Aboubakar Souhmahoro
Il Fatto

Aboubakar Soumahoro: l’inizio di un caso o la fine di un sogno?

Sogno che le persone invisibilizzate e dimenticate (che conoscono l’usura del duro lavoro, il logoramento della povertà assoluta e l’umiliazione delle leggi discriminanti) possano ambire ad arrivare al timone del nostro Paese per legiferare in favore della giustizia sociale e ambientale. La favola di Aboubakar Soumahoro in Parlamento si apre così, con un sogno che viene da lontano. È il mese di agosto, la prima campagna elettorale estiva, Nicola Fratoianni annuncia la candidatura del noto attivista sindacale tra le fila dell’Alleanza Verdi e Sinistra, il simbolo con cui Europa Verde e Sinistra Italiana si presenteranno alle urne il prossimo 25 settembre.

Fino a questo momento, di Aboubakar Soumahoro conosciamo la dialettica, la competenza, la lotta al caporalato a tutela dei lavoratori sfruttati nella filiera agricola. Così, all’annuncio di Fratoianni, la domanda sorge spontanea: perché? Da vent’anni attivista sociale e sindacale, Aboubakar difende gli ultimi, i senza voce, gli invisibilizzati il cui grido di dolore vuole trasformare in un inno alla felicità. Ma quando mai – ci chiediamo – gli schiavi hanno solidarizzato con il padrone? I nullatenenti mangiato al tavolo dei banchieri?

L’Alleanza Verdi e Sinistra si presenta alle elezioni al fianco del PD di Enrico Letta, il partito dell’agenda Draghi, l’unico che la rivendica. Il partito che è l’espressione italiana dell’establishment e della BCE, la prima casa di Renzi e del Jobs Act, dell’abolizione dell’articolo 18 e dello smantellamento dello Statuto dei Lavoratori. Dunque, cosa ha in comune con Aboubakar Soumahoro? Nulla. Nulla che abbia a che fare con le sue battaglie, con la sua condanna nei confronti dei poteri forti che schiacciano, come sempre, i più deboli, i fragili, gli invisibili.

C’è, poi, il tema dei migranti, anch’esso uno dei più cari ad Aboubakar che, spesso, ha urlato al diritto mancato e ora si ritrova a dialogare con gli stessi che hanno siglato – e tacitamente confermato, a più riprese – il Memorandum con la Libia e istituzionalizzato i CPR. Quale possa essere lo spazio politico, la prospettiva, quali i contenuti per cui chi non ha voce debba sentirsi rappresentato da una simile alleanza si fa fatica a comprendere. Come possono le periferie diventare centro solo perché uno dei piccoli è stato invitato al tavolo dei grandi? Mi chiedo in un articolo che scrivo in quei giorni sul tema. E qui, forse, compio un errore.

All’epoca, non so ancora che Aboubakar Soumahoro non è – o non è soltanto – quello che sembra. Manca un mese al Natale, infatti, quando i principali quotidiani nazionali scoperchiano quello che si scopre presto un vaso di Pandora: la Procura di Latina ha aperto un’indagine. Sotto accusa vi è la gestione contabile e il ritardo dei pagamenti di alcuni dipendenti di due cooperative, la Karibu e il Consorzio Aid, che si occupano di servizi di accoglienza e integrazione di richiedenti asilo, rifugiati e immigrati. Una situazione nuova per tanti, nota per troppi. Al centro dello scandalo due nomi che valgono una testa: quella di Aboubakar Soumahoro.

Marie Thérèse Mukamitsindo e Liliane Murekatete sono, rispettivamente, la suocera e la compagna del neodeputato, due delle sei persone intorno alle quali verte l’inchiesta della magistratura. I reati ipotizzati sono legati a presunte false fatturazioni, a malversazione (il reato di chi distrae dalla sua destinazione fondi pubblici e sovvenzioni), a distruzione e occultamento di documentazione contabile, a dipendenti sottopagati o mai pagati, a lavoratori non contrattualizzati – quindi a nero –, a stipendi che, invece, ai vertici non sono mai mancati. A far scattare l’allarme sono proprio le denunce di alcuni dipendenti costretti a dimettersi per giusta causa perché non percepiscono retribuzione da diciotto o addirittura ventidue mesi. Lavoratori sollecitati, in taluni casi, a produrre fatture presso soggetti esterni, quindi false, per un totale di quasi mezzo milione di euro.

