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L’Europa che sarà: cosa cambia con il voto di ieri

Alessandro Campaiola di Alessandro Campaiola
27 Maggio 2019
in Il Fatto
Tempo di lettura: 3 minuti
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L’Europa che abbiamo imparato a conoscere, per certi versi apprezzare e che, tanto, abbiamo invece criticato nei suoi aspetti capitalistici, non avrà più modo d’esistere dopo il voto di ieri, domenica 26 maggio, o almeno non nella stessa forma assunta finora. Si chiude, di fatto, il quindicennio che ha visto la Germania di Angela Merkel come perno centrale di un’Unione Europea che troppe volte ha disatteso i suoi principi di libertà, pace e uguaglianza, e si affaccia uno scenario poco chiaro per ciò che riguarda i rapporti di forza del Parlamento di Bruxelles, al contrario molto limpido nelle intenzioni dei cittadini comunitari.

Le politiche di austerity promosse dalla cancelliera tedesca hanno portato alla messa in discussione del sogno europeo, il conseguente e costante aumento della forbice delle disuguaglianze economiche e sociali, lo scandaloso rapporto tra chi troppo e chi sempre meno ha offerto latte e miele ai populisti e alle nuove destre, impostesi incredibilmente in Gran Bretagna, Francia e in Italia. 

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Certo, suona strano, per certi versi assurdo, che di fronte a palesi tentativi di capovolgimento dei processi democratici e costituzionali dei tre Stati sopracitati (tra cui il nostro), gli aventi diritto al voto abbiano comunque preferito affidarsi a chi millanta la difesa dell’orgoglio nazionale piuttosto che cogliere l’occasione di rispondere ai danni del sovranismo con una chiamata all’Europa unita, all’Europa dei popoli e della generazione Erasmus. L’attenzione, però, di Popolari e Socialisti – i padroni del Parlamento sino a ieri – rivolta esclusivamente alla corsa allo sviluppo tecnologico, ai mercati internazionali da conquistare, all’ingrasso delle multinazionali a discapito delle piccole aziende, all’occupazione dei territori di guerra senza curarsi dei fenomeni migratori che comportano, ha reso tutti più egoisti, più cattivi, più spaventati. 

Non i ragazzi – per fortuna! –, non il futuro di un’Europa che ora deve rifarsi. Il grido degli under 30 è unanime e non eludibile: zero confini, ambiente e lavoro. Se c’è, infatti, una vera sorpresa che viene fuori dalle urne è l’affermazione dei Verdi, cresciuti in maniera esponenziale nelle percentuali, con punte altissime in Germania (20.8%), Francia (12.9), Regno Unito (11) e Belgio (15). L’effetto Greta Thunberg scuote le coscienze dei giovanissimi che sottolineano con forza la loro voglia di svegliarsi, domani, senza muri all’orizzonte, senza plastica nei loro mari, alimentati – finalmente – dalle energie della natura.

Popolari e Socialisti perdono per la prima volta la maggioranza del Parlamento, l’apertura a Liberali o proprio ai Verdi sarà necessaria. Quale migliore occasione, dunque, per aprire alla forza che potrebbe, negli anni a venire, essere l’unico vero argine alla deriva verso l’ultradestra? Perché non accordarsi con entrambi, sviluppare politiche a sostegno di futuro, ambiente e lavoro, anziché – come da pronostico – cedere unicamente alle richieste dell’ALDE? Illudersi che Salvini, Le Pen, Orban e chi come loro contino ancora troppo poco per mettere in crisi un sistema che ha guardato con favore solo alle grandi opere, allo sfruttamento delle risorse fossili, sarebbe un errore a cui, difficilmente, si potrà porre rimedio e che – allora sì – cancellerebbe l’Europa e l’Unione in via definitiva.

Per quanto riguarda esclusivamente l’Italia, il voto comunitario ha ribaltato i rapporti di potere all’interno della maggioranza di governo e non solo. La Lega ha completato l’opera di annientamento del MoVimento, superato anche nettamente dal PD. I grillini pagano le bugie della campagna elettorale, le promesse non mantenute come l’ILVA o la TAP, soprattutto, si assumono la responsabilità di aver consegnato il Paese alla destra nostalgica, a Salvini e Meloni, lanciati verso una maggioranza in totale autonomia. L’elettorato pentastellato – messo insieme appena un anno fa da un sentimento di angoscia verso la vecchia politica e non da un’ideologia chiara – ha prontamente fatto dietrofront rispetto al voto del 4 marzo, tornando a dare fiducia all’unica formazione ritenuta in grado di creare un argine al populismo, i democratici ora guidati da Zingaretti, o migrando proprio verso il Carroccio.

Quel che appare evidente, malgrado tutto, è che stendere lenzuoli ai balconi, improvvisare concerti di Bella Ciao, vestirsi da Zorro, come fosse Carnevale, non basta. La politica deve diventare una responsabilità di ogni singolo cittadino. Chiunque deve mettere in campo la propria voglia di libertà e democrazia, la propria sete di diritto alla parola, al dissenso, come a Berlino, a Londra, nelle grandi città, sulla scia dell’onda verde ma non solo in corteo per il Friday For Future. C’è bisogno – ora più che mai – di azioni che spostino gli equilibri, che influenzino le coscienze, che scaccino via la paura a favore dell’ottimismo riguardo al domani. Il futuro va conquistato, come nuovi partigiani. I prossimi cinque anni del Parlamento Europeo potrebbero essere l’ago della bilancia dell’Europa e del mondo che sarà.

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