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Covid in carcere: cosa sappiamo veramente?

Giusy Santella di Giusy Santella
23 Dicembre 2021
in Attualità
Tempo di lettura: 5 minuti
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È molto difficile ricostruire cosa ha significato il Covid in carcere, raccogliere dati, creare statistiche. Quelle possenti mura hanno lasciato trapelare davvero poco, e la mancanza di trasparenza e chiarezza ha comportato l’inefficienza delle misure adottate ai fini della riduzione del rischio di contagio.

L’European Data Journalism Network (EDJNet) si è occupato, insieme ad altre dodici testate, di portare avanti la prima inchiesta sul coronavirus nelle carceri europee, dimostrando innanzitutto quanto gli istituti di pena, ancora una volta, si siano confermati luoghi non impermeabili al contagio – come, erroneamente, molti hanno sostenuto in più occasioni –, non trasparenti e da cui difficilmente le informazioni fuoriescono, se non filtrate.

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In Italia l’inefficienza del sistema di comunicazione ha riguardato anche le informazioni provenienti dall’esterno e ne abbiamo avuto una dimostrazione eclatante in occasione delle rivolte del marzo 2020, scatenate proprio dalla mancanza di comunicazioni efficaci e razionali nei confronti della popolazione detenuta che, di punto in bianco, si è vista negare qualsiasi contatto con il mondo fuori.

Attraverso la sua inchiesta, l’EDJNet ha effettuato una mappatura delle misure anti-Covid attuate nei vari istituti di pena europei dall’inizio della pandemia ed è risultato che in tutti sono state interrotte o limitate le visite dall’esterno – elemento fondamentale per la tenuta psicologica di chi è recluso – e in quasi tutti, fatta eccezione per alcuni Paesi come Slovenia, Malta o Irlanda, sono state limitate le attività interne e/o sospesi i permessi. Ciò ha riguardato in gran parte anche l’Italia, in cui i detenuti si sono visti negare molti degli elementi del percorso rieducativo, a favore del ritorno a un anacronistico regime delle celle chiuse. Tuttavia, se ciò ha mitigato gli effetti del contagio, ha rappresentato comunque una ricaduta fisica e psicologica non quantificabile.

Nel nostro Paese, sono stati quasi quaranta i suicidi registrati quest’anno tra le mura dei penitenziari: in base alle stime dell’Associazione Antigone, quasi il 30% dei reclusi è in terapia psichiatrica e il 41% delle patologie è di natura psichica. Il carcere, infatti, è di per sé un luogo patogeno, che ha dimostrato nel corso degli anni di non avere gli strumenti adeguati per comprendere e soccorrere chi manifesti un disagio psichico.

L’EDJNet ha rilevato come in Europa si sia fatto ricorso in maniera sistematica, durante la pandemia, allo strumento dell’isolamento, che in base alle Regole sul trattamento penitenziario e alle Nelson Mandela Rules adottate dall’ONU, è uno strumento residuale e utilizzabile solo come ultima risorsa. Seppur giustificato dal rischio del contagio, esso ha comportato in molti casi problemi sul versante della salute mentale: i detenuti irlandesi, in particolare quelli ultrasettantenni o con patologie, hanno dichiarato di aver avuto istinti suicidi e sofferto di depressione durante l’isolamento. In Germania i reclusi in attesa di giudizio sono stati isolati per quattordici giorni dopo ciascuna udienza, mentre in Francia ciò era obbligatorio dopo ogni colloquio o visita medica eseguita in ambulatorio, con la conseguenza che spesso tali trattamenti sono stati rifiutati per evitare la quarantena, con rischi importanti per la propria salute. A ogni modo, anche laddove non fosse prescritto, l’isolamento è divenuto un modello standard di detenzione poiché, in casi come l’Italia, le celle sono state tenute chiuse per la maggior parte delle ore del giorno in molte sezioni.

