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Il Fatto

Coronavirus: perché abbiamo paura

Il coronavirus è in Italia. Sono giorni drammatici per le regioni a nord del Paese – Lombardia e Veneto su tutte –, giorni scanditi dai critici aggiornamenti dei bollettini sanitari relativi ai contagi da COVID-19, l’epidemia partita dalla Cina che ora spaventa il mondo intero. In poco più di ventiquattro ore, infatti, l’Italia è diventato lo Stato più colpito d’Europa dalla malattia, un contagio rapidissimo e violento che ha messo in ginocchio il Settentrione e minaccia il resto della penisola.

Oltre 200 i casi accertati, già 7 i decessi, i confini di intere città completamente sbarrati dalle forze dell’ordine, focolai in isolamento forzato, gare sportive sospese e – cosa ben più grave – nessuna informazione tangibile sui perché, tantomeno alcuna certezza di ciò che sarà nei prossimi giorni. Evidente – in queste ore che tanto somigliano a un racconto di guerra – è la paura che si diffonde anche più del coronavirus, una psicosi non di certo incomprensibile, ma dalla quale dobbiamo provare a metterci in guardia.

Cosa fare? Al contrario di molti sciacalli pronti ad approfittare anche di un momento tanto complicato pur di ingrossare i propri consensi, non offriremo risposte e non affermeremo che una soluzione è migliore rispetto a un’altra. Non siamo medici, virologi, siamo opinionisti – è vero – ma di fatti dei quali possiamo accuratamente documentarci prima di offrire al lettore la nostra analisi. Da cronisti proveremo a porre e porci gli interrogativi che albergano negli animi inquieti di tanti concittadini, adoperando quel pizzico di lucidità che dovrebbe essere propria del nostro lavoro. 

Perché le autorità sanitarie non sono state in grado di riconoscere i sintomi in tempo – dato il caso cinese della città di Wuhan –, dunque di impedire un diffondersi tanto critico del coronavirus? A spaventare, in tal senso, sono le opinioni discordanti che gli stessi virologi offrono, ogni giorno, sull’argomento. Non vi è, infatti, una linea comune, una tesi che serva a dettare una linea che vada oltre il lavarsi bene le mani. Capiranno, Roberto Burioni e la virologa dell’ospedale Sacco di Milano, Maria Rita Gismondo, che litigare via social sull’incidenza della malattia rispetto a una tradizionale influenza di stagione non aiuta chi non ha gli strumenti necessari a pesare il pericolo portato dal COVID-19. 

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Per chi – come noi – fa delle dichiarazioni di esperti come i due sopracitati la fonte più autorevole dei propri articoli di diffusione delle informazioni, la disputa è non solo fuorviante, ma si presta alla narrazione di comodo che, purtroppo, tanti, troppi esponenti di stampa e politica offrono dell’epidemia da coronavirus. Inoltre, non aiuta a sedare il panico tra i cittadini, anzi lo alimenta.

In casi come questo, preoccupa il buonsenso che chiunque dovrebbe essere preciso nell’adoperare e che – abbiamo avuto già modo di riscontrare –, invece, viene costantemente oscurato in favore dei propri interessi, sia la propaganda mai doma dei soliti noti del Parlamento o la mania di saccenteria delle tante, troppe bacheche social pronte a diramare il personale vademecum sull’epidemia, condito – come da profilassi – da una cospicua dose di insulti volti a bollare i pareri discordanti dalla propria laurea ottenuta all’università della vita.

Se la rapida diffusione del coronavirus è considerata – dai massimi esperti – tanto pericolosa è, infatti, proprio perché un’unica verità ancora non c’è. A maggior ragione, non esistono soluzioni efficaci più di quanto possano dimostrarsi quelle già messe in campo dalle autorità competenti. Certo, è lecito stare a dibattere se sia giusto isolare o meno soltanto i focolai già noti, se non sia il caso di fermare lo spostamento massiccio delle persone a bordo di aerei, treni, metropolitane, o chiudere non solo gli stadi nelle zone interessate dai principali contagi, tuttavia – ed è doveroso sottolinearlo – qualunque di queste è un’ipotesi che verrebbe probabilmente adottata qualora la situazione d’emergenza lo richiedesse.

Se, però, la classe dirigente del nostro Paese gode, oggi, di tanta sfiducia – da parte delle popolazioni che dai messaggi ufficiali della Presidenza del Consiglio, della Protezione Civile o del Ministero della Sanità, dovrebbero sentirsi tranquillizzati – la responsabilità è da ricercarsi anche nei toni utilizzati proprio da chi siede su quelle poltrone e che, negli anni addietro, ha abituato e persuaso il proprio elettorato allo scetticismo nei riguardi della scienza e nei progressi a cui, in queste ore, siamo tutti attaccati come alle preghiere che, invece, continuiamo a offrire al cuore immacolato di Maria.

Della stessa materia maleodorante sono anche le grida di propaganda a favore dell’innalzamento dei muri, contro il vicino costantemente dipinto come il nemico da cui mettersi in guardia, tutto ciò, insomma, di cui oggi rischiano di andare vittima quegli stessi italiani orgogliosi di ritirare una mano tesa a chi ne chiedeva il bisogno. Provate soltanto per un momento a immaginare se qualche buontempone cominciasse a starnutire o a tossire in direzione dei nostri connazionali all’estero, come visto in decine di video postati online da cittadini asiatici, e nemmeno per forza cinesi, oppure – come già accaduto a bordo di un treno in Austria –, se i pallidissimi sudditi del tricolore fossero presi in ostaggio a bordo dei propri veicoli perché ritenuti pericolosi.

Buonsenso, responsabilità e rispetto. Sono queste le parole chiave, sempreverdi, sempre valide, in tempi di crisi come in tempo di pace, quando la guerra è negli occhi degli altri e quando la guerra giunge anche qui dove siam bravi a promuoverla, come gli scaffali vuoti dei supermercati d’Italia raccontano. Segnalare i propri spostamenti da e verso i luoghi sotto monitoraggio, allertare prontamente i medici di base e le autorità al comparire di sintomi sospetti, insomma, seguire quelle poche regole emesse da chi il coronavirus vuole debellarlo tanto quanto le nostre paure, possono aiutare a non creare problemi peggiori. Allarmismo compreso.

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