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Morto suicida a Palermo a tredici anni: rieducare il sentire

Milena Dobellini di Milena Dobellini
3 Febbraio 2024
in Rubriche
Tempo di lettura: 4 minuti
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Tutto passa.

Questa è l’unica cosa che a parer mio s’avvicini alla verità, nella società degli esseri umani, dove ho dimorato sino a oggi come in un inferno rovente.
Tutto passa.

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Perché? Pare la ricerca di senso attanagli le vite umane e disumane. Quando muore un ragazzino di tredici anni, suicida, a Palermo, da solo in casa, in un sabato sera qualsiasi, l’11 novembre, è un perché che si ingigantisce, come una gomma masticata da un bambino che si diverte a creare bolle rosa e profumate. Ma quanto dura? Il tempo di un clic, i secondi che intercorrono fra la notizia e un gossip. Lo stesso tempo veloce, istantaneo, mangiucchiato, mal pensato, di quando si ferisce qualcuno.

Un ragazzo è morto. Suicida. A tredici anni. Si continua a correre, a lavorare, a studiare, a consumare. Ma un ragazzo è morto. Suicida. A tredici anni. È impossibile immaginare cosa transiti nella mente di un essere umano che sceglie, spera o dispera di porre fine alla sua vita. Quel che è certo è che la logica o illogica locuzione latina hic et nunc non vale. Anzi, vale l’esatto opposto. Non ora, non qui. Tutto. Ma non ora, non qui.

Cosa si sarà agitato nelle membra di un ragazzo di tredici anni per pensare che il posto, il luogo e il tempo più inospitale di tutti fosse proprio la vita e l’unica soluzione potesse essere la morte? Quando la società è diventata così bestiale da dissanguarsi ogni giorno a vicenda, e con un sorriso vuoto e gelido? Quando lo scherzo è diventato offesa? Quando il rispetto è diventato una faccenda noiosa, di poco conto, superflua?

Pare che la dirigente scolastica della scuola media Vittorio Emanuele Orlando di Palermo avesse avvertito i genitori del disagio del ragazzo, che fosse vittima di bullismo, quel fenomeno contrastato sempre, tranne quando ci si trova di fronte un episodio di bullismo vero e proprio. Tranne quando, ogni giorno, nelle scuole, il bullo viene etichettato come vivace e la vittima come sfigata, troppo spesso purtroppo anche dagli adulti, senza nessun altro tentativo di integrazione.

Lunedì la scuola è rimasta chiusa, per lutto. Ma martedì ha riaperto. La sua porta sarà stata un varco o un muro? La scuola deve ampliare o restringere bambini e ragazzi in crescita? Cosa vuol dire ampliare e cosa restringere? Ci sarà un’eco del ricordo ogni volta che il banco di questo ragazzo sarà occupato da qualcun altro o forse da nessuno? Si potrà imparare qualcosa da un ragazzo che stremato saluta la vita? Si potrà vedere e rivedere il peso che l’ha soffocato?

Chissà, magari i genitori stavano provando ad aiutare il figlio. O magari no. E i professori? Magari hanno fatto anche loro tutto quello che hanno potuto. O magari avrebbero potuto fare di più. In ogni caso, un fascicolo per istigazione al suicidio è stato aperto.

Un ragazzo è morto suicida. A tredici anni. Sabato sera. In casa. Da solo. Mentre i genitori erano fuori. Un ragazzo violento verbalmente o fisicamente con gli altri, inconsapevolmente ma sicuramente, fa del male anche a se stesso. Non se ne accorge, ma lo fa. Forse un ragazzo che ha bisogno di essere prevaricante con un suo compagno di classe è inascoltato o ascoltato male. Durante la crescita e forse anche in età adulta i confini non sono così netti. Al contrario, possono essere molto labili. Forse il branco nasce dal non sentirsi abbastanza forti da soli. Ma potenti insieme. Forse bisognerebbe ripartire ridefinendo le coordinate della forza e del potere.

Il potere calpesta, la forza aiuta a rialzarsi. Il potere disperde, la forza raccoglie. Il potere si impone, la forza dialoga. Il potere schernisce, la forza riconosce. Il potere deride, la forza si concede e concede il pianto. Tutti piangiamo. Ma nessuno ci vede.

Una madre e un padre non avranno mai più il loro figlio. Lui non saprà più cosa vuol dire domani, qui e ora. È stato aperto un fascicolo per istigazione al suicidio. Forse potrebbe servire a comprendere e far comprendere quanto serio sia lo scherzo. Lo scherzo è una cosa seria. Il confronto è una cosa seria. Il dialogo è una cosa seria. E se, per costruirlo, bisogna decostruire è importante anche questo.

E forse è proprio questa la funzione dell’adulto. Che sia un genitore o un educatore. Smontarsi, dubitare, pensare, decostruirsi per consegnare a un bambino e poi a un ragazzo gli strumenti per costruirsi, pezzo dopo pezzo, nella propria unicità. In questo la scuola dovrebbe impegnarsi a essere varco e non muro. Un ragazzo se si vede schiantato contro un muro potrebbe tirare fuori il dolore a proprio modo, spesso con violenza, perché non conosce ancora bene il proprio lessico emotivo. Lo sta ancora apprendendo. Se gli viene concesso un percorso ampio può cadere, vedersi accolto nella caduta, trovare spazio per rialzarsi senza minare l’altro.

Se anche la didattica fosse calibrata su misura per ogni singolo ragazzo tenendo conto anche del gruppo, forse un ragazzo, poi due, poi tre, e infine una classe intera si sentirebbe più vista e quindi più viva. E più sorretta nel cercare un senso, forse anche il proprio senso, pur nel rispetto della spensieratezza della giovanissima età che non deve e non può diventare superficialità e ferocia. Forse proverebbe a cercare un centro e non una via di fuga. Forse cercherebbe più uno specchio che uno schermo.

Un ragazzo è morto suicida a tredici anni. Stiamo annaspando tutti. Adulti, giovani, bambini. La distrazione pare essere l’unico scopo. L’unica notifica disattivata è il sentire. Un ragazzo è morto. Impiccato. A tredici anni. Siamo certi che il cappio al collo non ce lo stiamo stringendo tutti, nel nostro nulla essere e nulla dare? Fermiamoci. Maledizione.

Un ragazzo di tredici anni è morto impiccato. Che possa essere un’occasione per riflettere, ma davvero. Per volgerci indietro, come l’etimologia comanda. Che lui sia in pace. Ovunque sia.

Prec.

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