoritaria – del Paese, tanto da adoperare termini, definizioni e improponibili paragoni che rasentano il ridicolo. Va detto, anche se superfluo, che i vaccinati, pur non essendo soggetti completamente immuni, rispetto a quanti non lo sono offrono maggiore garanzia relativamente al propagarsi dei contagi e il green pass va in questa direzione, a evitare, soprattutto, nuove chiusure di attività commerciali – forse convenienti solo per alcuni percettori di sussidi –, scongiurando quei fermi che hanno comportato pesanti ricadute sul lavoro già da troppo penalizzato.

Per arginare i contagi occorre, però, che il governo abbia il coraggio di assumersi le proprie responsabilità dando risposte ben chiare e temerarie sul confine tra libertà individuale e responsabilità sociale, come l’obbligo vaccinale per alcune categorie di lavoratori particolarmente esposti come personale sanitario, scolastico, forze dell’ordine. Provvedimenti che stenteranno a essere presi per le resistenze di quella componente di destra del governo dei migliori, con l’aggiunta di Italia Viva che non si lascerà scappare l’ulteriore ghiotta occasione per rafforzare quella strategia perversa tipicamente renziana.

Saranno, con ogni probabilità, decisioni rinviate, condizionate e barattate con il tortuoso cammino della riforma della giustizia; non sarà, invece, un buon servizio reso alla questione pandemica, che esige risposte chiare e coraggiose che abbiano come unico scopo la fine di un incubo che non sembra volgere al termine.

Responsabilità personale e sociale, spirito di solidarietà e massima attenzione all’economia e all’occupazione che, nonostante le previsioni ottimistiche e le stime dei principali istituti internazionali sulla crescita del PIL dato dal governo oltre il 4% e quelle più caute della Banca d’Italia, stentano a fornire numeri più confortanti. I nostri giovani stretti in una morsa tra vincoli sempre più asfissianti per il lavoro all’estero e il poco o niente nel loro Paese.

Avremmo preferito vedere le piazze stracolme di queste voce, dei no disoccupazione, no mortificazione per i nostri lavoratori, no favoritismi a danno dei tanti. Sì a un pass per il lavoro, per l’occupazione. Un pass subito, perché è già troppo tardi.

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