Lampreht
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Viaggio nell’abisso psicotico di “Lampreht”

Sulla copertina dell’edizione italiana del primo romanzo di Kazimir Kolar (Lampreht, Wojtek) è raffigurato un giovane uomo di spalle, in penombra, intento a guardare fuori dalla finestra. Al di là delle imposte si consuma un fenomeno di spirali geometriche, che risucchiano lo sguardo nel loro punto di fuga ipnotico. Dopo aver letto il romanzo, non è difficile immaginarsi così anche il narratore-protagonista: come uno spettatore in trappola nel gioco vorticante di vita-sofferenza-desiderio-morte dell’esperienza umana.

Mirko Lampreht attraversa e racconta i suoi ventotto anni da più angolazioni e prospettive, tanto che è difficile ricostruire, all’interno del romanzo, una linearità della narrazione. Gli aneddoti, le allucinazioni, le impressioni di Lampreht si susseguono per nesso logico, per evocazione, come pensieri che non smettono mai di affastellarsi nel cervello mandando in tilt le reti neurali. Il ritmo è angoscioso, vorticoso: la lettura delle poco più di cento pagine che compongono il testo consuma, lascia provati. Ogni volta che il protagonista perde il contatto con la realtà e scivola nell’umida e nera bocca della psicosi che lo attanaglia, altrettanto succede al lettore. Non soltanto perché la prospettiva che si segue è quella di un uomo sospeso, che da un lato rifugge il contatto con la realtà e dall’altro lo brama, ma perché viene da chiedersi se non sia l’esperienza stessa della lettura (l’esplorazione di mondi altri e altrui) un atto di disconnessione da una realtà per connettersi a un’altra, diversa, vita.

Eppure, forse è proprio perché il protagonista si presenta come narratore inattendibile della sua vita, proprio perché la sua presa sul dato empirico/sensoriale dell’esistenza traballa, che il suo modo di osservare ciò che vive da più angolazioni (dal di dentro della sua percezione, dall’esterno nella percezione che il mondo ostile gli sputa addosso) risulta quasi ammantato di un’oggettività rara, lucida. Gli attacchi psicotici più violenti Lampreht li sperimenta in ospedale, nel reparto di ostetricia e ginecologia, dove lavora come ostetrico per un periodo. Sono, queste, le pagine migliori e più angoscianti del romanzo. Innanzitutto perché l’atto del parto è avvolto dall’aura mistica della creazione. Il nascituro smette di essere vita-in-potenza nell’ecosistema protetto dell’utero materno per venire al mondo: esistere e partecipare alle illusioni umane.

La nascita è strappo: disconnessione violenta dal buio amniotico e anfibio del grembo, divaricazione sanguinolenta della carne. Bellezza nel dolore. Dal dolore, speranza. Il contrasto tra la dimensione metafisica del nascere e quella muscolare del far nascere è brutalmente netto: Lampreht elenca, per rimanere incollato al reale, nomi di farmaci, esami diagnostici, strumentazione medica, protocolli da seguire nelle fasi ultime del parto e vi alterna descrizioni vivide e ferine dello stato delle partorienti. Più l’elenco è lungo e particolareggiato, però, più si ha l’impressione di perdere il contatto materiale con il corpo e i suoi fluidi. Insieme con Lampreht, che pure svolge pugnace le sue mansioni, sembra di osservare dall’alto le scene di un massacro sempre diverso e sempre uguale. Il protagonista vortica in un’ossessiva autoanalisi culminante nella domanda impossibile: che senso ha tutto questo? Questo agitarsi, questo volere, volere, volere e poi morire? Assieme alla domanda arriva sempre anche la rassegnazione dell’impossibilità della risposta. E allora Mirko si trascina, si abbandona, si incazza, spera.

Buona parte del romanzo si concentra sul suo sforzo di coltivare di nascosto delle piantine di cannabis per uso personale. Il desiderio di fumare l’erba racchiude, forse, il vano sforzo di esercitare un potere sul suo disturbo, di resistere alla rabbia, alla voglia di gettarsi in un fiume, sfracellarsi. E, attraverso l’attività del coltivare, rigenerarsi, rinascere: mettere al mondo un nuovo Lampreht chimico, in pace.

Se le scene di nascita evocano speranze già nominate, l’ambivalenza dell’atto del partorire non abbandona mai il protagonista o il lettore. In quel frammento di tempo, si sta sospesi in uno stadio fra il non-ancora e l’adesso, la vita e la prospettiva della morte. La presenza della fine nel punto in cui tutto inizia è densa, opprimente. Mirko Lampreht prova a sfuggirle, ma, nel suo contorcersi, fallire e ricominciare sta un effetto quasi tragicomico. Se la psicosi gli fa dono di verità che spezzano il fiato e la volontà, se la verità è l’assenza di senso, allora è l’affannarsi alla sua ricerca, il continuare a provare di non sfilacciarsi nella spirale dell’inutilità di tutto a costituire un disturbo della psiche.

L’equilibrio mentale è dato dalla somma di inganni che sottoponiamo alla mente: l’inganno del futuro, del successo, del denaro, della felicità. La psicosi di Mirko è, in questo senso, più che un distacco dalla realtà, la brusca interruzione della sofferenza reale nell’allucinazione di massa dello scopo della vita.

Viaggio nell’abisso psicotico di “Lampreht”
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