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Interviste

“Un amore” di Sara Mesa: un romanzo sulla lingua e sulla sua inettitudine a comunicare il pensiero umano

Il Giorno dell’Espiazione, lo chiamavano gli ebraici. Nella Torah è descritto con precisione: due capri, uguali tra loro, venivano portati nel Tempio di Gerusalemme; il Sommo Sacerdote, ciecamente, ne sceglieva uno e procedeva a sventrarlo sull’altare. Il suo sangue avrebbe purificato il Tempio. Poi, poneva le mani sulla testa dell’altro e confessava tutti i peccati del popolo d’Israele. Lo caricava di essi, li infondeva in lui, e poi lo abbandonava, solo nel deserto. L’animale era costretto a vagare nella distesa sabbiosa, senza neanche essere sacrificato perché troppo impuro. Cosa c’entra, questo, con Un amore (La Nuova Frontiera), l’ultimo libro di Sara Mesa, dal titolo così soffice e idilliaco? Tutto.

Un amore è la storia di Nat, giovane traduttrice che si trasferisce a La Escapa, paesino rurale spagnolo nel mezzo del nulla. Nelle prime pagine del romanzo, Nat scoprirà un rudere abbandonato nei dintorni della propria casa, con su le scritte vergogna e castigo di Dio. Sono ancora lì, illibate, a testimoniare un qualcosa di violento e arcaico successo anni prima.

Un amore è anche la storia di un paese artificiale. Una piccola comunità rinchiusa in se stessa, con una fitta trama di regole e rituali, un passato inquietante e personaggi dai nomi preimpostati: l’hippie, i vicini, gli zingari, la strega. La protagonista cercherà di tradursi in questo intreccio sociale e di tradurre chi incontra. Tradurre nel suo senso etimologico: trasportare, trasferire queste identità sconosciute nel proprio mondo, comprenderle, renderle familiari. Ci proverà con quell’istinto che abbiamo ogni volta che ci trasferiamo in una nuova casa e, per prima cosa, la arrediamo. Un peluche, un quadro, una polaroid: un dettaglio che serva a renderla nostra.

Un po’ come la luna quando dei piccoli astronauti americani ci hanno infilzato su una bandierina, illudendosi di renderla meno aliena. Ma la luna resta la luna, fredda e algida. Così, a dominare questo romanzo sono i silenzi, i fraintendimenti, i dubbi, i non detti, il travisamento dei significati e l’inevitabile trasgressione delle regole sociali, incomprensibili a un forestiero.

Nat continua a sbagliare parole – quelle del romanzo che sta traducendo e quelle che dice agli altri – e, mentre sbaglia, La Escapa comincia a costruire il suo capro espiatorio. Il castigo, divino o paesano, non può che essere cieco e insensato in un luogo dove nessuno comprende realmente nessuno, eppure è perfettamente necessario, come lo era un tempo: è solo attraverso una catarsi sociale che una comunità che di comunità non ha nulla può rinnovarsi e sopravvivere.

Ho intervistato Sara Mesa in una lingua che non era mia. Inospitale, irta e ostile per chi, come me, non riesce a nascondere il proprio accento. Eppure, si è rivelato appropriato per un romanzo come questo, così claustrofobicamente concentrato sulla lingua e sulla sua inettitudine a comunicare il pensiero umano. 

I personaggi del tuo romanzo allinizio sembrano ridursi a tipi umani: abbiamo la strega, i gitani, lhippie, i vicini, il tedesco. Che ruolo giocano le idee preconcette in questa storia?

«Sono centrali. Ad esempio, il fatto che, come dicevi, i personaggi all’inizio sembrano rappresentare dei tipi viene scardinato: in seguito si vede che le idee preconcette, ciò che ci si aspetta da loro, non corrispondono alla realtà delle azioni. È palese nel personaggio del tedesco, Andreas: in principio appare come un contadino, un uomo ignorante, rozzo. In realtà, è molto più complesso di così. E Roberta, la strega, nel suo passato era una maestra di scuola e aveva un interesse nella letteratura.

Nel sentire generale del romanzo, così come nelle piccole storie che lo compongono, c’è il nostro fraintendere continuamente la realtà e il nostro sentirci ingannati o truffati quando essa è differente da ciò che avevamo previsto. Inclusa la maniera di comportarsi della protagonista: pare andare a produrre i pregiudizi che si hanno su di lei».

Anche il titolo del libro, Un amore, è un fraintendimento?

«In questo caso non c’è una identificazione tra titolo e contenuto. È un titolo che quasi cerca il contrasto, la provocazione. Ci sono molti lettori che cercano l’amore in questo romanzo e non lo trovano, o non lo trovano nel modo in cui si aspettavano. Ho giocato con l’ambiguità di questa parola e, in fondo, nel testo c’è un tipo di amore. Semplicemente non si conforma alle aspettative».

È interessante il fatto che un personaggio, il tedesco, dica alla protagonista che lei non capisce le regole della comunità, però allo stesso tempo Roberta gli risponde che, in realtà, nessuno riesce a capire nessuno.

«Queste idee rappresentano più il pensiero e il posizionamento concreto di questi personaggi che il mio modo di vedere le cose. È molto difficile stabilirsi in una nuova città, entrare in una nuova comunità e interpretare il tutto dal nostro punto di vista. Eppure, lo facciamo continuamente: interpretiamo la realtà in funzione di chi siamo e della nostra posizione nel mondo. Ed è per questo che non la capiamo. In questo caso, il tedesco ha in parte ragione, ma La Escapa è un luogo che non ha storia. È un paese – anzi, neanche un paese –, è un luogo dove in un momento determinato sono confluite persone differenti che si dedicano a cose differenti. Non c’è un passato comune, nessuno è nato lì. È una comunità in un certo modo artificiale, dove la comunicazione – diversamente da ciò che appare al primo sguardo, dato che sono in pochi – non fluisce, non c’è davvero».

In questa piccola comunità artificiale c’è una tendenza al linciaggio sociale e alla ricerca di un capro espiatorio. Credi che questo sia un dato presente in ogni tipo di comunità o insito negli esseri umani?

«In questa comunità è evidente perché è piccola. Però si tratta di un qualcosa che accomuna tutte le formazioni sociali umane. Non lo dico io, ma René Girard, sociologo francese autore di un libro molto interessante, Il capro espiatorio. Per Girard, la coesione di ogni comunità si fonda sull’esclusione dell’altro e sull’attribuzione della responsabilità di ogni male all’altro. Lo facciamo continuamente. Nella società occidentale, ad esempio, il male è il mussulmano. Succede anche nei momenti quotidiani: recentemente tra le notizie abbiamo scoperto che c’è una nuova variante Covid, quindi ora il male viene dagli africani. C’è costantemente questa ricerca di un nemico esterno da incolpare quando tutto va male e contro il quale bisogna unirsi per difendersi. Girard però scriveva anche che il capro espiatorio non si crea per colpa delle differenze con l’altro, ma a causa delle somiglianze, che portano alla competizione».

Qualche mese fa hai dichiarato che per te scrivere non è una questione di immaginazione. Perché?

«Quello che intendevo è che scrivere non è un processo immaginativo, ma di ricerca interiore. Perciò non credo nell’immaginazione: quello che facciamo quando creiamo non è allontanarci dalla realtà, anzi. Quando scrivo, scavo dentro me stessa, nelle mie inquietudini, nei miei ricordi, e da lì vengono fuori delle storie. Non le ricerco altrove, ma dentro, e ogni cosa che scrivo ha una relazione con me stessa».

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