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Lo Special Report dell’IPCC e quel pianeta che stiamo distruggendo

Vincenzo Villarosa di Vincenzo Villarosa
9 Novembre 2021
in Attualità
Tempo di lettura: 5 minuti
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Lo scorso 8 agosto è stato reso pubblico, a Ginevra, il Rapporto Speciale Climate Change and Land, redatto dall’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change), sul cambiamento climatico e il territorio e, soprattutto, sullo stato attuale e i rischi nel futuro prossimo per il degrado dell’ecosistema in atto sull’intero pianeta Terra.

Il territorio è una risorsa da salvaguardare, afferma in sintesi il report, attraverso una gestione sostenibile in grado di far fronte al fenomeno della desertificazione, di assicurare la sicurezza alimentare e contrastare gli effetti dannosi dei cambiamenti climatici. Per farlo, bisogna attuare – a livello locale e globale – le necessarie politiche pubbliche per ridurre, su tutte, le emissioni di gas a effetto serra prodotte dalle attività industriali e per contenere il global warming (riscaldamento globale) al di sotto dei 2° C, così come le governance mondiali hanno posto come obiettivo nell’Accordo di Parigi del 2015.

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L’IPCC è un’organizzazione intergovernativa di cui fanno parte 194 Paesi delle Nazioni Unite istituita, nel 1988, dalla UNEP (United Nations Environment Program) e dalla WMO (World Meteorological Organization). Al qualificato osservatorio collaborano più di 2mila scienziati che studiano e lavorano in tante aree del mondo cercando di riunire in una visione unitaria le conoscenze scientifiche sul cambiamento climatico e sugli effetti che ha sull’ambiente naturale e sulla vita sociale degli oltre 7 miliardi e mezzo di abitanti del pianeta.

Il Rapporto Speciale è stato preparato con i contributi di oltre 60 esperti di tutto il mondo, metà dei quali, come ha tenuto a precisare Hoesung Lee, Presidente dell’IPCC, provenienti dai cosiddetti Paesi in via di sviluppo, quelli più esposti, in effetti, ai rischi del surriscaldamento globale. L’aumento dei fenomeni estremi, come le piogge torrenziali e le alluvioni, la desertificazione di vasti territori e la siccità colpiscono il sistema economico e sociale in maniera devastante nei Paesi più poveri dell’Africa, dell’Asia e dell’America latina. Il fenomeno dei migranti climatici, inoltre, da tempo si sta sovrapponendo a quello dei migranti economici, con la possibilità che si scatenino sempre più conflitti interni alle nazioni e tra gli Stati per contendersi le scarse risorse esistenti.

I recenti episodi dell’ondata di calore da record nell’Artico, con gli incendi in Alaska e in Siberia che nemmeno l’intervento dell’esercito russo riesce a fermare, confermano che in vaste zone del globo si è creato un circolo vizioso perché durante i roghi vengono emessi milioni di tonnellate di anidride carbonica che vanno a rafforzare l’effetto serra e il surriscaldamento. Di conseguenza, aumentano le erosioni dei suoli e il degrado del permafrost – la superficie territoriale sempre ghiacciata –, gli approvvigionamenti idrici si riducono e crescono le difficoltà per la produzione, la distribuzione, il consumo e il costo del cibo. A tutto questo, bisogna opporre un circolo virtuoso, dichiarano gli esperti, considerando la terra come risorsa che svolge un ruolo centrale nei cambiamenti climatici e, quindi, promuovendo la generale sostenibilità del suo uso da parte delle comunità umane.

In tal modo, si potrà arrivare a un’inversione di tendenza sulla sicurezza alimentare, in termini di disponibilità, che riguarda la produzione, l’accesso, riferito al prezzo dei prodotti e alla capacità di ottenere cibo – soprattutto nelle aree più povere del mondo –, l’utilizzazione, che conferma la necessità di un cambiamento degli stili alimentari – una dieta più vegetale con minore consumo di carne –, e, infine, la stabilità, per eliminare gli sprechi dei prodotti che fanno aumentare indirettamente la quantità delle emissioni nocive, mettendo in pericolo la sicurezza della catena alimentare.

La gestione sostenibile delle terre – intensificando anche i processi di riforestazione e creando, con l’afforestazione, nuove e vaste zone piene di alberi – aumenterebbe, in breve, la capacità di resilienza delle comunità di fronte all’accadere degli eventi climatici estremi, proteggendo e rendendo più accessibili le fonti idriche e meno costose le risorse alimentari e riducendo le disuguaglianze economiche e sociali in molte regioni del sistema-mondo.

Un report prezioso, quello redatto dall’IPCC, ma le note dolenti, purtroppo, riguardano la capacità e la volontà delle varie governance al di là dei proclami “morali” assunti nelle numerose conferenze sui cambiamenti climatici – come è successo durante la Cop24 della prima metà di dicembre dell’anno scorso, a Katowice, in Polonia – di superare realmente gli egoismi individuali e il dominio del mondo politico e affaristico che sacrifica il benessere collettivo sull’altare del profitto e dirige, di fatto, il governo della cosa pubblica secondo gli interessi di alcuni gruppi societari.

Cosa dire, per esempio, sul disboscamento in atto in diverse zone della Foresta Amazzonica brasiliana, uno dei polmoni del pianeta, che gioca un ruolo centrale nel sistema climatico terrestre? La presidenza di Jair Bolsonaro è accusata, da scienziati e ambientalisti, di aver dato mano libera alle multinazionali che vogliono l’aumento della conversione della foresta pluviale amazzonica in territori da usare per l’agricoltura. Sono recenti, inoltre, le notizie sulle modifiche relative alle tutele della fauna, soprattutto quelle a rischio di estinzione, che l’amministrazione statunitense guidata dal Presidente Donald Trump sta per attuare. Secondo le organizzazioni ambientaliste, i provvedimenti di allentamento dei vincoli presenti nella legislazione, risalente agli anni Settanta del secolo scorso, costituirebbero una resa alle pretese dell’industria energetica e immobiliare statunitense.

Come abbiamo più volte citato, è noto che lo statista è colui che pensa alle future generazioni, mentre il politico è quello che pensa soltanto alle prossime elezioni. Per contenere il surriscaldamento globale entro i 2° C – ma forse anche 1.5° C, dicono alcuni scienziati allarmati dall’accelerazione del cambiamento climatico – c’è bisogno della responsabilità e dell’autonomia della politica, che sembrano, invece, mancare ai leader mondiali e al personale politico-amministrativo dei loro governi. Al colpevole silenzio dei governanti, quindi, deve contrapporsi la voce forte degli innocenti: gli uomini e le donne delle comunità del mondo, uniti dalla solidarietà che va oltre gli interessi personali e i confini dei potenti, in nome della salvaguardia della vita presente, del futuro delle prossime generazioni e della conservazione della casa comune chiamata Terra.

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