Mentre i dipendenti non vedono un centesimo, però, lo stile di vita della dirigenza si fa decisamente troppo alto per il lavoro svolto: dalle foto stilose agli alberghi di lusso, più di qualcosa non torna. Sotto la lente di ingrandimento finiscono, dunque, anche i bandi pubblici vinti nell’ultimo decennio dalle due cooperative. Come scrive Il Fatto Quotidiano, tra il 2019 e il 2021 la Presidenza del Consiglio dei Ministri assegna 473mila euro per l’assistenza ai rifugiati della provincia di Latina (progetto Koala), fondi provenienti dall’8 per mille che vedono Karibu seconda in graduatoria. La stessa cooperativa, dal 2013 al 2020, vince bandi per 62 milioni di euro. La Guardia di Finanza sospetta che parte delle liquidità sia finita sui conti correnti, anche esteri, della famiglia di Mukamitsindo, che in Africa apre resort. Come può, altrimenti, trovarsi così in difficoltà da non poter pagare gli stipendi?

C’è, però, anche dell’altro e riguarda le condizioni in cui Karibu ospita i migranti. Allo scoppio della bomba l’ex senatrice Elena Fattori dichiara di aver messo piede in cooperativa: «Non sapevo nemmeno che fosse tenuta dalla suocera di Soumahoro, me lo ha detto lei quando mi ha accompagnato nella visita. Era sporca, fatiscente, c’era la muffa, mi dissero che la caldaia funzionava male. Ne ho viste tante di strutture ma quella è la peggiore, in mezzo al nulla com’era. Per questo segnalai la struttura anche al Sottosegretario all’Interno Gaetti». Fattori parla di pavimenti divelti, sporcizia, di cibo che viaggia da una finestra all’altra, di carenza di acqua e molto altro. «La dirigenza di Sinistra Italiana sapeva, li avevo avvisati io». Perché, allora, nessuno ha fatto niente? Perché, allora, si è alimentato il sogno Aboubakar se poggiava sulle sabbie mobili?

Soumahoro, vogliamo sottolinearlo, non è indagato. Non c’è, a oggi, alcun suo coinvolgimento ufficiale nella vicenda, tuttavia pensare che non sapesse, che non potesse immaginare, suona alquanto offensivo, troppo facile da perdonare. A chi gli chiede dove fosse, l’ex sindacalista risponde che era nei luoghi dove bisogna combattere per il diritto altrui. Racconta dell’encomio che proprio la cooperativa della suocera ha ricevuto alcuni anni or sono dai più importanti quotidiani e non solo come realtà virtuosa, espressione della buona impresa. Quando messo alle strette ammette di essere a conoscenza degli stipendi mancanti, comunica di aver creduto alla versione propinatagli a casa: colpa dei ritardi dei pagamenti della Pubblica Amministrazione. Probabile. Ma il resto?

Non è questo luogo di sentenza, ma di dubbio sì. Perché se è vero che, come ha sostenuto la stessa Fattori, «sono storie che riguardano la sua famiglia. Se andassimo a vedere tutti gli scheletri nell’armadio dei parlamentari si dovrebbe dimettere mezzo Parlamento», è pur vero che Aboubakar è sempre stato personaggio mediatico, che il silenzio, per lui, non è mai stato una scelta, almeno quando si è trattato di altri. Partiamo dagli albori: perché, prima di candidarsi o durante una delle tante battaglie in piazza, l’ex sindacalista non ha dichiarato che la sua famiglia gestiva un centro di accoglienza? Come ha potuto pensare che non fosse un’informazione importante da dare all’opinione pubblica? Quella gestione data una ventina di anni, la sua compagna l’ha conosciuta nel 2018. Insomma, avremmo dovuto sapere. Avremmo dovuto sapere che, come dice, si è macchiato di leggerezza. Perché in molti hanno scelto di affidargli la propria esistenza.

