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Censis: dalla povertà strutturale a un’Italia rassegnata

Antonio Salzano di Antonio Salzano
21 Gennaio 2024
in AZETA di Antonio Salzano
Tempo di lettura: 4 minuti
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Dalla povertà strutturale a un’Italia rassegnata: questa la foto del Paese scattata negli ultimi rapporti della Caritas – che abbiamo trattato di recente – e del Censis, l’immagine desolante di un Paese in lento declino secondo l’80% degli italiani condizionati da paure e insicurezze e dove i conflitti in atto, la crisi economica, il cambiamento climatico e, peggio, la cattiva informazione rendono il presente e il futuro sempre più fosco.

Paure e incertezze alimentate anche da quanti, per proprio tornaconto, soffiano sul fuoco, in un Paese in cui il fenomeno dell’immigrazione nasconde quello dell’emigrazione che ha visto, negli ultimi dieci anni, il 37% degli italiani trasferirsi all’estero portando a circa sei milioni, pari a poco più del 10%, quanti hanno lasciato l’Italia, in prevalenza giovani. Un rapporto, quello del Censis, che da oltre cinquant’anni analizza i fenomeni sociali ed economici che, particolarmente nel recente periodo, attraversano radicali trasformazioni.

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Studi, quelli citati, che non sembrano riscuotere particolare attenzione nel mondo della politica, indifferente anche al baratro creatosi con l’elettorato e che con molta probabilità ha tutto l’interesse che i numeri sempre in salita del partito dell’astensione restino tali, così come le eventuali crescite rinvenute dagli altri partiti della coalizione o area di appartenenza. Un gioco delle tre carte volto unicamente a occupare poltrone più prestigiose nella compagine di governo. La campagna elettorale per le prossime Europee in atto già da tempo nel centrodestra, l’obiettivo dell’uomo del ponte di riscuotere consensi a spese dei parenti d’Italia e lo smarcamento a spot del partito di proprietà degli eredi dell’ex Cavaliere ne sono la prova più evidente.

Non poteva aprire in maniera più chiara il 57° Rapporto Censis dal titolo I SONNAMBULI – Ciechi dinanzi ai presagi: Alcuni processi economici e sociali largamente prevedibili nei loro effetti sembrano rimossi dall’agenda collettiva del Paese, o comunque sottovalutati. Benché il loro impatto sarà dirompente per la tenuta del sistema, l’insipienza di fronte ai cupi presagi si traduce in una colpevole irresolutezza. La società italiana sembra affetta da un sonnambulismo diffuso, precipitata in un sonno profondo del calcolo raziocinante che servirebbe per affrontare dinamiche strutturali, di lungo periodo, dagli effetti potenzialmente funesti.

La rassegnazione appare sempre più l’elemento che investe ogni strato sociale, soprattutto i 300mila cittadini che hanno perso il reddito di cittadinanza e i 350 euro del nuovo supporto formazione e lavoro a causa di una piattaforma non funzionante. Non c’è che dire: obiettivo centrato dalla Presidente del Consiglio in giro per il mondo, fedele agli impegni elettorali della guerra ai poveri. Promessa mantenuta.

L’arrendevolezza ha investito in pieno anche i giovani che, oltre a trasferirsi all’estero in cerca di qualsiasi occupazione, lasciano in numero sempre maggiore gli studi universitari: tasso di abbandono che è significativamente aumentato nel recente decennio e che il Ministero dell’Università ha quantificato al 7,3% nell’anno 2021/22, per mancanza assoluta di prospettive, di politiche incapaci e incuranti di pianificare presente e futuro in una realtà che cambia velocemente. Vale la pena ricordare che l’attuale responsabile del governo è stata Ministra della Gioventù dal 2008 al 2011 non lasciando particolari ricordi e, consapevole dell’inutilità di un ministero specifico, il suo esecutivo lo ha trasformato in dipartimento.

Una società rassegnata e depressa che appare sempre più disposta a subire, la capacità di reagire diventata sempre più rara che mostra il suo volto migliore in rarissime occasioni al cospetto di fatti di gravità eccezionale, come accaduto di recente in occasione del susseguirsi di femminicidi che hanno scosso l’opinione pubblica per l’atrocità e la violenza che denotano il degrado sociale e culturale in cui versa il Paese. Le piazze sono tornate a riempirsi anche in occasione della sorprendente e tanto attesa reazione di parte delle organizzazioni sindacali per i problemi che attanagliano il mondo del lavoro da anni, bersaglio della politica e dell’imprenditoria con la conseguente perdita graduale di diritti.

Occorre che la cecità di cui parla il Censis sia sostituita quanto prima dalla consapevolezza di ribaltare la realtà di un Paese sempre più vecchio e per cui si prevede tra meno di vent’anni le famiglie con figli saranno poco meno del 26% e quelle con una sola persona saranno circa il 37%. Gli anziani tra trent’anni rappresenteranno circa il 35% della popolazione. Occorre, inoltre, che la rassegnazione sia sostituita dalla responsabilità collettiva cominciando a fare tabula rasa di una classe dirigente incapace di gestire finanche un condominio.

Occorre far entrare aria pulita espellendo quella malsana e incancrenita dei palazzi del potere, delle istituzioni dove maggiore è l’aria maleodorante, dove il sottobosco della peggiore politica tutto fa tranne che gli interessi della collettività. Una sana e rivoluzionaria progettualità per indicare un futuro che è già domani, per fermare aerei e treni della speranza dei giovani costretti a lasciare le loro terre, una diversa politica dell’accoglienza che non si riduca a mesi di prigionia e semplice assistenzialismo per tanti disperati, con sistemazioni dignitose e inserimento in progetti lavorativi, per fermare l’attuale mercato degli schiavi.

Rassegnazione e depressione sociale vanno sconfitte con una radicale trasformazione di un sistema non più sopportabile che, non ci stancheremo di ripetere, ha creato inaccettabili disuguaglianze che prima o poi presenteranno il conto. La misura è già abbondantemente colma.

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