• L’Anguilla
  • Viola
  • Margini
  • Lapis
    • Camera Chiara
  • Paprika
  • Ciak!
  • Billy
  • Bisturi
  • Archivio
    • Appuntamenti
    • Attualità
    • Cinema
    • Il Fatto
    • Interviste
    • L’opinione
    • Rubriche
    • Viaggi
    • Varie
Nessun risultato
Vedi tutti i risultati
Mar dei Sargassi
  • L’Anguilla
  • Viola
  • Margini
  • Lapis
    • Camera Chiara
  • Paprika
  • Ciak!
  • Billy
  • Bisturi
  • Archivio
    • Appuntamenti
    • Attualità
    • Cinema
    • Il Fatto
    • Interviste
    • L’opinione
    • Rubriche
    • Viaggi
    • Varie
Nessun risultato
Vedi tutti i risultati
Mar dei Sargassi
Nessun risultato
Vedi tutti i risultati

Giornata internazionale in supporto alle vittime di tortura (anche in Italia che vuole abolirla)

Mariaconsiglia Flavia Fedele di Mariaconsiglia Flavia Fedele
26 Giugno 2023
in Il Fatto
Tempo di lettura: 7 minuti
Share on FacebookShare on TwitterInvia su WhatsApp

Si celebra oggi la Giornata internazionale in supporto alle vittime di tortura, istituita dalle Nazioni Unite nel 1997. La scelta di questa data non è casuale: il 26 giugno 1984 entrava in vigore la Convenzione contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti, ratificata al momento da 173 Paesi. In questo stesso giorno, inoltre, nel 1948 veniva siglata la Carta delle Nazioni Unite, il primo documento contenente l’obbligo per gli Stati di promuovere e incoraggiare il rispetto dei diritti umani.

Potrebbe suonare quasi superfluo, eppure è importante ribadire che la strada da fare è ancora molta e sono tuttora decine di migliaia le persone nel mondo sottoposte a metodi rudimentali o sofisticati di tortura che troppi governi continuano a utilizzare per estorcere informazioni, ottenere confessioni o mettere a tacere il dissenso. Governi e Paesi più e meno lontani – ma con i quali anche gli Stati più civili stringono accordi milionari, lasciando che continuino a perpetrare le violenze in casa loro – ma anche, checché non piaccia ammetterlo, luoghi come l’Italia, dove mai si immaginerebbe che vigano ancora modalità che ci appaiono tipicamente dittatoriali. E, infatti, lo sono.

Può interessartianche...

Manfredi, tu vuo’ fa’ l’americano

Gaza: 18mila morti che non fanno effetto

Giulia Cecchettin: l’incapacità di parlarne

Fin dal lancio della campagna Stop alla tortura del 13 maggio 2014, Amnesty International ha pubblicato rapporti su Libia, Egitto, Marocco, Uzbekistan, Messico, Filippine e molte altre parti del mondo in cui abusi e sevizie sono praticati in un clima di complessiva impunità. Paesi in cui quasi ci sembra normale che sia così. Eppure, dimentichiamo che l’Italia, pur avendo sottoscritto la Convenzione nel 1984, ha introdotto il reato di tortura solo nel 2017, a più di trent’anni dalla ratifica e nonostante le numerose sollecitazioni provenienti da più parti. Una legge decisamente sommaria che, a leggerla, non appare così abominevole come, in realtà, è e dovrebbe essere.

Ventinove anni dopo la prima proposta, infatti, entrambe le Camere dello Stivale hanno approvato un testo decisamente addolcito nella maggior parte dei punti e completamente stravolto rispetto all’originale (qui spieghiamo il perché), generando molteplici insoddisfazioni persino nei promotori che, nel corso della travagliata navetta tra i senatori e i deputati, hanno visto venire alla luce una legge del tutto nuova. A suscitare grossa amarezza, ovviamente, il cambio di rotta netto che ha reso quasi blanda, e in alcuni casi superflua, la misura stessa.

