Jewell
Cinema

“Richard Jewell”: un nuovo tassello nella poetica americana di Eastwood

C’è una bomba al Centennial Park, avete 30 minuti!: è questa la frase che gli agenti dell’FBI costringono a ripetere ossessivamente, nel maldestro tentativo di incastrarlo, il malcapitato Richard Jewell. Dal suo nome prende il titolo l’ultimo lavoro di Clint Eastwood che, con quest’opera, vuole rendere giustizia a una persona comune che divenne un eroe per poi venire subito dopo linciato dai media e perseguito dal governo degli Stati Uniti.

L’incredibile storia vera raccontata dal film è questa: durante le Olimpiadi di Atlanta del 1996, una guardia giurata, Richard Jewell, scoprì uno zaino sospetto nella zona dei concerti tenutisi in occasione dell’evento e riuscì ad allontanare moltissimi partecipanti prima che la bomba, effettivamente contenuta nella borsa, scoppiasse uccidendo due persone e ferendone centoundici. In un primo momento Jewell fu fatto eroe dai media per poi venire subito demolito, tre giorni dopo, nel momento in cui si scoprì che l’FBI, in mancanza di una pista reale e con l’urgenza di trovare un colpevole, stava indagando su di lui soltanto perché il profilo dell’uomo, sovrappeso, frustrato, convivente con la madre a 33 anni, nonché in cerca di notorietà e riconoscimento nell’ambito delle forze dell’ordine, corrispondeva appunto a quello del tipico attentatore.

Soltanto l’anno prima, c’era stato l’attentato di Oklahoma City in cui morirono centosessantotto persone, a opera di un veterano della Guerra del Golfo, aiutato da un complice. La stampa cavalcò dunque l’immagine di Richard come solitario frustrato che aveva piazzato lui stesso la bomba, in modo da sventare il pericolo e uscirne come un eroe. Prima di essere riabilitato – in realtà non ci fu mai un processo perché gli investigatori non avevano nulla – Jewell e sua madre passarono tre mesi d’inferno, di gogna mediatica, di perquisizioni umilianti da parte dell’FBI, una vera e propria persecuzione da parte di quelle che vengono definite due delle forze più potenti del mondo, il governo degli Stati Uniti e i media, dall’avvocato Watson Bryant, difensore nonché unico amico di Richard.

Il film di Eastwood, infatti, è anche la storia di un’amicizia che parte dieci anni prima i fatti della cronaca, nel 1986, quando il nostro Jewell – interpretato da uno strepitoso e mimetico Paul Walter Hauser, già visto in Tonya (2017) e in Blackklansman (2018) di Spike Lee – lavorava come magazziniere in uno studio di avvocati in cui conobbe Watson, l’unico a trattarlo con umanità e rispetto in un contesto sociale in cui chi è sovrappeso e timido viene considerato meno di zero. Richard, però, era anche molto preciso, ai limiti della maniacalità, e possedeva un non comune senso dell’osservazione, tant’è vero che venne affettuosamente ribattezzato Radar da Watson.

Quando si troverà in difficoltà, dunque, sarà naturale per Richard rivolgersi al vecchio amico, interpretato da quel grandissimo attore che è Sam Rockwell – vincitore nel 2018 dell’Oscar come non protagonista per Tre manifesti a Ebbing, Missouri (2017) –, in un ruolo assolutamente fatto su misura per lui che fa casualmente eco al giornalista idealista di Frost-Nixon il duello (2009). È nel contrasto tra il compassato e, nonostante tutto, fiducioso nelle istituzioni Richard e lo sdrucito nonché duro avvocato dalla battuta pronta e dai forti connotati morali che fuoriesce un’insospettabile vena comica della pellicola. Jewell è intriso di un’incrollabile, e a volte ottusa, fiducia nelle autorità e nelle istituzioni che si risolve in una collaborazione fin troppo zelante con quelle stesse autorità che vogliono farlo a pezzi, costringendo dunque Watson a redarguirlo e a contenerlo continuamente. È qui che la sceneggiatura di Billy Ray – autore tra l’altro degli script di Captain Phillips (2013) e Breach–l’infiltrato (2007) – fa davvero faville.

Stupiscono inoltre i metodi utilizzati dall’FBI per camuffare un interrogatorio informale con la realizzazione di un video – tutorial si direbbe oggi – per la gestione dei pacchi sospetti. Richard viene tratto in inganno e, nel corso delle indagini, blandito dagli agenti che fanno leva proprio sulla sua ingenua fiducia e sul suo sogno di entrare nelle forze dell’ordine. Insomma, non solo viene perseguito ingiustamente, ma viene perfino trattato con accondiscendenza e sufficienza dai suoi persecutori che lo vedono comunque come un perdente. Ne esce fuori un quadro davvero avvilente della nostra società nella quale le persone candide e genuine sono destinate a essere perseguitate da chi detiene il potere, di qualunque natura esso sia.

