• L’Anguilla
  • Viola
  • Margini
  • Lapis
    • Camera Chiara
  • Paprika
  • Ciak!
  • Billy
  • Bisturi
  • Archivio
    • Appuntamenti
    • Attualità
    • Cinema
    • Il Fatto
    • Interviste
    • L’opinione
    • Rubriche
    • Viaggi
    • Varie
Nessun risultato
Vedi tutti i risultati
Mar dei Sargassi
  • L’Anguilla
  • Viola
  • Margini
  • Lapis
    • Camera Chiara
  • Paprika
  • Ciak!
  • Billy
  • Bisturi
  • Archivio
    • Appuntamenti
    • Attualità
    • Cinema
    • Il Fatto
    • Interviste
    • L’opinione
    • Rubriche
    • Viaggi
    • Varie
Nessun risultato
Vedi tutti i risultati
Mar dei Sargassi
Nessun risultato
Vedi tutti i risultati

“Barre”: Kento ci racconta rap, sogni e segreti in un carcere minorile

Vincenzo Villarosa di Vincenzo Villarosa
3 Novembre 2021
in Billy
Tempo di lettura: 5 minuti
Share on FacebookShare on TwitterInvia su WhatsApp

Inizia un primo giovedì di settembre il ciclo di laboratori rap che Kento – pseudonimo di Francesco Carlo (Reggio Calabria, 1976) – conduce in un IPM, un istituto penale per minorenni. Il rapper calabrese ce lo racconta in Barre. Rap, sogni e segreti in un carcere minorile (minimum fax, 2021): uno straordinario diario di viaggio che raccoglie le esperienze maturate in più di dieci anni di laboratori di scrittura rap e poesia presso penitenziari per minori e comunità di recupero. Il programma consiste nell’insegnare come si scrivono strofe, ritornelli e punchline ai ragazzi del Treevventitré, i detenuti dai quattordici ai diciassette anni che gli appaiono, dai tatuaggi, dall’abbigliamento e soprattutto dagli atteggiamenti, già come dei rapper. E i ragazzi lo riconoscono e gli domandano: Ci fai sentire qualcosa di tuo? Francesco “Kento” Carlo, tuttavia, rifiuta da subito il ruolo dei tanti adulti che dicono loro cosa fare, che abbaiano ordini, senza spiegare l’obiettivo e come raggiungerlo.

Il rapper converserà con i suoi allievi sul rap, il mix e lo scratch del dj, i graffiti, la break dance: le quattro discipline che vengono indicate come costitutive dell’insieme chiamato hip-hop. Un fenomeno nato nel Bronx, il distretto della città di New York povero ed emarginato dal razzismo intollerante e violento del potere sociale ed economico. È in quei luoghi che dei ragazzi giovani come i minori affidati a Kento reinventano il canto, la musica, la danza e la pittura in modi completamente nuovi, che avranno un seguito sull’espressione artistica e più ampiamente culturale dei decenni futuri, in tutto il mondo.

Può interessartianche...

Il senso della vita attraverso una manciata di farfalle: “La sicurezza della nazione ungherese” di László Krasznahorkai

La famiglia Ardolento, la Guerra Civile e il realismo magico: Uclés come Márquez

“Sociopatica” di Patric Gagne: un memoir onesto e senza filtri

Ci saranno, inoltre, anche le basi musicali, gli audiovisivi e i consigli metodologici di supporto al lavoro laboratoriale. Ma nelle due ore settimanali passate insieme ai ragazzi ci sarà, soprattutto, il tentativo di offrire ai partecipanti le chiavi espressive, poi il resto lo faranno loro, con gli esercizi, gli sbagli e le emozioni che proveranno mettendosi alla prova. L’importante è quello che il maestro rapper ha definito il momento epifanico, grazie al quale il giovane allievo riuscirà a mettere su carta i propri pensieri, perché il rap è l’unico strumento col quale loro riescono a tirare fuori la fragilità, le debolezze.