Quello di tortura, infatti, da reato proprio – riferito soltanto a colui che riveste una determinata qualifica o in possesso di uno status precisato dalla norma o di un requisito necessario per la commissione dell’illecito – si è trasformato in reato comune – possibilmente commesso da chiunque – alleggerendo, dunque, il peso della figura delle forze dell’ordine, per le quali, in modo particolare e non in qualità di aggravante ma di causa principale, era nata la necessità di un simile provvedimento.

A richiederlo a gran voce, infatti, era stata negli anni la Corte di Strasburgo che aveva sollecitato (e condannato) l’Italia a intervenire – applicando la Convenzione ratificata, per l’appunto – in merito alla macelleria messicana della Diaz e di Bolzaneto. Ma il nostro Paese, che dei diritti se n’è sempre infischiato, aveva lasciato decorrere i tempi, affinché tutti i reati contestati agli agenti decadessero e, tra le fila delle forze dell’ordine, potessero rientrare (ed essere promossi) proprio coloro che di quella mattanza ancora portano il sangue sulle mani e sulla divisa.

D’altro canto, lo stesso testo approvato con circa undicimila giorni di ritardo rispetto a quel 26 giugno del 1984 è in completo disaccordo con la Convenzione delle Nazioni Unite secondo la quale il reato di tortura dovrebbe punire specificamente i casi di abuso di potere. Il testo internazionale parla, poi, di trattamenti inumani o degradanti e non di più condotte come sostenuto nella normativa attualmente vigente da noi, una differenza non così sottile a rimarcare quel complesso di sudditanza di quasi tutta la classe politica nei confronti delle forze di polizia. Lo stiamo riscontrando, d’altro canto, anche in queste settimane.

Come sappiamo, venticinque tra poliziotti e poliziotte della questura di Verona sono stati accusati, con diverse responsabilità, di reati di tortura, lesioni, falso in atto pubblico, abuso di autorità, omissione di atti d’ufficio e abuso di ufficio. Eppure, la Premier Giorgia Meloni, che in più occasioni ha chiesto l’abolizione del reato di tortura perché non permettere alle forze dell’ordine di lavorare bene, non si è espressa. Lo stesso Matteo Salvini, che invece è sempre pronto a indossare una divisa, ha optato per il silenzio, mentre il Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha parlato di fatti di enorme gravità.

Il partito della Presidente del Consiglio, d’altra parte, è lo stesso che lo scorso marzo ha presentato una proposta di legge per abrogare gli articoli 613-bis e 613-ter del Codice Penale che, se non fosse stato dichiarato il lutto nazionale in occasione della scomparsa di Silvio Berlusconi, sarebbe già stata discussa il 7 giugno. Il discorso, dunque, è solo momentaneamente rinviato, ma non lascia presagire nulla di buono.

E nulla di buono, in termini di diritti, può venire in un Paese in cui – come ben ha sintetizzato Luigi Manconi, che nel 2013 aveva presentato il ddl poi stravolto – si preferisce che i corpi di polizia restino così come sono: compatti e omogenei, gerarchicamente immobilizzati e scarsissimamente permeabili a quanto accade nella società e, di conseguenza, sempre pronti a tutelare gli interessi di quanti tra loro commettono reati, ricorrono a trattamenti inumani o degradanti, esercitano la tortura. E, invece, sarebbe interesse dello Stato democratico indurre i corpi di polizia ad autoriformarsi, a sottoporsi a un processo di verifica delle proprie convinzioni democratiche, ad acquisire consapevolezza dei rischi che quel mestiere, inevitabilmente, comporta. Ciò potrebbe anche produrre qualche crisi interna, determinare fratture ideologiche, creare confronti aspri: ma è essenziale che la stragrande maggioranza di poliziotti e carabinieri si differenzi dalle esigue minoranze che non rispettano le leggi, i diritti e le garanzie del cittadino e che spesso sono tentati da ideologie fascistoidi e razzistiche.