È difficile credere che non sapesse di una certa discrepanza tra i suoi valori e la vita ostentata dalla sua compagna o dalla famiglia di lei. Aboubakar migrante, bracciante, muratore, zappatore, benzinaio. Aboubakar che fa lo sciopero della fame e della sete di fronte a Montecitorio. Aboubakar che entra in Parlamento con gli stivali di chi lavora la terra e in quella terra muore perché schiavizzato. Aboubakar che accende un mutuo per comprare casa, pur essendo nullatenente o poco più, e desta mille sospetti. Aboubakar che ex colleghi della Lega Braccianti accusano di non aver rendicontato una parte dei fondi raccolti in piena pandemia per assistere i più fragili. Aboubakar così tagliente nel giudizio altrui ma così debole nella ricerca di questa verità. Dov’è la fiamma che ne accendeva lo sguardo al fianco degli operai, dei migranti, dei senza voce?

Autosospesosi da Alleanza Verdi e Sinistra – che tace, pur sapendo – l’ex sindacalista passa in questi giorni al Gruppo Misto: «Sono stato eletto per una missione: dare una rappresentanza ai diseredati, ai senza casa, ai precari, discriminati, braccianti, zappatori, riders, pendolari, le persone che ho in incontrato stamattina alle sei su un autobus di linea. Non mi dimetto da parlamentare perché li rappresento». Ma è davvero così? Dopo tante scelte sbagliate, sul suo sito è comparso un dossier che ne racconta la versione dei fatti, ma non basta. A mancare è la rabbia, da parte sua, di uomo ferito, di parlamentare tradito, di sindacalista fallito. Ma anche la rabbia di chi lo ha eletto e riesce a trovare scusanti che non troverebbe nella controparte.

Soumahoro non è il primo e non sarà l’ultimo politico legato a qualche scandalo, ma è il primo che a sua difesa usa la differenza di melanina. Le parole sono importanti e lui sa come usarle. Ecco che, allora, l’Aboubakar che abbiamo conosciuto in questi anni meritava, forse, un racconto diverso, soprattutto lo meritava chi in lui ha creduto e si è rivisto perché ne conosceva solo una versione. La retorica pesa e pure la rettitudine morale. E se, sulla seconda, non si può – allo stato attuale – dire molto, sulla prima piove tanta delusione. Come nel più classico gioco delle parti, piove anche violenza per mano di chi non vedeva l’ora di svelare il trucco di una favola che poteva essere dannosa, un assist perfetto agli invisibilizzati finalmente visibili.

«Sono portatore di istanze scomode, di disagio, della richiesta di cittadinanza per milioni di bambini nati in questo Paese. Delle battaglie di chi rischia la vita per guadagnare dieci euro. Di chi sta in quelle discariche sociali che sono le carceri italiane, gironi di dannati spesso ignari di come ci siano finiti dentro… Se sommiamo a questo la mia condizione di partenza, capisco di risultare un corpo estraneo. Ma chiedo che queste battaglie trovino respiro nella vita politica».

Proprio perché lo chiediamo anche noi, a gran voce, vorremmo che venisse fuori la verità, capire se siamo all’inizio di un caso o alla fine di un sogno. Vorremmo che a pagare non fossero, ancora, tutti quelli che portano avanti le lotte che lui ha rappresentato. Perché sono loro il vero bersaglio dell’accanimento su Soumahoro. Sono loro il motivo per cui è importante legarsi alle battaglie, ai valori, alle idee e non ai personaggi. Meno eroi e più contenuti, ché se i primi cadono, i secondi restano. Per questo, come ha detto Diego Bianchi, a parlare di Aboubakar «non siamo in imbarazzo, siamo incazzati». E dovrebbe esserlo pure lui.

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