L'opinione

Il napoletano scritto e parlato: regole di una lingua viva

Chi segue le vicende culturali e sociali di Napoli avrà notato, lo scorso 12 gennaio, un evento di assoluto rilievo che costituisce un unicum nella storia del giornalismo: il direttore de Il Mattino, Federico Monga, torinese, ha chiesto a Pietro Gargano, anch’egli giornalista e curatore di una monumentale Storia della canzone napoletana, un articolo di fondo in lingua partenopea, da ripetersi in alcune puntate. L’evento è molto importante per intuibili motivi, anche identitari, che hanno una ricaduta sui comportamenti se, beninteso, si uscirà fuori dall’aiuola della napolitudine. Per quanto mi riguarda, ho fatto scorrerie nei territori di varie lingue, non ufficiali, estreme, da finisterrae, e non sono un cultore del napoletano, che considero una lingua teatrale, come lo è per la musica il portoghese-brasiliano. Quando ascolto per strada il dialetto, appizzo le orecchie, attento al parlato perché si tratta di una lingua fortemente orale. Sto per pubblicare in forma di libro d’arte, su sollecitazione dell’editore (IL LABORATORIO/le edizioni), la seconda ristampa, con varianti, di un lungo testo in napoletano, Sebeto, e sono riandato con la memoria ai numerosi problemi (un mar dei sargassi) che un neofita partenopeo incontra nell’approcciare allo studio della sua lingua materna. Desidero, pertanto, dare un mio, molto personale ma non aleatorio, contributo al napoletano parlato-scritto, ringraziando per l’ospitalità Antonio Salzano, autore, nel 1980, di un cospicuo dizionario napoletano-italiano e viceversa, con allegato rimario.

Alcuni suggerimenti per una grafia non dolente

Caro parlante napoletano, quando ti accingi a volerne sapere di più sulla tua lingua (e non dimenticare che ogni lingua appartiene esclusivamente a chi la parla) occorre distinguere almeno tre aree: quella dei filologi e degli studiosi di grammatica storica con forte approccio etimologico, quella dei poeti e quella di chi la parla tutti i giorni al solo scopo di comunicare (cioè tu). Noterai in merito una grande confusione: il filologo si traveste da poeta e, peggio, il poeta ambisce a fare il filologo, ed entrambi, inconsapevolmente, si spera, vorrebbero imporre le proprie scelte al verdummaro o all’impiegato che, fermo nel traffico, bestemmia in napoletano purissimo e ipercorretto. I problemi relativi al come si scrive il dialetto non sono diversi da quelli che si incontrano per tutti gli altri idiomi, comprese le circa 40 lingue letterarie parlate in Italia, al riguardo ricchissima. L’unico vero problema è mettersi d’accordo sul come, prestando attenzione al parlato di oggi, consapevoli che le lingue sono viventi, che si trasformano. E, comunque, i problemi che incontrerai, già li incontrò Dante prima di te e li espose, secondo la cultura e il metodo della sua epoca, nel De Vulgari Eloquentia.

Quando dal centro storico ti trasferisci sul Vesuvio, certamente noti una differenza di pronuncia. La cosa è normale, l’universo fonetico partenopeo è molto ampio, segmentato in orizzontale e verticale, con differenze (si chiamano diastratica) che non possono avere una grafia standard, tanto più che la tua lingua è e rimane orale, eccellente per la poesia e per il teatro. La produzione cartacea, invece – dalla quale enucleare regole convenzionali –, non presenta omogeneità di scelte grafiche.  A ciò si aggiunge il fatto che i dialetti servono per gli affetti, il privato, l’immediatamente comunicabile, e che il napoletano non ha una tradizione nelle discipline, ad esempio, giuridiche, storiche, economiche, scientifiche, ecc. (a parte una breve parentesi durante il periodo aragonese). Prova un po’ tu a esprimere nella tua lingua il teorema di Pitagora, la Costituzione della Repubblica italiana o la teoria della relatività. Lo potrai fare, ovviamente, ma sudando molto, e scoprirai di non avere le parole per dirlo, le dovrai inventare o procedere a innesti e perifrasi.

