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“Whatever it takes”: governissimo a tutti i costi

Ammettiamolo: il quadro politico di queste ore ci lascia sbigottiti come forse non mai. Non poche sono le difficoltà per chi tenta di seguire le dichiarazioni che si contraddicono di minuto in minuto, le smentite delle smentite e le ipotetiche alleanze. Ricordate tutte le volte in cui abbiamo commentato un post di un politico a confronto con un altro post dello stesso politico, l’uno dichiarante l’esatto contrario dell’altro? Ebbene, questi episodi non sono nulla rispetto a quello a cui stiamo assistendo nell’ultima settimana: andiamo a dormire con alcune certezze e ci risvegliamo con tutt’altre convinzioni.

Whatever it takes, disse il professor Draghi nel luglio 2012 in un discorso in cui affermava che la BCE avrebbe fatto di tutto per salvare l’euro. Whatever it takes, dicono tra le righe i partiti, quasi all’unisono, che intendono sostenere il prossimo esecutivo letteralmente a ogni costo, anche con il rischio di sputtanare definitivamente se stessi, quel che rimarrà delle loro battaglie e, per chi ce l’ha, la propria storia personale e politica. Dicevamo di recente che quello che sarebbe successo nel post-Conte sarebbe stata una prova di credibilità per tutti, in particolare per recuperarne un po’. Invece, quello verso cui sembra che si andrà, cioè il governissimo dei governissimi, porterà chi lo sosterrà a guadagnare una fetta dell’invitante torta chiamata Recovery Plan e, al contempo, a perdere la dignità, certo che i fatti che si susseguiranno ci faranno dimenticare quanto sta avvenendo.

Pensiamo, ad esempio, a chi fino a sette giorni fa ripeteva o Conte o voto e poi si è ritrovato senza né Conte né voto e si è comunque fatto andare bene l’incaricato dal Capo dello Stato. Pensiamo, ad esempio, al Partito Democratico – quelli che, per intenderci, invocavano una maggioranza Ursula – che ha ripetuto a lungo che mai avrebbe governato con la destra sovranista, antieuropeista, xenofoba e razzista, per poi sentirsi dire da Salvini – il sovranista per eccellenza – che non esclude frequentazioni assidue con i dem: a quel punto, ci saremmo aspettati che dal Nazareno Zingaretti si affrettasse a mettere le transenne a evitare ogni possibile dialogo politico. Invece no, al contrario, si è dichiarato persino appagato dal cambio di rotta della Lega che ora gli dà ragione sull’Europa. Il tutto dopo aver affermato, nel corso di una riunione dell’ufficio politico del suo partito il 14 gennaio scorso, che non sarebbe stato possibile nessuna alleanza con la destra. Anche Italia Viva era stata definita inaffidabile: mina la stabilità in qualsiasi scenario si possa immaginare un coinvolgimento e una nuova possibile ripartenza, aveva ribadito il Segretario.

Lo stesso Salvini, che chiede le elezioni da due anni e mezzo, che ha fatto della lotta alle banche e all’Europa uno dei suoi cavalli di battaglia, potrebbe sostenere un governo guidato – quasi per paradosso – dall’ex Presidente della Banca Centrale Europea, rinunciando volentieri alle urne perché sa che vincere le elezioni non significherebbe più soltanto aprire e chiudere i porti, ma ci sarebbero un virus e un dopo-pandemia da gestire. Situazioni che richiedono una classe dirigente all’altezza: non proprio il caso della Lega, abituata da anni a urlare e a sbraitare. Sempre Salvini, non più tardi di tre settimane fa, dichiarava: «Noi siamo pronti a prenderci responsabilità di governo ma non con PD e M5S». E, parlando di un esecutivo con i dem, si chiedeva come potesse governare con chi sta cancellando Quota 100, con chi sta cancellando la Flat Tax per le partite IVA, siamo seri. Appunto.

Un tale quadro, comunque, sarebbe difficile da ipotizzare senza coloro che rappresentano un terzo del Parlamento: i 5 Stelle, che avevano legato anima e cuore a Conte e si sono ritrovati in una confusione tale per cui Beppe Grillo è dovuto correre a Roma per parlare con gli eletti e prendere parte alla delegazione che ha incontrato il professore incaricato. Anche in questo caso, il capo-reggente Vito Crimi aveva affermato che il M5S, già durante le consultazioni, aveva rappresentato che l’unico governo possibile sarebbe stato un governo politico. «Pertanto non voterà per la nascita di un governo tecnico presieduto da Mario Draghi». Inoltre, se i pentastellati entrassero in questo grande contenitore, si troverebbero alleati persino a Forza Italia, proprio loro che nel 2007 erano nati contro il berlusconismo e le leggi ad personam, proprio loro che nel 2018 neppure avevano risposto alle chiamate dell’ex Cavaliere: dopo le già tante promesse mancate, non possono permettersi di trovarsi al fianco di colui che incarna il sistema che si erano ripromessi di combattere. In caso contrario, il MoVimento potrebbe definitivamente estinguersi.

Stesso discorso vale per Liberi e Uguali che, al momento si dichiara contrario e che, cambiasse idea, siederebbe allo stesso tavolo di chi ha giocato miseramente sulla pelle e sulla vita di quelle troppe persone lasciate sui barconi per settimane al fine di allargare il proprio consenso accontentando gli istinti peggiori del Paese. Tacciamo, poi, su chi ha mandato in crisi il Conte bis non sulle poltrone ma sui temi e si è presentato da Draghi offrendogli il suo appoggio incondizionato proprio a prescindere da questi ultimi.

Insomma, vi immaginate il giuramento del prossimo governo composto dai vari Boschi, Salvini, Orlando, Di Maio, Brunetta e Fratoianni o da chi per essi? I nomi che circolano sono quelli dell’attuale Ministro degli Esteri, di Tajani, della Bongiorno, di Giorgetti, della Gelmini, di Rosato, dello stesso Salvini, di Franceschini e della Bellanova. Ecco, per salvare l’unità nazionale, quest’ammucchiata non è necessaria. Perlomeno, non lo è whatever it takes.

“Whatever it takes”: governissimo a tutti i costi
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