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Giuseppe Marotta: l’atto coraggioso del guardare chi siamo stati

Annarita Genova di Annarita Genova
4 Agosto 2022
in Billy
Tempo di lettura: 4 minuti
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[…] Ma basta levare la testa. Le cose non stanno che a ricordare. Piano piano i minuti vissuti, fedelmente li ritroveremo. Coraggio, guardiamo. Nella sua poesia Spiragli, posta in apertura al libro di Giuseppe Marotta, Vincenzo Cardarelli esorta a guardare i ricordi, con coraggio. Lo stesso fa il giornalista napoletano nel suo terzo volume, pubblicato (dopo Gli alunni del tempo e San Gennaro non dice mai no) da Alessandro Polidoro Editore.

Coraggio, guardiamo, di Giuseppe Marotta, raccoglie una serie di momenti passati, luoghi vissuti e toccati, persone conosciute e non più conosciute. Non è un romanzo fluido, ma una raccolta di confessioni e racconti, legati tra loro da una scrittura franca, umoristica, significativa e tutta la fresca padronanza di un giornalista e prosatore nato a Napoli e formatosi nell’Italia del Novecento.

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In questo volume, dunque, si guarda indietro. Si guardano gli anni e i luoghi, che vanno e vengono, un po’ come le relazioni: si vivono, si attraversano, si frequentano finché non li si guarda andare via, proprio così come sono arrivati. La stessa prima persona del narratore non è statica, ma in costante spostamento e riflessione. Per cui li si immagina così gli attori coinvolti (anni, luoghi, donne, ricordi, pensieri, voce narrante): come traiettorie che si incontrano, che si scontrano, a volte si sfiorano, ma sempre tutti si rendono visibili, anche – e soprattutto – nel loro andare via.

Anni, anni, anni, vi ho e non vi ho avuto. Mi scorrete fra le dita come un rivoletto di sabbia. Alt, 1918, fermati! Sono già nel cappio della vocazione letteraria […] Non esisto che per lavorare di penna, la mia gioventù è umiliata ed abdica, non avrò mai l’età che avrò, sono Matusalemme e un fanciulletto, ho sulle ginocchia le tavole della Legge ed ho sulle braccia un aquilone.

Un tempo che giace nei libri, il suo, anni che sembrano non essergli realmente appartenuti, che si dispongono in un calendario così scoperto che qualcuno può rubarlo. Il narratore percorre le ipocondrie infantili di un bambino debole, come crisi d’asma causate da risate, e guarda a lui durante gli anni della formazione, a Napoli, alla scuola pubblica della Discesa Sanità, tra insegnanti preti e arcangeli laici, senza più odore di mamma addosso.

Il testo è espansivo e spesso sorprende perché il lettore non si aspetta quella storia insolita, lì collocata, nel bel mezzo di uno sfaccettato diario di viaggio. Ma è, al tempo stesso, denuncia di un mondo un bel po’ – già allora – indifferente a ciò che, gira e rigira, conta davvero: i sentimenti.

Sa o può un mentore, una guida essere tale non per gli alunni, ma per ciascun alunno? Tanto varrebbe, altrimenti, affidare le cattedre ad appositi cervelli elettronici, a perfetti distributori automatici di nozioni. Abbiamo, oggi, nelle scuole di qualunque genere, lo spirito della parabola della pecorella smarrita, del figliuol prodigo, eccetera? Abbiamo, fra tante materie, l’amore?

In un ordine casuale, da Napoli si arriva a Milano, da Genova a Bologna, e a quei tramonti di Capri tutti da stringere e baciare. Il narratore si rivolge alle donne che qui ha incontrato, con definitive lettere d’amore, e il tono di epitaffio, o dei discorsi che si fanno dal finestrino del treno con una persona che non parte con noi; ma si confida anche con il lettore, come fosse un vecchio amico. Così, Olga, Giulia, Ludmilla, o la Carla milanese, notata nel raggio di un sole di giugno o in una mattina limpida di aprile, oppure passeggiando nel freddo inverno lombardo, sfilano davanti agli occhi di chi legge solo perché il narratore le guarda per primo, perché ha il coraggio di tornare a loro. Dico: ma le ragazze con le quali ebbi fugaci o lunghi rapporti giovanili, m’insegnarono le donne, oppure no?

Esortandone una a difendere la loro relazione, un’altra a non ingannarsi a vicenda, o a trovare la forza di dirsi addio, tra gavetta professionale e innamoramenti fugaci, il protagonista è un vagabondo di tempo, paesi e sentimenti. Ma perché torna? Perché avverte l’esigenza di riviverli? Cerca qualcosa che ha perduto chissà dove, chissà quando?

«Gesù, Gesù» è nostalgia o è preoccupazione del presente che, di per sé, è premessa di un vuoto, del non vissuto ancora? E anche se la scrittura, suo mestiere, la intende più come fatica da minatore per gli sforzi d’animo che da sempre comporta, è proprio quella che permette la ricerca – con lo sguardo, s’intende – quale mezzo d’eccellenza con cui realizzare il proposito esortato nel titolo: coraggio, guardiamo quello che siamo stati. Non abbiamo paura di ritrovarci, oggi, lo stesso bambino timido di una volta o lo stesso giovane straniero, in cerca di rifugio e accettazione.

Quanto a te, Vita, dammi nuove favole di nuovi luoghi e di nuove persone, o altrimenti congedami, levati dai piedi, vattene finalmente al diavolo.

Prec.

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