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Il Fatto

Gli atti desecretati e la certezza di non contare nulla

Le parole sono importanti. Le parole sono tutto. Specialmente per chi se ne serve per raccontare il mondo. E, così, quelle che in questi mesi stiamo leggendo sulle principali pagine di molti quotidiani e volti noti dell’informazione stridono fortemente con ciò che si intende per giornalismo. Ma facciamo un passo indietro.

Sin dall’inizio della pandemia – prima del lockdown nazionale e della propagazione del virus in tutto lo Stivale – la Lombardia è sotto i riflettori per i numeri drammatici che ne hanno rapidamente riscritto la storia. Numeri che corrispondono a vite segnate, vite spezzate, vite che non sono più. Quella che nell’immaginario comune sembrava una terra invincibile, la patria di Milano, la città più europea di Italia, l’unica veramente proiettata nel futuro, si è di colpo mostrata in tutta la sua fragilità, nella tenerezza di nonni che hanno salutato i loro nipotini dai balconi di casa, dalle finestre di un mondo virtuale a cui non erano abituati. Numeri che hanno acceso il dibattito anche e soprattutto su un operato, quello della Regione, che è apparso insufficiente sin dalle prime battute: dalla mancata dichiarazione di zona rossa – oggi al centro di uno scaricabarile, ormai vera e propria inchiesta, che non fa onore né al Pirellone né al governo – passando per i tristi siparietti di Fontana e Gallera, fino al conto svizzero del governatore, quello che a lungo è stato il modello lombardo si è rivelato non un’eccellenza, ma un fallimento su tutta la linea.

La gestione del contagio, l’accrescersi degli ammalati, la fuga di notizie, gli orrori delle RSA, le sfilate dei camion militari colmi di bare, le tante fabbriche mai chiuse, i tamponi negati sono soltanto alcuni dei momenti più gravi di una mala gestione che a tutti – e da subito – è parsa seria ed evidente. Una mala gestione di cui, però, non si è mai veramente potuto parlare pena essere tacciati di anti-lombardismo. È a questo, infatti, che facevamo cenno in apertura, a quella cattiva informazione che oggi chiede chiarezza – si sa, le elezioni fanno miracoli – ma ieri, quando si provava a farne anche nel pieno dell’emergenza, accusava chi si poneva delle domande di un sentimento tanto ridicolo quanto disonesto. Le risposte – sia chiaro – non vi erano prima e non ci sono nemmeno adesso, non a caso è stato necessario l’intervento della magistratura. Ma, forse, insistere con il chiedere trasparenza avrebbe significato quantomeno far bene il proprio lavoro e invece…

E, invece, si è arrivato a pochi giorni fa, alla desecretazione di alcuni degli atti emanati dal CTS nelle ore precedenti il fatidico 8 marzo, una data ormai vero e proprio spartiacque tra il prima e il dopo di una pandemia che non avremmo mai potuto immaginare. I documenti, resi noti dalla Fondazione Einaudi al termine di un lungo braccio di ferro con il governo giunto fino al TAR, al momento non fugano tutti i dubbi, ciononostante aprono spiragli nuovi di riflessione, certificando una pericolosa discrasia tra esperti e politica, la stessa che quegli esperti li ha scelti. A far rumore più degli altri è lo stralcio di verbale del 3 marzo, quando, al netto degli omissis che compongono il documento, il Comitato Tecnico-Scientifico dichiara la necessità di misure restrittive rigide nei Comuni di Alzano Lombardo e Nembro: entrambi, infatti, denunciano più di venti casi di positività al COVID – ma non è difficile immaginare che i numeri siano già ben altri – e un indice di contagio che non fa presagire nulla di buono perché sicuramente superiore a uno. E in così stretta prossimità con Bergamo è meglio intervenire tempestivamente. L’unica soluzione, quindi, sembra quella di emulare la chiusura di Codogno ma nessuno, a Palazzo Chigi o al Pirellone, ne fa menzione. Su domanda dei magistrati, Conte dirà di non aver mai letto il verbale.

Coordinata dalla procuratrice aggiunta Maria Cristina Rota, l’inchiesta che ne verrà fuori verterà su due nuclei fondamentali: la mancata istituzione della zona rossa e la repentina riapertura del Pronto Soccorso di Alzano, chiuso appena poche ore prima nel pomeriggio di domenica 23 febbraio. L’epidemia, in Val Seriana, inizia proprio in questa data, quando due ricoverati al Pesenti Fenaroli risultano positivi. Sono passati soltanto tre giorni dal paziente zero, all’alba Codogno e altri undici Comuni del lodigiano sono stati blindati. I due pazienti, invece, vengono trasferiti a Bergamo, il P.S. riaperto in un lampo. Il 26 febbraio, alcuni medici – tra cui il primario – e vari operatori sanitari risultano positivi a loro volta. Il focolaio ormai è attivo, la bergamasca si trasforma presto in un lazzaretto, ma nessuno interviene.

