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Il Fatto

Bucha, Kyiv, Borodyanka: la guerra è barbarie, anche in Ucraina

È un’esperienza strana, trovarsi sdraiati al buio ad ascoltare il ronzio di un calabrone che in ogni momento potrebbe pungerti fatalmente. È un rumore che interrompe il fluire caldo e continuo di un pensiero sulla pace. Eppure è un frastuono che costringe a concentrarsi sulla pace molto più di una preghiera o di un inno nazionale.

Quando Virginia Woolf scrisse il suo ultimo saggio era il 1940. In cielo, sulla sua casa, giovani uomini inglesi e tedeschi combattevano gli uni contro gli altri, quella sera, ma anche quella prima e quella prima ancora. Alle donne, invece, non era dato combattere né difendersi, e in una notte come quella l’unica cosa loro concessa era giacere inermi. Ma si può giacere inermi mentre il mondo fuori sta crollando? Si chiedeva, all’epoca, l’autrice britannica, immaginando un altro tipo di lotta, disarmata, che si esercita con il pensiero. Si può giacere inermi mentre il mondo fuori sta crollando? Ci chiediamo noi, oggi, mentre l’Europa si ritrova nuovamente a separare i corpi dalle macerie, la vita dalla morte, l’Ucraina dall’inferno.

È il 42esimo giorno di guerra. Anche stamattina a squarciare la luce morbida dell’alba è il suono antico delle sirene. Il corso degli eventi è impetuoso e incalzante. Trabocca dal fiume di parole pronunciate dagli altoparlanti e dai politici. Ogni giorno ci ricordano che siamo un popolo libero, in guerra per la libertà, e ciò avrebbe trascinato il giovane pilota a vorticare sospeso tra le nuvole. Da quaggiù, con un tetto sopra la testa e una maschera antigas sottomano, è nostro compito sgonfiare i palloni gonfiati e risalire alla fonte dei fatti. Tanto per cominciare, non è vero che siamo liberi. Stanotte, uomini e donne sono prigionieri – lui chiuso in una macchina davanti a un mitragliatore; lei al buio con accanto una maschera antigas. Se fossimo liberi saremmo all’aperto, a una festa, a teatro, o seduti vicino a una finestra a chiacchierare. Cosa lo impedisce? “Hitler!” gridano all’unisono gli altoparlanti. E chi è Hitler? E cosa rappresenta? Aggressività, tirannia, amore malato per il potere, espressi pubblicamente, ci spiegano. Distruggetelo, e sarete liberi.

Se al Führer sostituissimo il nome dello zar russo, il messaggio resterebbe lo stesso. Distruggetelo, e sarete liberi. Distruggetelo, e il mondo sarà un posto migliore. Si ripete più o meno questo sui giornali, in tv, sulle piattaforme online. Si disdegna la guerra con il suo stesso fervore, con la stessa violenza verbale che ne anela una altrettanto potente ma concreta, fisica, armata. Il dibattito ruota tutto intorno a un novello concetto di giustizia che non cerca dialogo, intermediazione, alcuna forma di domanda. O è guerra o è connivenza, sostengono coloro che non intendono ascoltare. O con Zelens’kyj o con Putin. Come se la scelta tra un Presidente o un altro significasse bramare la fine del popolo russo o di quello ucraino, come se fosse tutta – soltanto – una questione di trincea. Eppure, benché sia guerra, c’è nel mezzo qualcosa di più.

Mi sono chiesta spesso, da giornalista, se dovessi dire anche io la mia su questo conflitto. In realtà, continuo a chiedermelo anche adesso che sto cercando di mettere nero su bianco un concetto che trovo difficile esprimere senza sentire nella testa il ronzio di quel calabrone o le ingiurie che potrebbero piovermi addosso quando avrò messo un punto a questo scritto. Mi sono detta, mentre rimandavo il confronto con la pagina, che se in molti smettessimo di cercare per forza consenso e lasciassimo parlare chi davvero conosce, saremmo cittadini più consapevoli, meno indifferenti, più attenti. Le immagini di questi giorni, però, non mi lasciano tregua. E nemmeno le parole.

