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Vaccino salvi tutti

Chiara Barbati di Chiara Barbati
17 Novembre 2020
in Attualità
Tempo di lettura: 5 minuti
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Dopo mesi di attesa e incertezza, durante i quali l’arrivo di un vaccino anti-COVID sembrava sempre troppo lontano nonostante le numerose sperimentazioni in tutto il pianeta, sono di questi giorni le notizie degli ottimi risultati di due aziende farmaceutiche. Nel giro di una settimana, infatti, Pfizer e Moderna hanno reso noti gli esiti preliminari dei loro vaccini a mRNA, una grande novità per il mondo scientifico che ha subito catturato l’attenzione del pubblico nella speranza di porre fine alla pandemia. Ma mentre speranze e complotti si avvicendano tra i discorsi di media tradizionali e social, è importante comprendere cosa può davvero fare un vaccino e, soprattutto, se sia solo la sua efficacia a separarci dalla vita di prima a cui tanti sperano di tornare.

Nel corso degli ultimi mesi sono state proprio le istituzioni ad alimentare questa convinzione. La loro comunicazione, poco chiara e per nulla coraggiosa, ha già fatto molti danni e continua a farne invitando i cittadini a resistere, a compiere gli ultimi necessari sacrifici. Lo stesso Conte, in uno dei suoi recenti discorsi alla nazione, ha invocato il senso di responsabilità del popolo italiano rassicurando sull’arrivo di una cura il prima possibile. Ma, che arrivi entro la fine dell’anno o che sia disponibile a partire dal prossimo, il vaccino potrà garantirci il ritorno alla normalità?

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La risposta a questa domanda sembra semplice in seguito alla notizia dell’efficacia del 90% dello studio di Pfizer e del 95% di quello di Moderna. Tuttavia, prima di credere che la soluzione sia dietro l’angolo, è bene comprendere cosa essa significhi. L’annuncio della Pfizer è arrivato la scorsa settimana direttamente dal CEO dell’azienda: si è trattato di una notizia così rassicurante che anche il mercato mondiale ne ha risentito positivamente, per non parlare della corsa ai meriti che si è scatenata. Lo stesso Trump, nel suo tentativo di sentirsi vincitore ancora per un po’, ha provato ad attribuirsene il successo, immediatamente smentito dall’azienda farmaceutica che ha chiarito di non aver ricevuto alcun fondo governativo dagli USA. La percentuale, però, è frutto di una stima dell’azienda stessa, mentre i numeri non sono ancora stati verificati dall’esterno. Dunque, finché non ci saranno pubblicazioni di studi scientifici confermati non si potrà conoscere la reale efficacia del vaccino. Certo, una sperimentazione che ha coinvolto più di 43mila persone deve avere una qualche affidabilità e probabilmente tale si rivelerà anche in seconda battuta, ma nessuna dose verrà distribuita o somministrata prima di averne la conferma.

Questa precisazione è molto importante, soprattutto considerando il polverone che nasce sempre intorno ai vaccini. Il normale procedimento che coinvolge la creazione e la sperimentazione di un nuovo farmaco passa sempre attraverso gli stessi passaggi. La sperimentazione sull’uomo è composta da tre fasi, tutte e tre fondamentali per assicurarsi la finalità e la non pericolosità del prodotto. Una volta concluse, le agenzie addette alla regolamentazione ne confermano o smentiscono i risultati. Solo successivamente si può procedere alla produzione su larga scala. In genere questi passaggi richiedono anni di lavoro e la necessità di porre un freno alla COVID-19 ha accelerato i tempi, ma non sulla pelle dei cittadini, come amano sostenere i no vax. Così, al termine della terza fase di sperimentazione e visti i risultati, Pfizer ha iniziato la produzione su larga scala, nettamente in anticipo, accettando il rischio di sprecare risorse al fine di avere più dosi pronte nel momento in cui – e se – sarà dato il via liberà dalle autorità competenti.

Se la sperimentazione non è dunque un problema, ci sono altre questioni che riguardano il vaccino che dovrebbero essere chiarite. È certamente vero che una sperimentazione breve, per quanto regolare e controllata, non possa realmente prevedere gli effetti collaterali a lungo termine. L’unica rassicurazione a riguardo è la composizione stessa del vaccino, particolarmente innovativa, che dovrebbe stimolare il sistema immunitario senza creare danni. Ma, nonostante ciò, è impossibile stimare quanto duratura sia l’efficacia, se garantisca l’immunità per tutta la vita, per un decennio o per una manciata di mesi. Un dubbio del genere potrà essere chiarito solo dal tempo, quello che la popolazione mondiale al momento sembra non avere. L’altra questione riguarda l’efficacia in base all’età. La sperimentazione è stata condotta su soggetti giovani, ma pare che essa sia inferiore – non si sa di quanto – sulle persone più adulte, cioè sulla categoria più a rischio e quella a cui, teoricamente, andrebbero destinate le prime dosi.

