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Carcere, contagi e vaccinazioni: è davvero passato il pericolo?

Giusy Santella di Giusy Santella
31 Agosto 2021
in Attualità
Tempo di lettura: 4 minuti
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La curva dei contagi risale vertiginosamente, dentro e fuori dal carcere, e intanto la campagna vaccinale negli istituti penitenziari arranca. In base agli ultimi dati diffusi dal Ministero della Giustizia, meno dei due terzi del personale di polizia penitenziaria è stato avviato alla vaccinazione (solo 24216 persone su un totale di 36939), nonostante le somministrazioni siano iniziate ormai molti mesi fa. Gli istituti penitenziari, infatti, sono stati indicati come luoghi in cui avviare le vaccinazioni prioritariamente a causa dell’alto rischio di contagio che li riguarda ma, ciononostante, nessuno ha vigilato sull’andamento delle somministrazioni né sulla necessità di portare avanti una corretta informazione per spingere tutti a essere responsabili e vaccinarsi.

La libertà di scelta non incide soltanto sulla propria salute, ma sulla vita di quelli che possono essere considerati coinquilini forzati in una comunità come quella carceraria. Così, se per altri luoghi ritenuti a rischio, come la scuola, si è deciso di restringere di molto l’autonomia decisionale degli insegnanti per tutelare se stessi e gli studenti attraverso l’obbligatorietà del green pass, allora c’è da chiedersi perché la stessa preoccupazione non sia stata rivolta agli istituti penitenziari in cui i detenuti di certo non possono rispettare – per ragioni strutturali e ambientali – le norme precauzionali di distanziamento sociale né particolari attenzioni di carattere igienico, stante l’insalubrità dei luoghi che abitano. La popolazione carceraria non è forse considerata degna di queste attenzioni?

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Il carcere non è un luogo impermeabile al virus né estraneo alla comunità esterna, dato l’alto numero di cittadini liberi che ogni giorno vi fa ingresso, dal personale di polizia penitenziaria a quello amministrativo, dai volontari ai familiari che effettuano colloqui. Proprio questi ultimi, dopo aver vissuto un lungo periodo di contatti solo tramite Skype, sono tornati in presenza e, se da un lato risultava necessario restituire un briciolo di normalità anche alle persone detenute nell’incontrare i propri cari – la stessa riacquisita all’esterno, del resto –, gli incontri rappresentano un grosso rischio per chi vive in carcere, soprattutto considerato che spesso si tratta già di persone fragili e malate. Inoltre, se tali incontri già prima della pandemia erano inumani per l’angustità e le condizioni delle sale in cui avvenivano, oggi rappresentano anche un pericolo per la salute pubblica, soprattutto quando coinvolgono minori.

Le ultime notizie diffuse ci parlano di settanta detenuti positivi, tra cui quindici nuovi giunti. Questo dato ci dimostra che anche l’esecuzione di nuove pene detentive è ritornata a pieno ritmo, dopo un breve rallentamento in attuazione delle misure deflattive previste e risultate di gran lunga inidonee. Centododici positivi al Covid si contano anche tra personale penitenziario e amministrativo. Dunque, si sta tornando alla normalità che avevamo dimenticato per qualche mese, ma nessuno sembra preoccuparsi del repentino abbassamento della guardia.

Il solito disinteresse è calato, infatti, sul mondo penitenziario e al momento non vengono neppure applicate le blande misure deflattive previste in origine. Nonostante la diminuzione della popolazione detenuta registrata nell’ultimo anno – che ha raggiunto quota di 52mila reclusi circa –, gli istituti rimangono sovraffollati, con almeno 5mila unità in più rispetto alla capienza effettivamente disponibile. 52mila corpi che condividono spazi angusti e promiscui e letti sovrapposti, 52mila corpi che hanno visto ridurre anche il loro spazio vitale, stipati nelle celle per quasi ventiquattro al giorno per evitare le aree, ormai pericolose, di socialità.

Eppure, la nostra rappresentanza politica ritiene questa una vita dignitosa e, a quanto pare, quella che viene scontata una pena efficace. Dopo essersi brevemente indignati per quanto avvenuto a Santa Maria Capua Vetere, sono tornati tutti a voltarsi dall’altra parte, fingendo di non sapere che una tale inumanità non può che essere figlia di un sistema disumano. Quel sistema disumano che come comunità abbiamo costruito e poi avallato da tutte le parti politiche in campo, nessuna esclusa, spinte nel loro agire dalla sola voce vendicativa dell’opinione pubblica.

È per questo motivo che non sono state attuate le modalità reali per svuotare gli istituti, per salvaguardare la salute di chi li vive quotidianamente, per rispettare il principio per cui gli uomini hanno pari dignità, siano essi liberi o detenuti. E ora che si prospettano nuovi contagi, non resterà che attendere un bollettino impietoso, che aggiunga morti a quelli che il carcere è già in grado di fare da sé quotidianamente. Allo stesso tempo, la campagna vaccinale è stata fin dall’inizio al centro delle polemiche, a cominciare dalla concessione per i detenuti e il personale di sottoporvisi prioritariamente. E, se al momento non può ritenersi raggiunta un’immunità neppure interna all’istituzione, ci sono delle precise responsabilità da parte di chi ha gestito le vaccinazioni. Un interesse che è stato millantato dalla classe politica per poi ridursi a un pacato invito alla vaccinazione, senza troppa decisione. Senza considerare che si gioca con la vita di decine di migliaia di persone.

70mila somministrazioni tra i detenuti saranno davvero sufficienti se non accompagnate da un radicale cambiamento nel modo di vivere e concepire il carcere che non sia una discarica sociale? Siamo davvero convinti che il pericolo sia passato?

Prec.

Oggi non si può dire più niente. Ma è davvero così?

Succ.

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