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COVID-19: le parole della pandemia dopo il lockdown

Marina Finaldi di Marina Finaldi
6 Agosto 2020
in Attualità
Tempo di lettura: 5 minuti
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La narrazione della pandemia dopo il lockdown ha cambiato pelle. La risalita del tasso di contagio in Campania e su tutto il territorio nazionale ha, forse, anche qualche correlazione con il modo in cui abbiamo preso a raccontarci la situazione. La stessa parola pandemia è quasi del tutto scomparsa per lasciare spazio a emergenza sanitaria ed epidemia da COVID-19, ad esempio.

Nell’ultimo mese, si sono fatti largo neologismi come COVID-free o anti-COVID, usati rispettivamente per indicare la sicurezza di determinati luoghi e l’azione dei medici e degli infermieri negli ospedali. Liberi dal COVID e contro il COVID sembrano slogan più che definizioni e degli slogan hanno la stessa, vuota, essenza. Il primo richiama alla mente quelle formule sui pacchi di merendine senza olio di palma messe lì a posta per rassicurare i consumatori; il secondo somiglia al nome di un insetticida e non significa sostanzialmente nulla, perché tutte le azioni e le misure messe in campo per la gestione della pandemia lavorano contro il virus e specificarlo è ridondante, ancor di più se l’appellativo viene affiancato al ruolo del personale sanitario.

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Quella cominciata a partire dalla Fase 2 è un’era bipolare della comunicazione, risultato di quello che la comunità scientifica chiama convivere con il virus. Se, da un lato, la TV esorta la ripartenza e i telegiornali mostrano servizi su servizi di persone intente a ritornare alla normalità o luoghi ameni in cui rilanciare l’estate 2020, se la politica riprende le campagne elettorali, i comizi di piazza e i raduni di negazionisti, se riaprono i locali notturni e il dibattito si divide sui banchi con le rotelle, dall’altro si continuano a contare i contagi e i bollettini delle unità di crisi intervallano qualunque discorso come il ritornello di una canzone. È un ritornello, però, leggermente diverso da quello al quale ci eravamo abituati durante il lockdown.

I numeri snocciolati con precisione convincono gli spettatori, a un livello non pienamente cosciente, che la situazione sia tuttora perfettamente sotto controllo. Le cifre giornaliere che vanno a sommarsi a quelle più grandi registrate dall’inizio della pandemia confondono per la grandezza e contemporaneamente invitano a mettere in prospettiva il dato quotidiano, che resta comunque più piccolo di tutte le altre cifre mostrate in grafica. Negli approfondimenti si sentono con maggior incidenza due parole, massima espressione della nuova traccia comunicativa intrapresa a livello locale e nazionale per tamponare le ricadute da panico che si sono verificate durante la prima ondata di COVID, alimentate e anche fortemente incoraggiate da una diversa scelta comunicativa che vedeva nel lockdown l’arma più efficace da opporre alla diffusione del contagio. Le parole in questione sono focolaio e caso di importazione. In un certo senso è come se fossimo tornati, da un punto di vista puramente lessicale, all’inizio della pandemia: il contesto “normale” qua e là interrotto da una zona rossa sotto controllo, il pensiero che sia possibile confinare in un luogo fisico e concretamente isolato il virus, identificarlo con quell’area, fare delle transenne di plastica e del nastro bianco e rosso una sorta di confine invalicabile.

A inizio emergenza, si è parlato a lungo del COVID-19 come virus cinese o il virus dalla Cina, come se fosse possibile affibbiare una nazionalità a un agente patogeno. Dovremmo aver compreso che l’identificazione del virus con un gruppo etnico è un esercizio comodo solo a chi nutre il profondo interesse di individuare nei corpi degli stranieri il nemico da combattere, è un esercizio utile a mitigare le paure della popolazione, bombardata per mesi con le immagini di corpi immobili nei letti d’ospedale, strani cyborg di carne e tubi, sospesi tra la vita e la morte. Invece, la nuova comunicazione del COVID-19 trova il suo capro espiatorio nei casi d’importazione. Nelle edizioni dei TG regionali, gli approfondimenti sui contagi hanno ripreso a comparire tra le notizie in evidenza solo a metà luglio e sono, nella maggior parte, accompagnati da immagini che suggeriscono che la malattia è relegata ai margini: il perimetro blindato delle palazzine Cirio a Mondragone, il campo rom di Secondigliano, le tende COVID allestite in provincia per la scansione dei tamponi dopo il caso di positività della badante moldava nel Cilento.

La narrazione dei casi di importazione stabilisce una correlazione tra diffusione del contagio e presenza di stranieri, poveri, sul territorio. Impossibile ignorare la nuova linfa xenofoba che questa strategia comunicativa, adottata senza riserve sia a destra che a quella che si definisce sinistra, ha iniettato nelle vene già marcescenti della nostra opinione pubblica. Così accade che dei nuovi malati di COVID in Italia si specifichi la nazionalità, anche se abitavano in Italia da anni. Il Presidente della Regione Campania De Luca ha tuonato la necessità di rafforzare i controlli alle frontiere. Ha esordito raccontando eloquentemente dell’arrivo di un pullman di migranti a Napoli da Lampedusa. La linea del governo Conte in materia di immigrazione viene, d’altronde, resa più chiara proprio dall’emergenza coronavirus: il Presidente del Consiglio, in una dichiarazione che somiglia mostruosamente a quelle del suo avversario (una volta alleato) Matteo Salvini, adduce alla pandemia la necessità di intensificare i rimpatri, ancora una volta creando a parole una correlazione diretta fra migranti e minaccia sanitaria per il paese non supportata in alcun modo dai dati.

Il tentativo di restituire al coronavirus un luogo e un volto precisi, di privarlo della sua caratteristica di nemico invisibile, tradisce una paura presente ben prima della pandemia: quella per il diverso, per chi è reso indigente dalle politiche del profitto a ogni costo, per chi vive ai margini, per gli invisibili della società. In un suo editoriale sul Corriere della Sera, Galli della Loggia poneva l’accento sul tema delle periferie, evidenziato dalla pandemia. Per il giornalista, il coronavirus si sposterebbe nei quartieri più abbienti della città insieme alle orde di giovani provenienti dai quartieri dormitorio il sabato sera. E la “migrazione” notturna viene attuata quasi scientificamente come rivalsa, con la precisa volontà di infettare chi è più fortunato.

Stando a moltissima informazione, insomma, il COVID-19 sarebbe improvvisamente diventato selettivo a partire dalla riapertura delle frontiere interne del paese: colpisce solo i poveri. Oppure, più plausibilmente, è più facile rifugiarsi nei cari, vecchi, luoghi comuni di sempre invece di raccontare la vera falla nella sicurezza che ha evidenziato la pandemia: una medicina territoriale cannibalizzata e amministrazioni inefficienti che non riescono a far fronte alla riapertura totale.

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