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“Barre”: Kento ci racconta rap, sogni e segreti in un carcere minorile

Inizia un primo giovedì di settembre il ciclo di laboratori rap che Kento – pseudonimo di Francesco Carlo (Reggio Calabria, 1976) – conduce in un IPM, un istituto penale per minorenni. Il rapper calabrese ce lo racconta in Barre. Rap, sogni e segreti in un carcere minorile (minimum fax, 2021): uno straordinario diario di viaggio che raccoglie le esperienze maturate in più di dieci anni di laboratori di scrittura rap e poesia presso penitenziari per minori e comunità di recupero. Il programma consiste nell’insegnare come si scrivono strofe, ritornelli e punchline ai ragazzi del Treevventitréi detenuti dai quattordici ai diciassette anni che gli appaiono, dai tatuaggi, dall’abbigliamento e soprattutto dagli atteggiamenti, già come dei rapper. E i ragazzi lo riconoscono e gli domandano: Ci fai sentire qualcosa di tuo? Francesco “Kento” Carlo, tuttavia, rifiuta da subito il ruolo dei tanti adulti che dicono loro cosa fare, che abbaiano ordini, senza spiegare l’obiettivo e come raggiungerlo.

Il rapper converserà con i suoi allievi sul rap, il mix e lo scratch del dj, i graffiti, la break dance: le quattro discipline che vengono indicate come costitutive dell’insieme chiamato hip-hop. Un fenomeno nato nel Bronx, il distretto della città di New York povero ed emarginato dal razzismo intollerante e violento del potere sociale ed economico. È in quei luoghi che dei ragazzi giovani come i minori affidati a Kento reinventano il canto, la musica, la danza e la pittura in modi completamente nuovi, che avranno un seguito sull’espressione artistica e più ampiamente culturale dei decenni futuri, in tutto il mondo.

Ci saranno, inoltre, anche le basi musicali, gli audiovisivi e i consigli metodologici di supporto al lavoro laboratoriale. Ma nelle due ore settimanali passate insieme ai ragazzi ci sarà, soprattutto, il tentativo di offrire ai partecipanti le chiavi espressive, poi il resto lo faranno loro, con gli esercizi, gli sbagli e le emozioni che proveranno mettendosi alla prova. L’importante è quello che il maestro rapper ha definito il momento epifanico, grazie al quale il giovane allievo riuscirà a mettere su carta i propri pensieri, perché il rap è l’unico strumento col quale loro riescono a tirare fuori la fragilità, le debolezze.

Dagli anni Novanta del secolo scorso, anche il rap è diventato mainstream, tendenza dominante nella musica e nell’arte, fedele specchio dei cambiamenti sociali e politici e, in effetti, di una globalizzazione che tutto fagocita e rivende in forma di merce. Per l’autore, tuttavia, ciò che conta è la persistente dimensione folk-popolare del rap e la possibilità di usarlo per generare l’ascolto critico dei ragazzi. E per contrastare, infine, nei modi dell’espressione artistica, quei sensi di colpa e di inadeguatezza che accompagnano le loro giovani vite e li portano alla violenza e, sempre più spesso, all’autolesionismo.

Nel rispetto delle norme legislative che tutelano i veri nomi e i dettagli della vita privata dei minorenni di cui si racconta, Barre – titolo che rimanda alla denominazione dei versi di una strofa rap – ci trasporta nel microcosmo sociale del carcere minorile, dove vengono descritte, in una mirabile sintesi narrativa, le storie di vita dei ragazzi che hanno scelto volontariamente di partecipare al laboratorio e il solido mestiere della loro guida, un rapper che conta dieci dischi e oltre mille concerti in carriera. E l’ambiente, infine, nel quale si muovono le esistenze dei giovani protagonisti.

L’autore ci fa conoscere i minori, tra cronaca degli accadimenti e adesione empatica alle espressioni creative, e perfino ai loro silenzi. Ed ecco il guerriero tranquillo Adrian e il rapper provetto Sam. Poi, il giovane Hicham, che in Italia, come primo tetto, ha avuto in sorte quello di una cella, ma scrive Tutto ciò che sono stato / non lo racconta il mio reato. La vivacità di Abdou, inoltre, viene descritta da Kento come la candela che brucia a entrambe le estremità. Ad appena trenta metri di distanza dalle celle dei giovani detenuti, inoltre, c’è il Treeddiciassette, la sezione detentiva femminile, separata da sbarre e recinzioni. Eppure, con le figure appena intraviste, i piccoli rapper riescono a intrecciare storie degne di un romanzo rosa. Le ragazze non sono ammesse al laboratorio, ma Layla, grazie a una maestra d’arte, riuscirà a far avere a Kento i suoi testi. Ai complimenti del rapper, comunque, risponderà: Tanto a che serve?

Ogni tanto, tra il ritmo avvincente della narrazione, Francesco Carlo ci propone qualche riflessione teorica. Più che altro per farci riflettere sulle contraddizioni, ad esempio, tra la teoria del deficit – a chi compie il reato mancano soldi, educazione e gli strumenti culturali e il carcere può colmare queste lacune – e la teoria della minore preferibilità, che vuole il penitenziario come un luogo peggiore della normale vita societaria, perché così servirà da deterrente per non far commettere reati. Sarebbe meglio, forse, applicare la teoria della giustizia riparativa, che sposta l’attenzione sulla vittima del crimine, cercando di promuovere un’attività di riparazione, curata dall’autore del reato.

Tra le teorie sulla devianza e le pratiche reali del mondo carcerario, l’esperienza conferma, purtroppo, che l’approccio afflittivo o retributivo della pena prevale su quello riabilitativo per tutti i detenuti in generale e, in maniera più dolorosa, per i più giovani. La riflessione di fondo che pervade l’intero libro è quella sulla cultura classista presente all’interno del sistema della giustizia minorile italiana, che è un riflesso sottosistemico, in fin dei conti, della forbice sempre più ampia che esiste tra i pochi detentori del potere socio-economico e culturale del mondo globale e le masse di cittadini senza potere, tra i quali ci sono gli invisibili, gli ultimi nella scala sociale, che sono addirittura indicati come “colpevoli” della condizione sociale ed esistenziale nella quale sono nati e cresciuti.

La lettura di Barre dona a noi lettori una maggiore e più articolata consapevolezza sul mondo dei minori detenuti, che spesso, sono gli ultimi tra gli ultimi, per le carenze materiali e degli strumenti culturali di base di cui soffrono nel loro cammino di esseri umani. Il “rap carcerario”, la poesia performativa e la slam poetry usati dal maestro rapper cercano di dare espressione alla creatività repressa dalla disperazione dei giovani detenuti, intorno ai temi della solitudine, della famiglia, dell’amore, del rispetto e di una vita autentica. Il testo di Francesco “Kento” Carlo, in tal senso, è esso stesso, di fatto, uno struggente canto d’amore per la giustizia e la libertà.

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