La Regione Lombardia, per bocca di Giulio Gallera, Assessore al Welfare, si dichiara contraria a un intervento drastico. Il 2 marzo la situazione crolla definitivamente e l’Istituto Superiore di Sanità scrive al CTS affinché consigli il governo sulla necessità di una zona rossa comprensiva dei due Comuni che, soli, contano circa 24mila abitanti. Soltanto così, forse – come sottolineato anche da Guido Marinoni, presidente dell’Ordine dei Medici di Bergamo – si può interrompere la catena di trasmissione: Quantificare cosa non sarebbe successo è difficile anche sulla stessa realtà bergamasca. Teniamo conto che a Bergamo c’è il 20% di sieropositività, in Valle Seriana il 40% ma se si fosse chiuso avremmo potuto evitare tanti morti. Nel lodigiano, dove si è agito rapidamente, il numero dei decessi è aumentato del 369% rispetto al 2019, a Nembro e Alzano del 745%.

Le uniche conseguenze, invece, sono la fuga di notizie e l’assalto ai treni del weekend successivo, quando la Lombardia verrà ufficialmente dichiarata zona arancione e i fuorisede si sentiranno come in trappola. Ciò che avviene nei quattro giorni tra il parere del CTS e l’inazione del governo è ora al centro di un’indagine che farà discutere e non poco. Intanto, il 7 marzo verrà emanato il dpcm che preannuncia il lockdown, effettivo dal mattino seguente, nell’intero Stivale. E qui si apre un’altra voragine.

Nell’atto trascritto nella stessa data, infatti, il Comitato propone la possibilità di adottare due livelli di misure di contenimento: uno nei territori in cui si è osservata maggiore diffusione del virus, l’altro sul territorio nazionale, ma il Premier – «Ho deciso io», confermerà più avanti – sceglie di percorrere una strada diversa, quella che oggi, a distanza di qualche mese, molte associazioni di categoria condannano chiedendone conto. La chiusura totale ha infatti significato ingenti perdite in termini economici (qualcuno parla di circa 100 miliardi) anche nelle regioni che, fino a quel momento – alcune persino dopo – hanno registrato un numero bassissimo di contagi per il quale, forse, non era necessario – o, almeno, non a marzo – uno stallo repentino e obbligato. Ma, si potrebbe obiettare, con il senno di poi ogni considerazione suona più semplice e scontata.

Non saremo noi, dunque, a stabilire se la scelta governativa è stata giusta o lungimirante. Quel che ci sembra indubbio, però, è che il lockdown ha certamente significato il contenimento di un virus che si è propagato con velocità tale da coinvolgere il mondo intero in un battibaleno. Ciò che, invece, ci lascia più perplessi è un altro quesito: a parti invertite, se il COVID avesse martoriato il Sud anziché le aree più economicamente forti del Paese, il Premier avrebbe fatto la stessa scelta? Davvero avrebbe arrestato l’ascesa della Lombardia, del Veneto, del Piemonte, dell’Emilia-Romagna? L’Italia si sarebbe fermata comunque o avrebbe continuato la sua produzione per tutelare i lavoratori, l’economia, lo status quo di un Paese già sul lastrico? Non chiamateci anti-lombardi o sudisti: domandare è lecito, rispondere, in politica, è d’obbligo.

E lo è, domandare, anche alla luce delle ultime dichiarazioni di Stefano Bonaccini che ha chiesto al governo di non dimenticare il Settentrione nell’aiutare il Mezzogiorno o nei continui slogan di una Milano che non si ferma, di una Bergamo che is running mentre ancora non si riuscivano a quantificare i morti. Di un governatore, Attilio Fontana, che ha parecchie cose da chiarire: i suoi rapporti con il cognato e quella donazione – alias risarcimento – di provenienza sconosciuta da un trust alle Bahamas trasferito sul milionario conto svizzero frutto di una vita di lavoro della defunta mamma dentista, ad esempio. O la mancata vendita della partita di camici ospedalieri al Pirellone che la centrale acquisti della Lombardia – non a sua insaputa – aveva assegnato a Dama S.p.A., società di Andrea Dini e, per il 10%, di Roberta Dini, moglie di Fontana, per un totale di 82mila pezzi e un valore di 513mila euro a carico dei contribuenti. Una fornitura diventata donazione – solo in parte (il resto hanno provato a rivenderlo a un’azienda di Varese) – perché qualcuno ha avanzato sospetti. È lecito domandare, quindi, perché, alla luce di inchieste e massacri, la Regione non è ancora stata commissariata, perché la mancata zona rossa è una strage firmata Bel Paese, perché gli interessi contano sempre più delle persone, della vita, dell’immagine che l’infallibile Nord deve dare al mondo. Ma questa è un’altra storia. Questa è soltanto l’ennesima porcata all’italiana.

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