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Cultura e lavoro: come società e politica mortificano gli artisti

Alessandro Campaiola di Alessandro Campaiola
15 Giugno 2020
in Il Fatto
Tempo di lettura: 4 minuti
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La cultura, non dimentichiamo neppure questo settore, abbiamo un occhio di attenzione per i nostri artisti che ci fanno tanto divertire e ci fanno tanto appassionare. Aveva scatenato sdegno e ilarità da parte di tanti, Giuseppe Conte, quando lo scorso maggio – nel corso della conferenza stampa per il Decreto Rilancio – aveva pensato di reagire a quanti avevano fatto notare a lui e al suo governo le azioni deficitarie a salvaguardare il settore culturale messe in campo fino a quel momento, la scarsa tutela di musicisti, attori e operatori del mondo dello spettacolo in generale.

A quel tempo, non ce l’eravamo sentita di attaccare il Premier che stava fronteggiando la più grande crisi dal dopoguerra per una frase infelice, espressa certamente con leggerezza, tuttavia abbastanza leggibile con l’intento di voler – finalmente – porre rimedio e ascoltare quelle rimostranze. A distanza di poco più di trenta giorni, però, il mondo della cultura rivendica ancora attenzione. Cosa succede?

Impazzano, da qualche ora, su ogni social network, immagini di artisti con un cartello tra le mani riportante nome, cognome, professione e l’hashtag #iolavoroconlamusica. Qualsiasi cantante, musicista, discografico, fonico, si immortala con le proprie generalità e lo slogan di cui sopra per lamentare la difficile condizione che il mondo della cultura – più in generale – vive in questo momento di ripresa dalla pandemia. L’impossibilità di raggruppare persone per uno spettacolo, un concerto, o la necessità di ridurre al minimo il numero dei partecipanti al fine di evitare (o ridurre) l’ipotesi di contagio, rende difficile per tanti anche il solo sbarcare il lunario.

La crisi patita dal mondo dell’arte, però, non è unicamente conseguenza dell’emergenza coronavirus, quanto di una mediocre e radicata mentalità che ognuno – nei suoi gesti e nelle sue parole – incoraggia. Non è, infatti, una novità che scrittori, musicisti, pittori, attori facciano i conti con precarietà e sfruttamento, che si vedano negare – dalla politica alla cerchia più stretta di congiunti – l’origine del proprio prodotto, risultato di ore, mesi, anni di studio e lavoro. 

L’idea dell’artista come di un sognatore, un giocherellone dalle improbabili velleità, un eterno ragazzo che suona, canta, balla, scrive, disegna per il gusto di farlo, non solo non aiuta quanti di quei sogni provano a fare il loro quotidiano, ma offre l’assist alle istituzioni affinché il mondo della cultura sia l’ultimo a cui garantire risorse, con tutte le inevitabili ripercussioni sull’importanza attribuita a tali settori anche per ciò che riguarda compensi e condizioni lavorative. E quando la cultura non è nelle priorità di un Paese, quella comunità è destinata al qualunquismo, all’omologazione del pensiero, quindi all’oblio della ragione.

Obbligarsi alle convenzioni che la società ha scelto per qualunque dei propri figli, costringersi a smetterla con i sogni e trovarsi un lavoro vero, lasciar perdere la chitarra, la penna, i pennelli per dedicarsi a qualcosa di concreto, è la retorica con cui ogni intellettuale è costretto, prima o poi, a fare i conti. Non a caso, nel nostro Paese, circa la metà dei lavoratori impiegati nel settore artistico-culturale svolge, per poter vivere, un’attività parallela. 

Ma qual è il motivo per cui non si riconosce all’artista il diritto a una vita dignitosa al pari di un qualsiasi altro lavoratore? In Italia, Paese che della cultura dovrebbe fare il suo traino – non fosse altro per l’immenso patrimonio ereditato dai giganti del passato che hanno reso celebre il tricolore in ogni ambito – insiste l’idea che la gratificazione lavorativa debba passare prima per una lunga serie di umiliazioni. La chiamano gavetta e spesso coincide con precariato, nessuna tutela, zero possibilità di programmazione o prospettiva di futuro, con l’aggravante dell’ingratitudine a tacciare qualunque giovane osi lamentarsi dell’opportunità ricevuta e non sfruttata a dovere.

Il fatto che la maggior parte delle persone dedichi alla cultura, all’arte, alla musica, alla lettura, alla visione di un film, esclusivamente il suo tempo libero, quelle porzioni della propria giornata lontane da uffici e doveri familiari, porta ad associare il prodotto dell’artista a un passatempo anziché al risultato di un importante lavoro, di una ricerca, spesso anche di una sofferenza.

Oggi l’attenzione di qualunque categoria è rivolta allo Stato e alle risposte che è in grado di offrire ai propri contribuenti in un momento di crisi straordinaria, ed è giusto che sia così. La musica non fa eccezione. Chiunque, in queste ore, condivide la foto del proprio idolo, posta un ricordo in sua compagnia, pubblica sulla sua bacheca virtuale una sua canzone, nell’ordine di essergli solidale, ma domani dimenticherà. 

Come si può pretendere che la politica offra attenzione a un settore messo in ginocchio dal pressappochismo con cui i suoi stessi fruitori ci si rivolgono? Su quale istanza possono fare leva le rimostranze di chi vede assimilare continuamente il proprio lavoro di studio e ricerca a un qualsiasi pensiero gettato in pasto al pubblico dei social network? Come si vuol pensare di far breccia in uno Stato – in questo Stato – se è l’atteggiamento della società che delegittima tutto?

Ogni volta che – con la boria che contraddistingue queste circostanze – ci si rivolge a un operatore della cultura dietro il finto consiglio di trovarsi un lavoro, si autorizza questo stato di cose. Quello dell’artista è un impiego al pari di qualunque altro ed è tempo che venga riconosciuto da tutti, a partire dalle comunità in cui esso muove i passi ogni giorno. Soltanto così, la musica, il cinema, la letteratura avranno la forza di raggiungere anche le istituzioni. Altrimenti, anche #iolavoroconlamusica resterà l’ennesimo hashtag.

Prec.

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