Neanche la stampa ne esce bene, con una giornalista, Kathy Scruggs – interpretata da Olivia Wilde – che non si fa scrupoli a fiondarsi sulla storia e a distruggere la figura di Jewell per poi ravvedersi in extremis. I media come sciacalli, dunque, pronti a cibarsi del povero malcapitato di turno e a dare in pasto al pubblico la prima storia che riescono a mettere insieme, subito riecheggiata e rimbalzata ovunque. Un meccanismo che purtroppo conosciamo molto bene e che tutt’oggi viene amplificato in modo iniquo dalla rete.

Riflessione sul potere governativo e sui media, quindi, che stritolano le esistenze degli individui, in felice sintonia con un altro film che quest’anno si è occupato di un caso analogo, sebbene dalle implicazioni storiche più ampie, e cioè il bellissimo L’uffciale e la spia di Roman Polanski. Ma, soprattutto, un’opera in felice sintonia con la fase attuale della poetica di Clint che, negli ultimi anni, ha portato sullo schermo storie vere di gente comune che hanno incarnato lo spirito più puro di un’America semplice che si riconosce in valori di giustizia, altruismo e coraggio, come il pilota Sullenberger interpretato da Tom Hanks in Sully (2016), ingiustamente messo sotto processo dopo aver salvato i passeggeri di un aereo con un’abilissima manovra, oppure i tre militari che sventarono l’attentato di Ore 15:17 attacco al treno (2017).

Anche l’ottuagenario Earl Stone di The Mule – il corriere (2018) che, per necessità, diventa corriere della droga, rappresenta uno sguardo malinconico e distaccato sull’America dei cellulari e di internet, in contrapposizione alle realtà che possiamo ritrovare oggi nelle tavole calde delle piccole città della provincia dove persone comuni lottano tutti i giorni per un’esistenza dignitosa. O, ancora, il cecchino Chris Kyle di American Sniper (2015), beffardamente ucciso in territorio americano da un collega instabile nel corso di un’esercitazione, sebbene portatore di morte per mestiere, rientra coerentemente in questa galleria di americani fino al midollo, animati da un loro senso di giustizia individuale, ma fuori tempo massimo, in contrapposizione con istituzioni spesso ottuse e meschine. Potranno non piacere ideologicamente, saranno portatori di una visione del mondo semplicistica, ma sicuramente più radicata in una realtà fatta di cittadini comuni che costituiscono le fondamenta della società americana.

Tutto questo, ovviamente, in linea con un autore che ha fatto dell’anarchica insofferenza a qualsiasi tipo di autorità iniqua o di ottusa macchina burocratica, una tematica portante della sua intera filmografia di attore, produttore e regista. Se negli anni 2000 Eastwood ha sfornato capolavori – Mystic river (2003), Million Dollar Baby (2004) premiato come miglior film e regia agli Oscar 2005, Gran Torino (2008) – che erano riflessioni morali molto profonde sulle contraddizioni made in USA, in questa fase punta al recupero di una semplicità e di una purezza che si possono ritrovare solo tra persone comuni e non certo nelle stanze del potere, che pure sono state indagate nella figura dell’oscuro J. Edgar Hoover nel film omonimo del 2011. Così il cineasta scandaglia la storia recente in cerca di figure che diventano emblematiche di un Paese che sta scomparendo.

La regia di Eastwood si mette dunque totalmente al servizio della storia di Jewell, l’autore si cela in un’opera che mette al centro di tutto i personaggi e il senso di rabbia e ingiustizia che escono fuori in maniera dirompente da ogni fotogramma di un film che emoziona e avvince per centrotrenta minuti. La scena dell’attentato è un millimetrico meccanismo a orologeria in cui ogni attimo della vicenda e ogni dettaglio visivo divengono tasselli di un mosaico della tensione che Eastwood, autore in passato di eleganti noir polizieschi che offrivano sempre acuti spaccati della società – L’uomo nel mirino (1977), Coraggio… fatti ammazzare (1983), Un mondo perfetto (1993), Potere assoluto (1997), Debito di sangue (2002) –, nonché di western intrisi di tinte oscure – Lo straniero senza nome (1973), Il texano dagli occhi di ghiaccio (1976), Il cavaliere pallido (1985), il pluripremiato Gli spietati (1992) –, gestisce come sempre al meglio.

Al di là dell’attentato, non ci sono guizzi virtuosistici ma, come i grandi registi del cinema classico hollywoodiano – Ford, Hawks ma soprattutto il suo maestro Siegel –, Eastwood trova la sua cifra in una messa in scena asciutta, semplice ed efficace che arriva dritta al punto, senza tanti fronzoli, proprio come è il nostro Clint che, alla soglia dei 90, continua, da quarantanove anni – la sua prima regia Brivido nella notte è del 1971 –, a sfornare film con un vigore che le generazioni di registi attuali gli invidiano non poco.

“Richard Jewell”: un nuovo tassello nella poetica americana di Eastwood
Clicca per commentare

Lascia una risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

To Top