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Calenda divide PD e 5 Stelle, ma in Italia mai dire mai

Antonio Salzano di Antonio Salzano
21 Gennaio 2024
in AZETA di Antonio Salzano
Tempo di lettura: 4 minuti
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Mentre soffiano venti di guerra e l’Europa è al centro di un’imminente possibile catastrofe dagli sviluppi inimmaginabili, la politica di casa nostra continua come nulla fosse a prepararsi a una guerra dai risvolti più che prevedibili in vista delle elezioni che dovrebbero svolgersi nel 2023, salvo sconvolgimenti legati alla delicata situazione internazionale.

A tal proposito, ennesima occasione per accrescere la confusione nelle forze politiche è stato il primo congresso di Azione, creatura di Carlo Calenda, da tempo in cerca di una collocazione che trova una sponda nelle braccia larghe di Enrico Letta, probabilmente preoccupato di una precaria alleanza con il movimento pentastellato sempre più logorato da lotte interne e da una regia per niente occulta che fa capo al Ministro degli Esteri.

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«Sono sicuro che insieme faremo grandi cose per il futuro del nostro Paese, che insieme senza ambiguità vinceremo le politiche del 2023»: parola di Segretario dem che non più di cinque mesi fa assicurava che «Conte è un alleato del PD assolutamente imprescindibile e l’alleanza con il M5S è stretta e organica». Alleanza per niente prevedibile, invece, per il leader di Azione, da sempre contrario a ogni intesa con i pentastellati.

Un’inversione di rotta dopo le plateali figuracce in occasione dell’elezione del Capo dello Stato che ha messo a nudo tutta l’inconsistenza delle forze politiche in maniera trasversale o una presa di distanza in presenza della ennesima tempesta che attraversa il MoVimento, sempre con la spada di Damocle di una scissione che potrebbe colpire – tra gli altri – lo stesso PD nell’ipotesi di un partito dell’avvocato del popolo? Un alleato che potrebbe trasformarsi in un potenziale avversario. Meglio cautelarsi, quindi, guardando a Calenda e anche a quel Renzi abile rottamatore del Partito Democratico e del secondo governo Conte, oggi clone di un Berlusconi in guerra con i magistrati di Firenze per il caso Open.

Ma l’adattabilità a tutte le occasioni del PD di Enrico Letta è cosa arcinota non solo a livello nazionale ma, soprattutto, nelle realtà locali dove le alleanze strategiche per riconquistare Comuni e Regioni non hanno per nulla suscitato scandali o sorprese tra i fedelissimi dem che hanno digerito – come nel recente caso delle elezioni del Sindaco di Napoli – perfino gli apparentamenti con i Cesaro, i Mastella e i Cosentino di turno, cui va riconosciuta la vera vittoria del candidato Gaetano Manfredi, alleanza riproposta anche per le prossime elezioni per la Città Metropolitana.

Un trasformismo che, tuttavia, sarebbe ingiusto addebitare unicamente al Partito Democratico ancora in lista per soffiare il primato alla forza politica del 32% capace di perdere circa venti punti dopo poco più di tre anni, stando ai sondaggi ormai alquanto stabili e alle sconfitte nelle recenti competizioni elettorali che portano principalmente il nome di colui che impersona meglio di chiunque altro l’attaccamento al potere e l’adattabilità a tutti i ruoli, mantenendo ben saldi i fili del comando del movimento che potrebbero spezzarsi quanto prima, anche molto prima delle prossime politiche.

Questa precarietà dei 5 Stelle sembra averla ben recepita Enrico Letta e forse molto prima Carlo Calenda, che ha abbandonato il PD proprio per l’alleanza con quelli da lui sempre definiti inaffidabili. Ma la politica di casa nostra fondata sul mai dire mai potrebbe donarci altre sorprese, ritorni di fiamma e compromessi in nome della salvezza del Paese e apparentamenti anche con chi dell’inaffidabilità ha fatto sistema, come nel caso del filo-arabo Matteo Renzi.

Inutile girarci intorno: lo abbiamo più volte ripetuto con convinzione, il vuoto di tutte le componenti politiche, il potere come unico vero collante fuori da ogni logica ideologica, è la ragione dello stallo di un’Italia amministrata da decenni guardando all’oggi, senza mai proiettarla in un futuro che è già domani. E non basterà la bacchetta magica delle grandi risorse, di una grande ammucchiata e di un super Mario per portare il nostro Paese fuori dalle sabbie mobili. L’insofferenza dei giovani, repressa a suon di manganelli inutilizzati nelle piazze no vax e no mask manovrate dai soliti noti, l’ecatombe dei quotidiani incidenti sul lavoro, le vittime della malagiustizia, della sanità che urge centralizzare togliendo potere alle Regioni – in molti casi, veri centri di corruzione – richiedono una svolta che i partiti e i movimenti – che oggi si misurano con le problematiche reali – non sono in grado di portare avanti per incapacità e mancanza di volontà.

Non sono bastati trent’anni da Mani pulite a ridare forma e sostanza alle forze politiche crollate come castelli di sabbia e rialzatesi con la stessa logica perseguita per decenni e la stessa sete di potere, una corruzione ancora maggiore oltre che più sfacciata e arrogante come mai.

Fare appello a una sinistra sempre più astratta e autoreferenziale è pratica ormai inutile, anche in presenza di modesti e apprezzabili tentativi che non bastano a ricompattare ed entusiasmare larghe fette di un elettorato ormai smarrito che va a incrementare quel partito sempre più numeroso che alle elezioni preferisce andare al mare o in montagna.

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