Per un poeta, comunque, la lingua napoletana è un archivio inesauribile per i seguenti motivi:

– è flessibile, adattabile, ricca di metafore (il che significa creare ponti tra la realtà e l’osservatore);

– è perfetta per il teatro;

trascina motu proprio il pensiero per ambulacri e corridoi imprevedibili.

Nel mio girovagare attraverso le parlate e gli scritti partenopei, ho notato molte differenze non tanto fonetiche, il che è normale, quanto grafiche, anche in autori importanti.

La gran parte dei problemi grafici del napoletano contemporaneo parlato-scritto, invece, possono sintetizzarsi in poche questioni, che elenchiamo sinteticamente indicando le nostre, e solo nostre, scelte:

j, semivocale, è scomparsa: si pronuncia i;

r e d vengono usate indifferentemente, con prevalenza, nel parlato, di r (rice vs. dice);

fa (egli fa); (fare);

se usi ll (es. ll’arbero) o l’, segui sempre la variante scelta, vanno bene entrambe;

l’apocope iniziale (es. ’nzisto) si può non usare poiché non è elemento morfologico (non serve, cioè, per segnalare la funzione di una parola in una frase, se soggetto, complemento, singolare, plurale, ecc.); si può dunque evitare di segnalare la caduta di una lettera iniziale (es. nzisto al posto di ’nzisto). Puoi, se ti piace, lasciarla in qualche caso (es. a ’ppicià, vs. a appiccià). L’accento circonflesso va usato nei casi di crasi (contrazione generata dall’incontro di due suoni vocalici): ’a ’o sciummo, ό sciummo; ll’addore, âddore, ’e argiento, ârgiento. Le preposizioni rinto, areto, sotto, ncoppa, abbascio, mmiezo, ecc., sembra che siano seguite, nel parlato, da a, o, e che andrebbero segnalate con il circonflesso. La cosa non è chiara all’udito perché in alcune zone a, o, e sono pronunciate, in altre zone (quelle metropolitane) non è presente. Molti autori optano per rint’ ’o lietto, aret’ ’a porta, sott’ ’e llenzola, ncopp’ ’o libbro, ecc. Va bene così, non ci facciamo problemi. Diversamente, alcune preposizioni, le allocutive pe ncopp’ a, pe sott’ a, p’adderet’ a, ecc., evidenziano con chiarezza nel parlato i successivi a, o, e per cui p’ adderet’ a ’a porta, pe ncopp’ a ’a fenesta, si possono scrivere p’ adderet’ â porta, pe ncopp’ â fenesta.

Alcune particelle (cu, ccà, è, pe…) prevedono, secondo la grammatica storica e la fonetica, il raddoppiamento della consonante seguente ma noi sappiamo che tu raddoppi il suono anche se, anziché cu cchesta trovi scritto cu chesta. Lo stesso vale per altre parole che iniziano, ad esempio, con b, g: tu pronunci ’e bbastimiente anche se vedi scritto ’e bastimiente. Il senso della frase ti dirà se ’e bastimiente è un nominativo, accusativo o un genitivo (es. parteno ’e bastimente vs. è na fune ’e bastimiento). Del resto, se dici vaco a Napule, che fai? Scrivi vaco a Nnapule? Hanno ucciso a Pisacane lo scrivi hanno acciso a Ppisacane? Se dici è bella Roma la r la pronunci doppia e non scrivi Rroma. Anche un veneto dice la stessa frase ma, se non contestualizzi ciò che dice, potresti anche intendere è bell’aroma. Questi, come dicevo, sono questioni che riguardano tutte le lingue scritte e tutte le regioni in cui viene utilizzata una lingua nazionale. Diverso il discorso se vuoi cimentarti con la grammatica storica, se, cioè, vuoi approfondire la storia e l’etimologia, dunque capire, in fondo, la stratigrafia del tuo modo di pensare. I miei “informatori”, selezionati tra varie classi sociali, non hanno avuto difficoltà a pronunciare cu cchesta quando ho scritto cu chesta ma sono rimasti perplessi (ci hanno pensato alquanto perché non riconoscevano subito le parole) quando ho scritto ’o re, cca, lla, Dio, doie, ’o bì’, a père, hanno optato che scrivessi ccà, llà e, soprattutto, ’o Rre, ’a ppère, Ddio, ddoie. Ti è facile capire perché: non per questioni fonetiche ma di importanza (Ddio, Rre) e hanno preferito ddoie e a ppère perché due e piedi sono percepiti come plurali, doppi (sono due) e, dunque, la d e la p vanno per loro raddoppiate.