Dagli anni Novanta del secolo scorso, anche il rap è diventato mainstream, tendenza dominante nella musica e nell’arte, fedele specchio dei cambiamenti sociali e politici e, in effetti, di una globalizzazione che tutto fagocita e rivende in forma di merce. Per l’autore, tuttavia, ciò che conta è la persistente dimensione folk-popolare del rap e la possibilità di usarlo per generare l’ascolto critico dei ragazzi. E per contrastare, infine, nei modi dell’espressione artistica, quei sensi di colpa e di inadeguatezza che accompagnano le loro giovani vite e li portano alla violenza e, sempre più spesso, all’autolesionismo.

Nel rispetto delle norme legislative che tutelano i veri nomi e i dettagli della vita privata dei minorenni di cui si racconta, Barre – titolo che rimanda alla denominazione dei versi di una strofa rap – ci trasporta nel microcosmo sociale del carcere minorile, dove vengono descritte, in una mirabile sintesi narrativa, le storie di vita dei ragazzi che hanno scelto volontariamente di partecipare al laboratorio e il solido mestiere della loro guida, un rapper che conta dieci dischi e oltre mille concerti in carriera. E l’ambiente, infine, nel quale si muovono le esistenze dei giovani protagonisti.

L’autore ci fa conoscere i minori, tra cronaca degli accadimenti e adesione empatica alle espressioni creative, e perfino ai loro silenzi. Ed ecco il guerriero tranquillo Adrian e il rapper provetto Sam. Poi, il giovane Hicham, che in Italia, come primo tetto, ha avuto in sorte quello di una cella, ma scrive Tutto ciò che sono stato / non lo racconta il mio reato. La vivacità di Abdou, inoltre, viene descritta da Kento come la candela che brucia a entrambe le estremità. Ad appena trenta metri di distanza dalle celle dei giovani detenuti, inoltre, c’è il Treeddiciassette, la sezione detentiva femminile, separata da sbarre e recinzioni. Eppure, con le figure appena intraviste, i piccoli rapper riescono a intrecciare storie degne di un romanzo rosa. Le ragazze non sono ammesse al laboratorio, ma Layla, grazie a una maestra d’arte, riuscirà a far avere a Kento i suoi testi. Ai complimenti del rapper, comunque, risponderà: Tanto a che serve?

Ogni tanto, tra il ritmo avvincente della narrazione, Francesco Carlo ci propone qualche riflessione teorica. Più che altro per farci riflettere sulle contraddizioni, ad esempio, tra la teoria del deficit – a chi compie il reato mancano soldi, educazione e gli strumenti culturali e il carcere può colmare queste lacune – e la teoria della minore preferibilità, che vuole il penitenziario come un luogo peggiore della normale vita societaria, perché così servirà da deterrente per non far commettere reati. Sarebbe meglio, forse, applicare la teoria della giustizia riparativa, che sposta l’attenzione sulla vittima del crimine, cercando di promuovere un’attività di riparazione, curata dall’autore del reato.

Tra le teorie sulla devianza e le pratiche reali del mondo carcerario, l’esperienza conferma, purtroppo, che l’approccio afflittivo o retributivo della pena prevale su quello riabilitativo per tutti i detenuti in generale e, in maniera più dolorosa, per i più giovani. La riflessione di fondo che pervade l’intero libro è quella sulla cultura classista presente all’interno del sistema della giustizia minorile italiana, che è un riflesso sottosistemico, in fin dei conti, della forbice sempre più ampia che esiste tra i pochi detentori del potere socio-economico e culturale del mondo globale e le masse di cittadini senza potere, tra i quali ci sono gli invisibili, gli ultimi nella scala sociale, che sono addirittura indicati come “colpevoli” della condizione sociale ed esistenziale nella quale sono nati e cresciuti.

La lettura di Barre dona a noi lettori una maggiore e più articolata consapevolezza sul mondo dei minori detenuti, che spesso, sono gli ultimi tra gli ultimi, per le carenze materiali e degli strumenti culturali di base di cui soffrono nel loro cammino di esseri umani. Il “rap carcerario”, la poesia performativa e la slam poetry usati dal maestro rapper cercano di dare espressione alla creatività repressa dalla disperazione dei giovani detenuti, intorno ai temi della solitudine, della famiglia, dell’amore, del rispetto e di una vita autentica. Il testo di Francesco “Kento” Carlo, in tal senso, è esso stesso, di fatto, uno struggente canto d’amore per la giustizia e la libertà.