Certo, che la denuncia di quanto accaduto nelle stanze della questura di Verona sia partita dall’interno è certamente una buona notizia, tuttavia non basta. Non basta perché la tortura esisteva già prima dell’introduzione del reato e continuerà a esistere anche quando quella che per noi non è una buona legge verrà quasi sicuramente ritoccata. Cancellata forse, resa più blanda senza dubbio: lo scopo è evitare che il nostro sistema di “valori” vada in frantumi. Un sistema che vede l’ex Ministro dell’Interno politicizzare le forze dell’ordine  affinché la polizia sia libera di lavorare. Un messaggio, il suo, che attenta alla democrazia e ai diritti umani a tutela di un uso arbitrario della violenza psicofisica che chi simboleggia lo Stato talvolta crede di poter esercitare.

A distanza di sei anni dall’introduzione del reato – ha scritto in queste ore l’Associazione Antigone – sono più di dieci i procedimenti e i processi in corso dove il reato è contestato e oltre duecento le persone indagate, imputate o già condannate. Nella maggior parte dei casi i fatti sarebbero avvenuti all’interno delle carceri. Ma non sempre. Il processo più importante è senza dubbio quello in corso per la “mattanza” di Santa Maria Capua Vetere avvenuta nell’aprile del 2020. Nel frattempo sono arrivate anche le prime condanne, tutte da confermare con sentenze definitive. La prima, quella a carico di un agente di polizia penitenziario in servizio, all’epoca dei fatti, nel carcere di Ferrara. La seconda, quella che ha riguardato quindici agenti del carcere di San Gimignano. Avere una legge non è importante solo per poterla impugnare nei tribunali. Ma anche a livello culturale. Poter parlare di tortura, poter chiamare dei fatti con il loro nome crea anticorpi a livello di opinione pubblica, ma anche tra gli addetti ai lavori.

Se da un lato è indubbiamente vero, dall’altro non si può non interrogarsi sul perché, ancora oggi, si fatichi così tanto a difendersi da chi dovrebbe difenderci: forze di polizia, forze politiche, addirittura stampa, spesso incapaci – perché volutamente tali – di ammettere che non siamo dinanzi a un cesto di mele marce ma che marcio è l’intero frutteto. Che la tortura, nel XXI secolo, si esercita ancora con supplizi di tipo medievale.

Il torturatore usa in primo luogo il proprio corpo (per picchiare, strangolare, stuprare), poi ciò che ha a portata di mano (attrezzi di falegnameria, bastoni, alimenti urticanti, stracci imbevuti di sostanze chimiche, rudimentali congegni elettrici, materiali arroventati ecc.) o fabbrica strumenti terrificanti, congegnati volutamente per infliggere il massimo della sofferenza possibile. Ma vi è anche una forma di tortura più sofisticata, che non lascia ferite o segni visibili sul corpo ma che devasta la mente, fino a farla impazzire e a rendere non credibile la vittima, spiega Amnesty International.

È difficile dire se faccia più male la tortura fisica o uno stato di perenne incertezza e angoscia sul proprio destino; se lasci più segni una scarica elettrica o l’ascolto delle urla di chi sta subendo torture nella stanza accanto; se annichilisca più una sevizia sessuale o la minaccia che tali sevizie verranno subite dai propri congiunti. È più facile dire che il riconoscimento di questo reato, la Convenzione contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti, come tutti i diritti, non sono eterni. Non se si avallano e scelgono politiche che a quei metodi e a quei sistemi valoriali strizzano l’occhio, si rifanno, solleticano le mani.

Se a qualcosa servono le giornate internazionali di… è a questo: a ricordarci che nessuna lotta si è combattuta ed esaurita nel suo tempo. Che finché siamo vivi, dobbiamo combattere per restarlo, per essere noi i padroni del nostro destino. Quel testo è rimasto purtroppo un pezzo di carta. Il numero dei paesi che l’hanno ratificato, impegnandosi a prevenire e punire la tortura, è solo di poco superiore a quello dei paesi in cui è praticata.

