USA
Il Fatto

Afghanistan, Iraq, Siria, Iran: il bisogno di guerra made in USA

«Gli Stati Uniti sono pronti alla pace con tutti quelli che la desiderano»: ha concluso così Donald Trump il suo discorso alla nazione e al mondo lo scorso mercoledì. Intervenuto alla Casa Bianca a poche ore dall’attacco missilistico iraniano alle basi USA in Iraq, il Presidente non ha perso l’occasione per rivendicare con orgoglio l’attentato ai danni di Qasem Soleimani, il generale dell’Ayatollah Khomeini ucciso nella notte del 3 gennaio su iniziativa dello Studio Ovale. Subito firmato da una semplice quanto inequivocabile bandiera a stelle e strisce postata sull’account ufficiale del Tycoon, in tipico aplomb statunitense, il raid ha dato vita a un dibattito interno e internazionale ancora inedito per il nuovo anno, eppure vecchio come la tanto millantata democrazia d’oltreoceano che a violenze e bugie simili – come quella in apertura – ormai ci ha ampiamente abituato.

L’atto di guerra mosso all’Iran, infatti, è soltanto l’ultima di un numero infinito di azioni di eguale portata messe a segno dallo Zio Sam, il leader guerrafondaio di un popolo bellicoso per natura. O, meglio, sopravvivenza. Non importa dietro quale maschera al comando si celi. Philip Bump, sul Washington Post, lo spiega in modo semplice.

Il 24% della popolazione americana attuale – circa 77.7 milioni – ha almeno 18 anni, dunque è nato dopo l’inizio dello scontro in Afghanistan. Eppure, è adulto abbastanza da servire nel conflitto cominciato all’indomani dall’attacco alle Torri Gemelle. Come se non bastasse, per circa 26 milioni di statunitensi, il Paese è stato in guerra per almeno tre quarti della loro vita. Metà, invece, per il 58%. Nella statistica – precisa il quotidiano – sono inclusi soltanto i conflitti maggiori e/o estesi. I dati, quindi, potrebbero essere ancora più inquietanti.

usa

Non sono solo i più giovani, però, a essere cresciuti accettando la guerra come normalità. Basti pensare a Hester Ford, la più anziana del Paese, che dalla propria nascita risalente al 1905 ha visto gli USA combattere per oltre un terzo della sua esistenza, complici le azioni militari in Vietnam e in Afghanistan, i principali territori di scontro. In particolare, quest’ultimo è il conflitto più lungo della storia americana, eppure sono in tanti a ignorarne la continuazione. Come la stessa Ford sottolinea – e con lei molti altri che hanno vissuto il dramma della Seconda Guerra Mondiale o del più recente Vietnam –, le modalità, nonché la comunicazione bellica, sono cambiate al punto da sembrare sempre un qualcosa di lontano, di estraneo, di appartenente a qualcun altro. Pure se quel qualcun altro è vittima del fuoco a noi più prossimo, quello finanziato con le nostre tasse, con l’inettitudine venduta per xenofobia e la x di una cabina elettorale creduta innocente. E, invece, non lo è mai.

Non lo era nel 2001, quando l’11 settembre e un tale chiamato George W. Bush cambiavano le sorti del mondo che sarebbe stato. Non lo era quando Barack Obama, Premio Nobel per la Pace 2009, assegnava il primato agli USA in quanto a utilizzo dei droni, le nuove bombe intelligenti, quelle che per ogni bersaglio centrato – o mancato – mietono centinaia di vittime civili, innocenti spesso inconsapevoli persino di essere in guerra. Non lo è adesso che un Presidente pericoloso, ma forse non più di tanti altri succedutisi alla Casa Bianca, provoca o colpisce il nemico di turno. La tattica, in fondo, è sempre la stessa: in un Paese mediorientale a caso – ma non troppo, basta fare attenzione al suo potenziale – si nascondono terroristi che minacciano gli USA e il mondo intero. La più grande democrazia vivente, dunque, prontamente si attiva, individua il possibile attentatore e lo uccide. Con lui, tutti coloro che gli gravitano intorno, anche solo per sbaglio.

È il caso di Soleimani, dal 1998 a capo delle forze Quds, una componente delle Guardie della Rivoluzione islamica che sostiene con soldi e armi le milizie all’estero – tra cui, secondo gli Stati Uniti, le dormienti cellule occidentali –, ritenuto colpevole della morte di circa 600 soldati americani impegnati negli anni in varie missioni di pace e responsabile di un pericolo imminente ai danni di quattro ambasciate a stelle e strisce. Almeno, nella versione ufficiale di quel Donald Trump subitamente contraddetto dal Pentagono, nelle dichiarazioni di Mark Esper, Segretario della Difesa, che si è detto non a conoscenza dell’esistenza di prove che potessero giustificare il raid al generale ucciso in Iraq.