Prec.

La vergogna di Zingaretti e di un partito che non ne conosce

Succ.

Fuori Arcuri, dentro Figliuolo: da Invitalia all’esercito, che aria tira?

Vincenzo Villarosa

Vincenzo Villarosa

Articoli Correlati

László Krasznahorkai
Billy

Il senso della vita attraverso una manciata di farfalle: “La sicurezza della nazione ungherese” di László Krasznahorkai

13 Agosto 2026

l’altro compito principale del Museo Ungherese di Scienze Naturali: far conoscere alla popolazione ungherese l’infinita ricchezza della natura, e purtuttavia non bisogna mai essere del tutto soddisfatti dell’operato svolto, affermò, poiché - come avrebbero convenuto tutti i presenti -...

uclés
Billy

La famiglia Ardolento, la Guerra Civile e il realismo magico: Uclés come Márquez

7 Agosto 2026

«A quante case siamo?» «Distrutte o vuote?» «Vuote». «In tutta la penisola o in una regione specifica?» «Nella penisola». «Mi mancano i dati di Bilbao. A quanto pare, tutte le sue case sono rimaste orfane». «Hai una stima approssimativa?»...

sociopatica
Billy

“Sociopatica” di Patric Gagne: un memoir onesto e senza filtri

29 Luglio 2026

Tutto quello che leggevo indicava che ero una sociopatica. Mi mancava l’empatia, mentivo senza problemi, ero capace di commettere azioni violente senza provare rimorso, mi veniva facile manipolare, ero superficialmente affascinante, commettevo azioni criminali, faticavo a connettermi alle emozioni,...

spettro urbano
Billy

“Spettro urbano”: la non-guida che ci porta in una Tokyo inedita

24 Luglio 2026

Ma Ginza non vive soltanto di giorno. Quando il sole comincia a scendere, qualcosa cambia nella temperatura del quartiere. È l’ora in cui i turisti si fanno più rari, e inizia a uscire la folla dei salaryman, uomini in...

Succ.
arcuri

Fuori Arcuri, dentro Figliuolo: da Invitalia all’esercito, che aria tira?

Lascia un commento Annulla risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

I più letti del mese

  • Amparo Dávila

    Amparo Dávila: la maestra del cuento che imbrigliò la paura

    751 shares
    Share 300 Tweet 188
  • Le ville di Napoli: Posillipo tra ricchi stranieri e alta borghesia (3° parte)

    505 shares
    Share 202 Tweet 126
  • “Sociopatica” di Patric Gagne: un memoir onesto e senza filtri

    305 shares
    Share 122 Tweet 76
  • Simboli nascosti: la Cappella Sansevero e il tempio massonico X

    668 shares
    Share 267 Tweet 167
  • La “società conviviale” di Ivan Illich

    351 shares
    Share 140 Tweet 88
  • Chi siamo
  • Contatti
  • Privacy policy

Direttore: Alessandro Campaiola

Registrazione al Tribunale di Napoli – Autorizzazione n. 35 del 15/09/2017

Le foto presenti in MarDeiSargassi.it sono reperite su internet, pertanto considerate di pubblico dominio.
Qualora il proprietario di una o più di queste dovesse ritenere illecito il suddetto utilizzo, non esiti a contattare la redazione affinché possano essere rimosse

Iscriviti alla nostra newsletter.

© Copyright 2024 Mar Dei Sargassi | All Right Reserved
Nessun risultato
Vedi tutti i risultati
  • L’Anguilla
  • Viola
  • Margini
  • Lapis
    • Camera Chiara
  • Paprika
  • Ciak!
  • Billy
  • Bisturi
  • Archivio
    • Appuntamenti
    • Attualità
    • Cinema
    • Il Fatto
    • Interviste
    • L’opinione
    • Rubriche
    • Viaggi
    • Varie