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L'opinione

“Brasiliana adottata”: quando il titolo discrimina i figli

Una donna giovane, rimproverata per una bottiglia di vino, impugna un coltello e ferisce il padre. Ne restiamo tutti colpiti e sconcertati, perché ci pare che un fatto così terribile vada a stravolgere le regole della natura e a toccare punti sensibili quali il rapporto tra i giovani e la violenza e le donne e l’aggressività, spesso relegata al mondo maschile. È stato intaccato il legame con il parente più stretto, insieme alla madre.

Onora il padre e la madre – dice il quarto comandamento – e noi, che i comandamenti li conosciamo a memoria, salvo quando ci fa comodo dimenticarcene qualcuno, rimaniamo inorriditi da tanta crudeltà. L’escalation di violenza che vive la società attuale è veramente preoccupante. Si avverte, soprattutto nei giovani, la mancanza completa di educazione alle emozioni: non conoscono nemmeno le emozioni primarie e non sanno riconoscerle a livello sensoriale, dunque non posseggono strumenti per gestire la rabbia, la vergogna e la paura. Se manca il controllo accade che, tra l’attivazione psicofisiologica, che si manifesta in situazioni di pericolo, e l’azione violenta, vi sia un passaggio diretto, senza il filtro della parte cognitiva del nostro cervello che permetterebbe di attuare strategie di mediazione (coping).

Ma ecco che il giornalismo, con un’intuizione infelice che crede, a suo modo, di essere chiarificatrice, rassicurante e riparatoria rispetto alla nostra angoscia, caratterizza subito il soggetto criminale con ciò che si trova sotto mano e gli pare possa essere una valida spiegazione per i propri lettori, nonché un titolo più intrigante. Si tratta di un extracomunitario, di un rom, di un ex detenuto, di uno a cui avevano diagnosticato una depressione. In questo caso, si tratta di una ragazza di ventiquattro anni, sulla quale, secondo chi ha scritto, pesava una duplice significativa ipoteca: era una brasiliana adottata.

Se le parole sono pietre, questi sono macigni che rotolano lungo i fianchi di una montagna d’amore, di speranza, di fiducia, costruita nel tempo da tutti coloro che l’adozione l’hanno vissuta, da genitori e da figli, per cadere nello stagno melmoso del pregiudizio dal quale si solleveranno mille schizzi che andranno a colpire chi vive questa situazione e, peggio ancora, chi si appresta a compiere il proprio percorso per realizzare il sogno di dare una famiglia a un bambino. «Vedi poi a cosa vai incontro? Ingratitudine, problemi psicologici e psichiatrici, situazioni ingestibili, ma chi te lo fa fare?». Il rischio enorme è che lo sguardo di accoglienza totale nei confronti del bambino si appanni, persino si disperda. E sarebbe gravissimo, soprattutto oggi che si parla di crisi delle adozioni, di fallimenti adottivi, di problemi dell’adolescenza. Perché fanno notizia.

Non come le migliaia di adozioni felici dove adottare significa scegliere di essere pienamente padri e madri di un figlio che non è nato in famiglia e di offrirgli le opportunità di accoglienza e di affetto che gli permetteranno di realizzarsi umanamente, secondo il percorso richiesto dal suo essere unico e irripetibile. Non come la realtà di ragazzi, giovani e adulti perfettamente integrati, che hanno con i genitori un legame profondo e indissolubile, che appare improprio andare a paragonare con altri tipi di figlità, ammesso che lo stesso termine possa assumere significati diversi. Un pregiudizio duro a morire che, ancora oggi, ha fatto indignare i figli che, loro malgrado, invece di sentirsi appellare per nome proprio, si ritrovano a condividere un aggettivo “qualificativo” che non sentono li qualifichi.

La rabbia, l’avversione, l’impulsività, la menzogna, l’attaccamento al denaro sono, purtroppo, sentimenti universali che inquinano la persona e i suoi rapporti con gli altri e sono alla base di ogni conflitto umano, da quelli con il vicino di casa alle tragedie che si consumano ogni giorno sotto gli occhi della gente comune che, spesso, condivide con quelli che entrano nella cronaca le stesse sensazioni, pur riuscendo a gestirle in modo migliore. Le variabili che ci rendono più o meno padroni di noi stessi sono talmente tante da non permettere alcun algoritmo che ci faccia prevedere un acting out. Ciascuno, secondo il suo personale modo di essere, e il contesto in cui si trova fa i conti in modo differente con quella che Jung definiva l’Ombra, molti secoli prima, il buddhismo indicava come i difetti fondamentali e lo stesso cristianesimo fa risalire al peccato originale, che ci rende tutti manchevoli e imperfetti.

Di fronte alla grandezza e alla vastità dell’essere umano, dei suoi infiniti modi di essere, e alla dilagante banalità del male, ci appare quantomeno fuorviante presentare la notizia in questo modo. E non è certamente la prima volta che accade e non sarà l’ultima. Sarebbe bastato a chi redige questo tipo di articoli cercare su Google come ho fatto io, e vi invito a fare, figlia accoltella il padre: vi assicuro che a metà pagina di un panorama di famiglie “normali”, tutte italiane e caratterizzate da legami biologici, vi sarete stancati di andare avanti.  Non possiamo tentare di enumerare, infatti, le molteplici e frequenti violenze perpetrate da figli biologici italiani sui genitori o viceversa: la cronaca purtroppo ne è piena e molti casi passano inosservati.

Racconta una triste e dolce leggenda che, dopo essere stata accoltellata dal figlio, la madre, vedendolo insanguinato gli chiese: «Ti sei fatto male figlio mio?». Era forse lo stesso figlio che voleva nascondere la sua finta laurea, oppure diventare ricco subito, senza aspettare l’agognata morte dei genitori, era il figlio drogato, alcolizzato, era bianco, nero, giallo, veniva dalla pancia o veniva da un altro luogo: questo la storia non ce lo racconta.

Contributo a cura di Emilia Rosati

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