Prec.

#SalviamoSSN: in piazza per la sanità pubblica

Succ.

“Questo mondo non mi renderà cattivo”: Zerocalcare è la nostra voce più sincera

Mariaconsiglia Flavia Fedele

Mariaconsiglia Flavia Fedele

Articoli Correlati

manfredi americano
Il Fatto

Manfredi, tu vuo’ fa’ l’americano

17 Gennaio 2024

Tu vuo’ fa’ l’americano, cantava nel 1956 Renato Carosone, satira di quella corsa all’americanizzazione che il Paese intraprendeva all’indomani della Seconda guerra mondiale. Ma si’ nato in Italy, intonava poi, e il sogno restava legato all’immagine di una cuppulella...

gaza poliomelite la prepotenza spara
Il Fatto

Gaza: 18mila morti che non fanno effetto

14 Dicembre 2023

Se uccidi uno scarafaggio, sei un eroe. Se uccidi una farfalla, sei cattivo. Friedrich Nietzsche diceva che la morale ha standard estetici. Bianchi, occidentali, privilegiati. Sono gli standard del nostro specchio, quelli che ci permettono di sopravvivere all’orrore, al...

femminicidio donna giulia cecchettin
Il Fatto

Giulia Cecchettin: l’incapacità di parlarne

10 Febbraio 2024

Per anni, e con una frequenza sempre maggiore, Mar dei Sargassi ha scritto di femminicidio e violenza di genere. Per anni, abbiamo cercato parole che potessero, in qualche modo, raccontare una società che stava cambiando e che, probabilmente per...

indi gregory
Il Fatto

Indi Gregory, Sibilla Barbieri, i bambini di Gaza: i pro-vita a fatti loro

14 Novembre 2023

Indi Gregory aveva otto mesi e una malattia incurabile. Ho iniziato questo articolo scrivendo di lei al presente, poi ho dovuto cambiare i tempi verbali perché, di tempo, quello scandito dal passare delle stagioni, il vestito che si fa...

Succ.
zerocalcare - Questo mondo non mi renderà cattivo

“Questo mondo non mi renderà cattivo”: Zerocalcare è la nostra voce più sincera

Lascia un commento Annulla risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

I più letti del mese

  • Amparo Dávila

    Amparo Dávila: la maestra del cuento che imbrigliò la paura

    702 shares
    Share 281 Tweet 176
  • “L’abitudine di mentire”: conversazione con Deborah D’Addetta e Antonio Esposito

    317 shares
    Share 127 Tweet 79
  • Le ville di Napoli: Posillipo tra ricchi stranieri e alta borghesia (3° parte)

    501 shares
    Share 200 Tweet 125
  • Simboli nascosti: la Cappella Sansevero e il tempio massonico X

    665 shares
    Share 266 Tweet 166
  • Porno Napoli (o Napoli Porno, vedete un po’ voi)

    1623 shares
    Share 649 Tweet 406
  • Chi siamo
  • Contatti
  • Privacy policy

Direttore: Alessandro Campaiola

Registrazione al Tribunale di Napoli – Autorizzazione n. 35 del 15/09/2017

Le foto presenti in MarDeiSargassi.it sono reperite su internet, pertanto considerate di pubblico dominio.
Qualora il proprietario di una o più di queste dovesse ritenere illecito il suddetto utilizzo, non esiti a contattare la redazione affinché possano essere rimosse

Iscriviti alla nostra newsletter.

© Copyright 2024 Mar Dei Sargassi | All Right Reserved
Nessun risultato
Vedi tutti i risultati
  • L’Anguilla
  • Viola
  • Margini
  • Lapis
    • Camera Chiara
  • Paprika
  • Ciak!
  • Billy
  • Bisturi
  • Archivio
    • Appuntamenti
    • Attualità
    • Cinema
    • Il Fatto
    • Interviste
    • L’opinione
    • Rubriche
    • Viaggi
    • Varie