Come se non bastasse, altre indiscrezioni interne parlano di un’autorizzazione a procedere datata sette mesi or sono, un’ulteriore smentita all’inquilino più noto di Pennsylvania Avenue contro cui, non a caso, la Camera – a maggioranza democratica – ha approvato la risoluzione che ne limita i poteri di guerra. Nello specifico, con 224 voti a favore e 194 contrari, il provvedimento impedisce qualsiasi azione contro l’Iran senza l’autorizzazione del Congresso, ancora sconcertato dopo i fatti del 3 gennaio. La mozione, tuttavia, non è vincolante e difficilmente si confermerà nel Senato a trazione repubblicana.

Ma dell’omicidio e delle modalità scelte dall’uomo solo al comando nello Studio Ovale – il primo caso di un attacco di droni contro il rappresentante di una forza armata di Stato – ha parlato anche Agnès Callamard, la relatrice speciale ONU sui diritti umani che, intervistata da TPI, ha definito illegale l’uccisione di Soleimani. Stando alle informazioni rese disponibili dalle autorità statunitensi, infatti, l’attentato avrebbe violato il diritto internazionale, contravvenendo all’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite secondo il quale uno Stato può invocare l’autodifesa in risposta a un imminente attacco armato, ma non per prevenire l’insorgere di una minaccia in futuro né come ritorsione per eventi passati. La minaccia deve essere presente, istantanea e non lasciare altra scelta che colpire.

«Se iniziamo a bombardare persone senza rispettare le leggi internazionali riusciremo a fermarci? Chi ha il potere decisionale di usare questa violenza nei confronti di un uomo e chi lo ha di lasciarlo libero di vivere? E, soprattutto, chi decide chi dovrebbe essere preso di mira? Esistono molti, troppi, violatori dei diritti umani in tutto il mondo, alcuni dei quali sono capi di Stato, altri supportati dagli Stati Uniti o da altri governi. Dobbiamo accettare che qualsiasi Paese con il potere e gli strumenti avanzati adeguati possa procedere in qualsiasi momento, a discrezionalità, per colpire chiunque venga considerato una minaccia per i propri interessi?».

Un quesito interessante, quello posto dalla Callamard, che ne genera inevitabilmente altri: chi sono gli attentatori? Qual è il limite tra attacco e difesa? La civile America, il Paese che non conosce pace, gioca al Risiko senza sosta, ne ignora le regole, ne scrive di nuove. Ma, come recita un proverbio africano, quando gli elefanti combattono è sempre l’erba a rimanere schiacciata. Così, mentre i vari Presidenti rincorrono la firma su una nuova guerra da far propria, diffondendo terrore in prossimità di elezioni che si prospettano difficili, importanti per gli USA come per il resto del mondo – non dimentichiamo che i sovranismi europei sono figli dell’ascesa del Tycoon –, a pagare le spese di un egotismo smisurato tipicamente capitalista è sempre il popolo, la gente comune, chi quelle bombe vede lanciarle a suo nome e chi se le vede piombare in testa in un conflitto di classe forse senza eguali.

«Finiremo in bancarotta nella vana ricerca di assoluta sicurezza», sosteneva Eisenhower agli inizi della Guerra Fredda. A dargli ragione è uno studio pubblicato dal Watson Institute for International and Public Affairs che ha provato a calcolare il costo della Global War On Terror iniziata dopo l’11 settembre, sebbene molte operazioni top secret non compaiano neppure tra le voci di spesa. La forbice temporale su cui la ricerca si concentra è, per l’appunto, l’ultimo ventennio che ha portato le casse del Tesoro americano ad accumulare un debito smisurato destinato a restare tale a lungo. Solo nel 2018, stima il Dipartimento della Difesa, gli interventi in Afghanistan, Iraq e Siria sono costati circa 7623 dollari a contribuente. Interventi esosi dal punto di vista economico e umano che costringeranno gli USA a pagare 6400 miliardi entro la fine dell’anno fiscale 2020 che terminerà il 30 settembre. Di questi, 5400 sono i costi per le war appropriations, vale a dire gli stanziamenti totali per le guerre e le spese annesse, a cui si aggiungono altri 1000 miliardi che coprono i futuri compensi dei veterani fino al 2059.

Ma l’ossessione tutta americana per la homeland security ha significato, soprattutto, costo umano: sempre in Iraq, Afghanistan e Siria, sono morte circa 801mila persone a causa dei combattimenti. Gran parte di esse erano civili. Altri 21 milioni, invece, sono stati sfollati, costretti a lasciare le terre di origine pur di sopravvivere. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti, generano altre guerre, altre violenze, altre discriminazioni. Come quelle sulle nostre coste, sul fondo del Mediterraneo e delle nostre anime sempre più nere.

All is well, direbbe Donald Trump, tutto bene. Per lui, forse, per il mondo non tanto.

Afghanistan, Iraq, Siria, Iran: il bisogno di guerra made in USA
Clicca per commentare

Lascia una risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

To Top