Come abbiamo sottolineato più volte, il carcere rappresenta un luogo in cui il rischio di diffusione del virus è molto elevato a causa del sovraffollamento, della situazione di promiscuità in cui vivono le persone detenute, delle condizioni igienico-sanitarie precarie. Dunque si tratta di un luogo per il quale l’attenzione al monitoraggio dei positivi – e oggi dei vaccinati – avrebbe dovuto essere molto alta. Invece, i dati scarseggiano e, come sottolinea Adriano Martufi (ricercatore dell’Università di Leiden sulle condizioni delle carceri in Europa), ciò dipende anche dalla mancanza delle capacità tecniche e del personale sanitario necessario per una mappatura costante e corretta. Il rischio, quindi, è quello di stime al ribasso e di una discrepanza enorme tra i dati ufficiali diffusi e quelli rispondenti a verità.

Gli istituti di pena sono costantemente frequentati dalla comunità esterna: numerosi studi statunitensi, infatti, hanno dimostrato come le epidemie nelle carceri si diffondano nella popolazione esterna e viceversa. I penitenziari per fortuna non sono diventati focolai di Covid, salvo casi sporadici, e i dati hanno corrisposto in gran parte a quelli rilevati nella popolazione non reclusa: quando i casi erano elevati nella cittadinanza in generale, lo erano anche nelle carceri, come si è verificato ad esempio in Estonia, Slovenia, Belgio. Nelle ultime settimane, però, la curva del contagio è salita vertiginosamente e dunque bisogna tenere gli occhi aperti.

Se lo scorso anno carceri come quelle italiane hanno visto ridurre il numero dei detenuti fino al 25% al fine di mitigare il rischio di diffusione del virus, il trend si è poi invertito e la popolazione reclusa sta aumentando nuovamente, vanificando i progressi fatti dalla primavera del 2020. Paesi come il Belgio e la Danimarca hanno già superato il 100% del tasso di sovraffollamento e lo stesso può dirsi per l’Italia, i cui istituti ospitano attualmente quasi 55mila detenuti, con una crescita dello 0.5% solo nell’ultimo mese e picchi anche del 4% in regioni come la Basilicata.

In alcuni penitenziari il tasso di sovraffollamento sfiora il 200%, e dunque si registra anche un aumento dei casi di Covid – quasi quattrocento tra ristretti e operatori – e il sorgere di numerosi focolai, tra cui quello del carcere di Santa Maria Capua Vetere che conta più di sessanta positivi.

Dopo aver individuato per la popolazione detenuta e gli operatori penitenziari, la necessità di una somministrazione prioritaria della vaccinazione – con qualche polemica – questa è andata molto a rilento e con non poche rimostranze da parte della polizia penitenziaria, che ora è soggetta all’obbligo vaccinale. La lentezza del piano vaccinale in carcere ha caratterizzato anche molti altri Paesi europei, in cui la somministrazione ai detenuti è diventata una questione politica, osteggiata da più parti. Ora in diverse nazioni la percentuale ha raggiunto quella della popolazione libera.

In Italia, intanto, è stato prorogato, ancora una volta, lo stato d’emergenza: ciò ha comportato la proroga della misura che prevede, per i circa mille semiliberi, la possibilità di non rientrare in istituto dopo la giornata trascorsa fuori a lavoro, o a scuola, per evitare che essi possano diventare un pericolo per la popolazione reclusa. D’altro canto, bisogna però constatare che nulla è stato fatto per sfruttare questi lunghi mesi e adottare strumenti che potessero risultare efficaci per non abbandonare del tutto il fine rieducativo.

Allo stesso modo, si può pensare di implementare lo strumento delle videochiamate e/o della connessione a distanza, senza pretendere che questo sostituisca le visite fisiche o i permessi in uscita, ma avendolo a disposizione nei casi in cui sia necessario per ridurre finalmente quel divario enorme esistente tra società esterna e carcere, ormai inaccettabile.

Prec.

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