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Cultura

Ferdinando Scianna: la fotografia che appartiene a tutti

Ferdinando Scianna ha fatto sua la fotografia negli anni Sessanta, iniziando a raccontare per immagini la cultura e le tradizioni della Sicilia. Nei tantissimi anni di carriera ha affrontato le tematiche più varie: dall’attualità alla guerra, dal viaggio alla religiosità popolare. Il suo “studio” attraverso la fotografia ha seguito un percorso ben preciso: la costante ricerca di una forma nel caos della vita.

Come fotografo mi considero un reporter. Come reporter il mio riferimento fondamentale è quello del mio maestro per eccellenza, Henri Cartier-Bresson, per il quale il fotografo deve ambire a essere un testimone invisibile, che mai interviene per modificare il mondo e gli instanti che della realtà legge e interpreta. Ho sempre fatto una distinzione netta tra le immagini trovate e quelle costruite. Ho sempre considerato di appartenere al versante dei fotografi che le immagini le trovano, quelle che raccontano e ti raccontano, come in uno specchio. Persino le fotografie di moda le ho sempre trovate nell’azzardo degli incontri con il mondo. Ha raccontato così, Ferdinando Scianna, il suo lavoro.

Nato a Bagheria, in Sicilia, nel 1943, Scianna decide sin da giovanissimo che la fotografia diventerà il suo lavoro, sconvolgendo i piani dei suoi genitori che lo vogliono avvocato o dottore. I ritratti che realizza a Bagheria sono allo stesso tempo coinvolgenti e distanti, scatti carichi d’intensità. All’Università di Lettere e Filosofia di Palermo, Scianna conosce Enzo Sellerio, a cui mostra i propri lavori e con il quale inizia a esplorare nuove possibilità non soltanto visive, ma anche intellettuali. In quegli anni, per il fotografo siciliano comincia a prendere forma una forte coscienza politica, fondamentale poi per la sua fotografia.

A cambiargli la vita, però, è l’incontro con Leonardo Sciascia. Insieme scrivono il saggio Feste Religiose in Sicilia – libro poi vincitore del Premio Nadar – che scatena, inevitabilmente, tantissime polemiche per i testi che vanno ad attaccare l’essenza materialistica delle feste religiose. Grazie a questo primo successo, Scianna si trasferisce poi a Milano dove inizia a lavorare come fotoreporter, inviato speciale e corrispondente da Parigi, città nella quale vivrà per dieci anni. Il suo lavoro, nella capitale francese, viene inesorabilmente influenzato dalle immagini di Henry Cartier-Bresson che lo inviterà a diventare membro della Magnum nel 1982. Scianna è il primo fotografo italiano che entrerà a far parte della famosa Magnum Photos, di cui diventerà effettivo soltanto nel 1989.

Presto, il fotografo siciliano viene contattato da Dolce & Gabbana, che a quel tempo stanno facendo il loro esordio, per realizzare una campagna pubblicitaria a basso budget. La campagna viene realizzata in Sicilia dove Scianna sceglie luoghi assolutamente inusuali per la fotografia di moda, recandosi in posti legati alla sua infanzia. Il grande successo delle sue opere diventa fondamentale per il brand oggi noto in tutto il mondo.

Gli scatti di Ferdinando Scianna sono rigorosamente in bianco e nero, sfruttando sempre la luce naturale. Le immagini sono facilmente riconoscibili per il tema e lo stile utilizzato. Il gioco di luci e ombre è sempre al centro, questo fa sì che ai soggetti venga conferita una certa rotondità. La sua costruzione della luce parte proprio dall’ombra, con la caratteristica che le immagini risultano spesso scure. Scianna scatta quasi sempre frontalmente, come se i soggetti si trovassero su un palco con una scenografia ben definita. Per il fotografo siciliano calarsi nel conteso che vuole rappresentare è fondamentale per svolgere il proprio lavoro.

Presso la Reggia di Colorno, a Parma, dal 12 settembre all’8 dicembre, sarà possibile ammirare una sequenza di 22 scatti di Ferdinando Scianna che ritraggono Leonardo Sciascia e Jorge Luis Borges. A tal proposito, il curatore della mostra, Sandro Parmiggiani, racconta: «Scianna è stato uno dei fotografi che, con le sue immagini, ha contribuito ad ampliare i territori dell’umano, a spostarne in avanti le frontiere, ridando una dignità a persone, animali e cose che raramente l’avevano avuta, che dai territori dell’umano erano a lungo stati esclusi. Delle persone, anche le più umili da lui fotografate, sentiamo il calore e la vicinanza, giacché non ci paiono né alteri né isolati in un bozzolo di autosufficienza, ma sempre parte di un humus vitale, generale, che determina e accentua la loro capacità di comunicare, e che in un qualche modo a tutti appartiene. Accanto a questo carattere del tutto peculiare, va detto che nelle immagini di Scianna il buio si manifesta in tutto il suo mistero e la sua forza di rivelare il senso vero di ciò che se ne sta nel versante opposto, dentro la luce; del resto, Ferdinando stesso ha confessato che la sua percezione della luce è quella propria di un siciliano: “Il sole a me interessa perché fa ombra: è così drammatico che produce dialetticamente il suo contrario”».

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