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Attualità

Dal Festival di Fotografia Europea alla Bicocca: escludere la Russia è giusto?

Il Festival di Fotografia Europea è un festival culturale internazionale dedicato alla fotografia contemporanea creato nel 2006 e promosso dalla Fondazione Palazzo Magnani e dal Comune di Reggio Emilia. Punto di partenza è la fotografia come strumento per riflettere sulle complessità della contemporaneità seguendo la lezione del fotografo reggiano Luigi Ghirri, figura di spicco per il rinnovamento della fotografia nel secondo Novecento, il cui archivio è conservato in città. Il festival si svolge in diversi luoghi pubblici e privati, formali e informali, e si compone di un nucleo centrale di mostre, tra cui nuove produzioni commissionate ad hoc, dedicate a un tema specifico individuato ogni anno dal comitato scientifico. Alle mostre si affianca un ricco programma di eventi, conferenze, proiezioni, workshop, letture portfolio, spettacoli site specific.

Quest’anno il Festival di Fotografia Europea avrebbe dovuto essere ospitato dalla Russia ma, dopo gli ultimi terribili eventi che hanno visto Putin dichiarare guerra all’Ucraina, la Fondazione Palazzo Magnani e il Comune di Reggio Emilia hanno deciso di annullare la mostra Sentieri di ghiaccio e tutti gli eventi dedicati alla cultura russa.

La manifestazione, che avrebbe dovuto tenersi a Palazzo da Mosto, curata da Dimitri Ozerkov, direttore del Dipartimento di Arte Contemporanea del Museo Ermitage di San Pietroburgo, avrebbe accolto opere di Alexander Gronsky, Anaïs Chabeur, Olya Ivanova, Evgeny Khenkin, Anselm Kiefer, John Pepper e Dimitry Sirotrin. Nel comunicato ufficiale si legge: Stante la terribile guerra in atto, purtroppo non sussistono più le premesse e le condizioni per portare a termine il lungo lavoro dei mesi scorsi. L’arte e la cultura dovrebbero sempre costruire ponti e non innalzare muri; tuttavia, non possono ritirarsi in torri d’avorio: c’è un tempo per affermare con fermezza il diritto dei popoli a vivere in pace e un tempo per aprirsi al dialogo e al confronto, senza che violenza e morte siano invitate al tavolo.

La guerra sta ovviamente incidendo tantissimo anche sul mondo dell’arte. Un altro esempio eclatante è quello della Biennale di Venezia. Il padiglione russo – che aveva deciso di non aprire le porte al pubblico – ha confermato la sua non partecipazione alla manifestazione. Il curatore Raimundas Malašauskas ha anche rassegnato ufficialmente le dimissioni, un gesto di protesta che anche gli ospiti da lui scelti hanno appoggiato: «Sono grato e ammiro gli artisti russi Kirill Savchenkov e Alexandra Sukhareva. Nonostante questo, non posso portare avanti il lavoro, alla luce dell’invasione dell’Ucraina da parte dell’esercito della Russia. Questa guerra è insostenibile sia politicamente che emotivamente», ha dichiarato.

A tal proposito, la stessa Biennale gli ha espresso piena solidarietà per questo atto coraggioso e nobile, precisando di condividere le motivazioni che hanno portato a questa scelta, che drammaticamente raffigura la tragedia in cui si trova l’intera popolazione dell’Ucraina. La Biennale resta il luogo di incontro fra i popoli attraverso le arti e la cultura e condanna chi impedisce con la violenza il dialogo nel segno della pace.

Altra risposta durissima è arrivata in questi giorni anche dall’Hermitage di Amsterdam, la più grande filiale al mondo dell’Hermitage di San Pietroburgo, che, dopo trent’anni, ha interrotto le relazioni con il museo russo: Per molto tempo l’Hermitage di Amsterdam ha preso le distanze dagli sviluppi politici nella Russia di Putin. Dopotutto, la politica si concentra sulla realtà della vita quotidiana, mentre il nostro focus è sui tesori d’arte e su movimenti che attraversano secoli. […] Tuttavia, il recente attacco della Russia all’Ucraina rende non più sostenibile mantenere questa distanza. […]

Negli ultimi decenni, le collaborazioni con i colleghi russi sono state armoniose. Le divergenze di opinione si erano sempre rivelate colmabili. […] Con l’invasione dell’esercito russo in Ucraina, è stato attraversato un confine. La guerra distrugge tutto. Anche trent’anni di collaborazione. L’Hermitage Amsterdam non ha altra scelta. Come tutti, speriamo nella pace. Anche per i cambiamenti nel futuro della Russia che ci permetteranno di riallacciare i legami con l’Hermitage di San Pietroburgo. Ma è davvero questa la soluzione?

La guerra ha sempre scatenato reazioni diverse, come giusto che fosse. E spesso l’opinione pubblica si è scontrata – e ancora si scontra – con gli intellettuali, provocando (anche) reazioni emotive e incoerenti. Il caso sul corso dedicato a Dostoevskij, previsto all’Università Bicocca di Milano, ne è un ulteriore esempio: Trovo che quello che sta succedendo in Ucraina sia una cosa orribile e mi viene da piangere solo a pensarci. Ma quello che sta succedendo in Italia oggi, queste cose qua, sono ridicole: censurare un corso è ridicolo. Non solo essere un russo vivente è una colpa oggi in Italia, ma lo è anche essere un russo morto che, quando era vivo, nel 1849, è stato condannato a morte perché aveva letto una cosa proibita. Che un’università italiana proibisca un corso su un autore come Dostoevskij è una cosa che io non posso credere. Lo sfogo online dello scrittore Paolo Nori, chiamato a tenere le lezioni, ha alzato un polverone fatto di polemiche, odio e indignazione tale che, alla fine, il corso si terrà comunque, ma non senza strascichi.

Intanto, il Sindaco di Firenze, Dario Nardella, si è “rifiutato” di abbattere la statua di Dostoevskij, ma ha ben pensato di coprire la copia del David, presente in Piazza della Signoria, fino alla fine della guerra in Ucraina: un gesto che, a parte privare i cittadini e i turisti di ammirare l’opera, ci si chiede se abbia davvero senso.

Censurare la cultura russa è giusto? L’arte e la cultura più in generale dovrebbero appartenere a tutti, senza discriminazioni. Agendo in questo modo, invece, non si fa altro che isolare maggiormente quei russi che non condividono il pensiero e le azioni di Putin. E se la guerra, purtroppo, non guarda in faccia a nessuno, gli artisti e le istituzioni culturali in diverse parti del mondo stanno prendendo posizione schierandosi con l’Ucraina. Un gesto nobile che non fa sentire solo un popolo che sta soffrendo terribilmente. Eppure, quando si parla di cultura, di arte, si parla anche di libertà di espressione; cercare quindi di mettere a tacere la cultura russa, “cancellarla”, è un’azione davvero pericolosa e che è ben lontana dal messaggio che invece più le appartiene: la condivisione della conoscenza e la sua diffusione, affinché possa essere alla portata di tutti, senza distinzioni. Del resto, fin dai tempi antichi, la demonizzazione del nemico, la sua disumanizzazione, ha sempre preceduto ogni forma di violenza e conseguente guerra. Essere russi oggi è, dunque, una colpa?

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