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“Ventre” di Giulia Della Cioppa: fuori e dentro il corpo

La storia di Paul Sheldon e Annie Wilkes la conosciamo tutti. Forse i nomi potrebbero non dire nulla, ma se menziono Stephen King e uno dei suoi capolavori assoluti, Misery (non deve morire), e il conseguente film, credo che ognuno colga al volo. Cosa c’entra con l’esordio di Giulia Della Cioppa per Alter Ego Edizioni? Entrambi i protagonisti di questi due romanzi si trovano in una condizione di coma, da cui Paul esce (purtroppo per lui, visto ciò a cui va incontro) mentre Margherita, la protagonista del libro di Della Cioppa, no. Anzi, la sua immobilità forzata, procurata tramite un tentativo di suicidio, le dà l’occasione di vedersi al di fuori: una tipica esperienza extracorporea per la quale si è obbligatoriamente affidati alle cure di altri.

Come Paul nei primi tempi della sua convalescenza, così Margherita, per tutta la durata del romanzo, è “accudita” da un’infermiera che, insomma, tanto accudente non è. La storia di Giulia ci porta in questa camera di ospedale come puri spettatori: riferisce ciò che accade senza edulcorare o abbellire la situazione, registra chirurgicamente (scelta azzeccata, considerata l’ambientazione) tutto ciò che succede intorno a Margherita e al suo corpo – la luce in forma di balena, la seconda paziente della stanza, il susseguirsi delle visite mediche, la presenza di sua madre e di Bianca, l’infermiera – e anche dentro Margherita e il suo corpo – il sobbollire del ventre, l’insensibilità degli arti e della carne, i movimenti degli occhi, la rabbia, la frustrazione per non essere riuscita a uccidersi, il bruciore dello stomaco.

Le mie interiora divorate da un corvo nero. Mi stava appoggiato con le zampe sottili sullo sterno e senza fretta infilava il becco nel fegato, nella cistifellea, nell’intestino e nell’appendice. Un corvo nero mi ha divorato il ventre per tutto il giorno. Lentamente sentivo bruciare la bocca dello stomaco, lì dove si accumula il desiderio. Tutte le bocche contengono il desiderio. Un corvo mi ha divorato il ventre e io mi sono fatta divorare. (p. 116)

Una piccola Prometeo, questa Margherita, che però gode della sua sofferenza, una sofferenza imposta, cercata, e come potrebbe essere altrimenti, dopo un tentato suicidio? Ecco perché, quando Bianca comincia a esercitare su di lei un controllo al tempo stesso amorevole ma inquietante lei lo accoglie. Margherita aspetta gli arrivi dell’infermiera, si potrebbe quasi dire che se ne innamori, che i tocchi di Bianca siano necessari, sadici certamente, ma bilanciati da un masochismo spiccatissimo della protagonista, in un perfetto incastro di intenzioni e desideri.

Già, perché il desiderio (anche se non si direbbe) è un altro tema forte del romanzo, lasciato sottotraccia, ma comunque presente: un corpo inerme può ancora provare piacere? E l’animo? Perché non si parla solo di fuori ma anche di dentro, di “ventre” per l’appunto. Cosa desidera Margherita, a parte morire? Ed è qui, a rispondere a questa domanda, che ci viene in aiuto sua madre.

I nostri erano scontri tra mannare. Non capivamo mai chi avrebbe mangiato chi, ma a nessuna delle due veniva in mente di abbassare la guardia. I tragitti in auto, solo noi due, erano una macchina delle torture. Mi interrogava: lei la santa inquisizione, io la perversa peccatrice. Mi faceva sentire piccola, demente e incapace di stare al mondo. Avevo male alla pancia quando stavo in macchina con lei, mi si accartocciava il ventre, lo stomaco e le viscere. Il pensiero di saltare fuori dall’auto, in autostrada, a cento chilometri orari era un desiderio di liberazione molto forte, un pensiero ricorrente. (p. 19)

Il rapporto tra le due è conflittuale, a voler usare un eufemismo. Brutale, a voler essere precisi. Margherita, dopo aver fallito nell’ammazzarsi, è costretta anche a subire la presenza costante di sua madre in ospedale, che le parla al capezzale, che la accarezza, che cerca, forse, di rimediare a un passato di violenze e di anaffettività. Si capisce che, piuttosto che accettare un tale status quo, Margherita preferisce il sangue che le dona Bianca. Madre e figlia si parlano, la prima in modo reale, la seconda chiaramente trasferendo i suoi pensieri su carta, in un dialogo bilaterale curioso, ma efficace.

Si dicono quello che non hanno mai avuto il coraggio di dirsi prima, adesso che è troppo tardi e né l’una né l’altra hanno più qualcosa da perdere. Perché Margherita tenta il suicidio? Perché Bianca fa quello che fa? Perché la madre è un tale fallimento? L’autrice non ce lo dice, non le interessano le cause, lei assiste allo spettacolo e noi con lei.

Leggere del rapporto tra Margherita e sua mamma non è facile, soprattutto per chi ha vissuto esperienze simili nella vita reale: l’autrice le rende benissimo, anche se a qualcuno potrebbero apparire eccessive, perché purtroppo non tutte le madri sono nate per fare le madri e si verificano situazioni in cui si arriva a desiderare la morte l’una dell’altra. O, nel caso di Margherita, la propria.

Leggendo il romanzo (breve tra l’altro, lo si finisce in un paio d’ore) mi è venuta in mente una scena di Crimes of the future, l’ultimo film di David Cronenberg: i due protagonisti, Saul e Caprice, sono artisti visuali in una società futuristica e distopica e amano provocarsi ferite come atto di natura erotica. Fortissimo è l’accento sul corpo, un corpo, quello di Saul, devastato da disturbi respiratori e digestivi e costretto a essere per metà umano e per metà macchina. In questo senso, nell’importanza della carne come veicolo di performance dedicate al voyeurismo degli altri e nell’accettazione della propria condizione di “mostri”, Margherita ha sicuramente punti di contatto con i protagonisti del film.

La scrittura dell’autrice è elegante ma non forbita, secca ma non asciutta. Perfetta per il tipo di storia che ha creato. Mi sarebbe molto piaciuto (ma lo dico per mio gusto personale e non per demerito dell’autrice) una narrazione di tipo corale: come ho detto prima, non era nelle intenzioni di Giulia esplorare le cause delle azioni di Bianca e della madre, ma io che sono un’avida di dettagli (ecco perché sottolineo il mio gusto personale) e avrei molto amato sapere cosa contenessero anche le menti e “i ventri” degli altri personaggi.

Ne consiglio la lettura a chi ha apprezzato libri come il già citato Misery di King, Lei che non tocca mai terra di Andrea Donaera, Le voci intorno di Maria Pia Ammirati, o a chi è interessato a esplorare ciò che succede al corpo di una persona che, il suo corpo, non può più usarlo.

“Ventre” di Giulia Della Cioppa: fuori e dentro il corpo
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