Nei giorni scorsi, il nostro governo ha ipotizzato anziani e operatori sanitari come primi beneficiari del vaccino, ipotesi simile a quella inglese, le cui autorità hanno comunicato che le dosi iniziali saranno distribuite a pazienti e operatori delle case di cura, cioè quei luoghi che – un po’ ovunque – si sono rivelati i più adatti allo sviluppo di pericolosi focolai. La questione scottante è però un’altra.  Sono mesi che le istituzioni rassicurano i cittadini, invitandoli a sacrificarsi sapendo che manca sostanzialmente poco all’arrivo di una cura, sottintendendo – e a volte dichiarando esplicitamente – che ci garantirà di tornare a una vita normale. E sono altrettanti mesi che la comunità scientifica avverte che il vaccino non permetterà questo. Potrà contenere i contagi, alleviare le forme gravi, ridurre il peso sulla sanità affaticata e dare un po’ di respiro a una popolazione stressata, ma non farà sparire il virus. E, con esso, non spariranno i sacrifici, le distanze, le rinunce alla vita sociale, neanche le mascherine. Il vaccino non farà dissolvere nel nulla la prospettiva di dover imparare a convivere con la COVID, non addolcirà la nuova quotidianità a cui sarà necessario abituarci e che resterà tale per parecchio. Certamente, non arriverà in tempo per mettere freno alla seconda ondata, alla quale si può porre fine solo con estreme misure di contenimento.

Tra le tante voci discordanti che parlano della pandemia, si è sempre riscontrata grande confusione, un caos di informazioni che non riesce a guidare i cittadini verso la soluzione. Se da un lato i centri di ricerca di tutto il mondo si sono messi in moto per trovare un vaccino il prima possibile, con risposte molto più rapide di quanto si potesse immaginare, dall’altro i governi tentano giustamente di accaparrarsi le dosi più promettenti. Ma mentre istituzioni e ricercatori assicurano un ritorno alla normalità e fanno stime su inverno 2021 o primavera 2022, la comunità scientifica tenta invano di avvisare che nulla è garantito.

Prima di tutto, non ci saranno abbastanza dosi per coprire l’intera popolazione. In più, non è detto che tutti potranno o vorranno fare il vaccino e la questione etica sull’obbligo delle vaccinazioni risulterà particolarmente spinosa, soprattutto alla luce del successo che il negazionismo sta riscontrando. È quasi impossibile, inoltre, che la cura faccia sparire un virus così largamente diffuso tra la popolazione, soprattutto considerando che non se ne conosce la durata dell’efficacia e se prevenga l’infezione o solo l’insorgenza dei sintomi gravi. È dunque probabile che molte misure restino in vigore per parecchi mesi, anni addirittura, e probabilmente si tratterà di quelle restrizioni che più pesano a livello sociale, come la necessità di mantenere un buon distanziamento. È a questo punto che si comprende il valore delle decisioni di governi e istituzioni.

Abbiamo già criticato le scelte non efficaci prese dall’alto, quando si è chiesto un sacrificio ai cittadini ma non lo si è accompagnato con altrettante misure valide per la prevenzione. E abbiamo criticato anche la comunicazione con la quale ci si è rivolti agli italiani, qualche volta con toni paternalistici, come a voler incolpare solo le azioni della gente comune per la diffusione della seconda ondata, spesso con dati non chiari e voci discordanti che hanno confuso le persone sulla gravità della situazione. Ma adesso invitare i cittadini a compiere un ultimo sforzo prima dell’arrivo del vaccino che salverà tutti è una mossa estremamente pericolosa.

Un governo che indora fin troppo la pillola, provando a convincere la cittadinanza che manchi poco alla fine della pandemia, cosa si aspetta quando tra qualche mese saranno necessari ulteriori sacrifici? E, soprattutto, illudendo le persone sulla reale efficacia che un qualunque vaccino possa avere, come si intenderà affrontare la catastrofica angoscia che investirà la popolazione quando ci si renderà conto che non esisterà più una vita di prima a cui tornare?

Prec.

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