Del resto, anche l’italiano ha misteri e misture fonetiche. Ai fini della leggerezza e semplicità, e anche per non appesantire una grafia già di per sé scippiata (graffiata, scritta a ponta ’e curtiello, a punta di coltello), puoi evitare di segnalare il raddoppiamento della consonante della parola che segue le suddette particelle. Ovviamente, come si sa, i femminili plurali mantengono, per questioni morfologiche, il raddoppiamento (’e ffemene, ’e pparole). Non per questo, però, andrai dalla nota pizzeria ’E figliole a fargli notare che si scrive ’E ffigliole. Decidi sempre come più ti piace: l’importante è capire cosa dici, a quali immagini fai riferimento e come le costruisci, per cui è prioritaria, per me, la meccanica cognitiva della lingua.

Qualche altro esempio:

Ca ha funzione dichiarativa (isso ha ritto ca = egli ha detto che) o, talvolta, di pronome relativo (isso ca è ghiuto = lui che è andato). Puoi scrivere isso c’ ha ritto, ma isso ca è ghiuto o lo lasci così o usi il suono k: isso ch’ è ghiuto, altrimenti si capisce, in scrittura, isso c’ è ghiuto, lui ci è andato;

Cu: cu ’e mmane oppure ch’ ’e mmane.

Il condizionale e il congiuntivo vengono usati indifferentemente. Noi siamo orientati per il congiuntivo, come avviene nella parlata quotidiana e avveniva nella lingua latina, che è la base della nostra, che non usa il condizionale. Lo stesso fa il popolo: non lo usa mai (o, almeno, io non l’ho mai sentito, a parte le commedie di Eduardo). Il condizionale appare come un contagio dell’italiano ed è di solito usato solo in forma scritta. Due esempi di canzoni antiche: vulesse addiventare sorecillo, vurrìa ca ì’ fossi ciaola. Chi conosce il sorecillo usa il plebeo congiuntivo, chi l’elegante e aulica ciaola il condizionale. Senonché, nel testo della ciaola, nei versi seguenti, il condizionale cede il posto a molti congiuntivi. Dicci tu, lettore, se, con vurrìa (che conosci per la canzone ì’ te vurrìa vasà) hai udito almeno una volta la seconda persona, vularrisse. Immaginiamo una scenetta: un signore sta facendo la spesa, sospetta che il venditore faccia la cresta sul peso. Che gli dice? Ue’, tu me vulisse piglià pe fesso? Oppure Ue’, tu me vularrisse piglià pe fesso?.

Il futuro indicativo si costruisce in modo semplice: tema verbale (es. andare, ì) + il futuro del verbo avere (avè) per cui: i-avarraggio (a) ì, cioè io avarraggio (a) ire, i’ aggi’ a ì. Anch’esso è molto poco usato, lo ascolti solo da persone anziane. Il futuro indicativo, comunque, è scarsamente utilizzato preferendo i napoletani attualizzarlo al presente (rimane aggi’ ’a ì a Napule  vs. rimane vaco a Napule). Quell’avè ’a (avere da) con l’implicito senso di dovere, peraltro perifrastico, e in più passivo, ci fa forse capire qualcosa di più sulla nostra indole che, non usando il futuro, sembra averlo abolito perché, come asseriscono Budda ed Epitteto, ccà se campa iuorno pe ghiurno.  Ma questa è un’altra storia.

Senza nulla a pretendere.

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