A Bucha, in Ucraina, è stato infranto il confine tra la guerra e la barbarie: titola così un recente articolo del Corriere della Sera. Un commento, più che un’analisi, secondo il quale ciò a cui stiamo assistendo dovrebbe togliere ogni alibi a chi in nome del pacifismo o di una neutralità ponziopilatesca suggerisce che non si faccia niente per fermare tutto questo. Non è la prima volta che il Corriere, così come la Repubblica e altri tra i più autorevoli (?) quotidiani italiani, punta il dito verso quanti rifiutano il conflitto e le modalità con cui l’Europa vi sta partecipando armando indiscriminatamente un Paese, e un popolo, eterogeneo e complesso senza troppe elucubrazioni.

A sfogliarli, questi giornali, è un costante invocare la guerra, cercare il sensazionalismo nella notizia, impietosire il lettore anziché informarlo, fornirgli gli strumenti storici e sociali per comprendere e farsi un’opinione. È tutto un tifo pericoloso, una caccia al nemico pacifista, un tentativo di decontestualizzazione e operazioni di dubbio gusto che si inseguono senza soluzione di continuità. L’Italia che ripudia la guerra è, nelle parole dei più svariati commentatori, pronta a lasciare che altri ne impugnino le armi, quelle che – tra i primi produttori al mondo – vende fiera e senza IVA.

È questo l’ultimo regalo alle lobby (e alla Leonardo) del governo dei migliori che – nel silenzio della stampa di cui sopra – ha votato lo stop alle accise e all’imposta sul valore aggiunto sulla vendita di armi in UE, come da direttiva internazionale. Un voto unanime (con il MoVimento 5 Stelle a opporsi) grazie al quale i beni e i servizi militari vengono forniti esentasse a un Paese membro dell’Unione Europea coinvolto in uno sforzo di difesa comunitaria.

In buona sostanza, attraverso questa operazione, le armi sono equiparate a un bene di prima necessità. Un vero e proprio incentivo, per le industrie militari che già gongolano, alla produzione di materiale bellico che richiama gli anni in cui Virginia Woolf scriveva i suoi pensieri di pace durante un’incursione aerea. La differenza è che, non potendo parlare apertamente di guerra – nel tentativo di aggirare la Costituzione – si preferisce la dicitura sforzo di difesa così che non sembri che a muovere il conflitto siamo noi, gli stessi che pubblicamente piangono i corpi carbonizzati lungo le strade di Bucha, ma ignorano quei tanti assiderati alle porte dell’Europa, lungo la rotta balcanica, o i troppi che hanno fatto del Mediterraneo un cimitero senza fiori. Eppure il sangue sa solo di sangue.

Stavolta, dicono, sentono la guerra più vicina, più di quei conflitti che, da decenni distruggono interi Paesi, uccidono persone, violentano bambini, li privano dell’ingenuità della loro infanzia nella più totale indifferenza. Così c’è discriminazione persino in questo: tra chi soffre per tutte le vittime del mondo e chi, invece, soffre per il popolo ucraino. In un articolo pubblicato su Mar dei Sargassi, si racconta la guerra come un concetto terribilmente barbarico. È così, in effetti, che viene comunemente percepita, come qualcosa di inaccettabile che un popolo evoluto non farebbe mai, qualcosa che può riguardare solo chi è diverso da noi, povero o ignorante, o semplicemente inferiore. Ma cosa succede quando non è così? Quando a iniziare o subire un conflitto è il nostro vicino di casa, qualcuno che (secondo l’ideale eurocentrico oggi in discussione) ci somiglia più di un altro? Esattamente ciò che stiamo riscontrando in queste drammatiche settimane.

A rispondere ai quesiti hanno pensato, ancora, alcuni giornalisti: «Non stiamo parlando di siriani in fuga dai bombardamenti, stiamo parlando di europei che fuggono, che ci somigliano, che fuggono in auto che somigliano alle nostre». «Bombardare l’Ucraina è un crimine perché a differenza dell’Iraq e dell’Afghanistan è un posto relativamente europeo e relativamente civile». Eccolo qui, spiegato in poche battute, il sentire comune: questa guerra è ingiusta – e va combattuta – perché ci somiglia. Seppur relativamente.

«È molto toccante, per me, perché vedo europei con gli occhi azzurri e i capelli biondi che vengono uccisi ogni giorno». «Per dirla senza mezzi termini, questi non sono rifugiati dalla Siria, sono rifugiati della vicina Ucraina. E, francamente, sono cristiani e bianchi, sono molto simili alle persone che vivono in Polonia». Non credo ci sia bisogno di aggiungere altro. Non credo di dover spiegare cos’è la Siria dopo dieci anni di conflitto o lo “scandalo” per il ritorno talebano in terra afghana. Non credo di dover ricordare come abbiamo ridotto l’Iraq quando cercavamo il fantasma di armi nucleari mai rinvenute. Non credo che qualcuno si sia mai chiesto se nel sottosuolo, a Kyiv, dove oggi vive gran parte della popolazione, riescano a infiltrarsi i calabroni.

Persino tra la guerra e la barbarie, tra la guerra e i crimini contro l’umanità c’è un confine, continua l’articolo del Corriere. Ma più ci ripenso e più mi chiedo qual è, se c’è, questo confine. Davvero ci stiamo raccontando che esiste una guerra che non generi brutalità, morte, violenza? Davvero ci stiamo convincendo che le città bombardate, le famiglie distrutte, la fame, la povertà siano meno barbare di un colpo secco? Davvero ci sembra meno bestiale il suono delle sirene che preannunciano la fine del mondo per come lo conosciamo? Davvero ci sembra meno disumana l’accoglienza a metà, la cernita dei profughi, la catalogazione di chi ci somiglia a scapito di chi, invece, ha una pelle diversa ma muore delle stesse bombe?

Certo che è barbarie uccidere i civili, certo che lo sono le fosse comuni o i morti innocenti. Ma siamo in guerra. Ed è la guerra a essere barbarie, a essere atrocità, a essere violenza e sopraffazione. È la guerra il crimine contro l’umanità. E se non avremo chiaro questo, sarà facile imporci altri conflitti, ritrovarci – come già facciamo – a combattere perché ci sembrerà la strada più facile o l’unica percorribile. Non è pacifismo, tantomeno ponziopilatismo, è farsi delle domande, è chiedersi quanto è labile – questo sì – il confine tra informazione di parte e disinformazione, tra istigazione alla guerra e liberazione, tra difesa e odio a prescindere. Non è la disobbedienza civile di Antigone, è clickbait, è il servilismo che non neghiamo mai allo zio Sam. Che, diciamolo, se ne non fosse coinvolto nella colonizzazione dell’Ucraina, nemmeno ne staremmo parlando.

Insomma, non è umanità quella che ci porta a sentirci ucraini, è la nostra piccolezza di esseri (dis)umani capaci di guardare soltanto a noi stessi, al nostro orticello ormai arido, è l’assenza di un’empatia che distingue la violenza ed è capace persino di trovarla giusta. È la prossimità del conflitto ad allarmarci, la paura che possa riguardarci prima che si trasformi in odio di quei disperati che, per forza di cose, stanno già bussando alle nostre porte. Non è angoscia per quelle vite bruciate. Ne abbiamo viste così tante, negli anni, che se ci avessero fatto davvero male, saremmo già impazziti da tempo. È la sensazione che quei volti, carbonizzati, sfigurati, martoriati, stavolta possano essere proprio i nostri.

Finché non pensiamo tanto intensamente alla pace da materializzarla, ci ritroveremo tutti – non questo singolo corpo in questo singolo letto, ma milioni di corpi non ancora nati – in un’unica tenebra con il medesimo ronzio mortifero sopra la testa.

Bucha, Kyiv, Borodyanka: la guerra è barbarie, anche in Ucraina
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