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“Scopami”: uno scandalo porno-punk

Tra gli anni Novanta e i primi Duemila, il dibattito femminista si concentra a lungo sui temi caldi di pornografia e prostituzione. Le posizioni si inaspriscono per poi divergere in due diverse correnti: anti-porno e pro-sex. Alla base di questo scisma, la concezione del ruolo della donna nell’industria del sesso. Se le femministe contrarie a pornografia e prostituzione vedono in esse la corruzione e le falle del sistema patriarcale, che vittimizza e oggettifica le donne, le pro-sex sostengono che l’occupazione di quello spazio, originariamente creato ad appannaggio del solo occhio e sollazzo maschile, sia una tappa fondamentale verso la vera liberazione sessuale. Non solo dai ruoli prestabiliti di predatore e preda, ma anche dalle imposizioni eteronormative sulle fantasie sessuali, dai vincoli di un’identità di genere vissuta con rigidità cancellando, di fatto, l’esperienza umana di centinaia di migliaia di persone e mettendola sullo stesso piano di una parafilia.

Sex worker e pornostar reclamano il femminismo. Il loro moto liberatorio e ribelle si spinge oltre i confini dei set cinematografici, arrivando nelle piazze americane (soprattutto San Francisco) e nelle sale da concerto, prese d’assalto dal punk arrabbiato delle Riot Grrrl. La chitarra picchia le orecchie, le voci gridate delle cantanti violentano la testa di chi ascolta con immagini di catartiche pratiche sadomaso. Qualcuno pensa che le ragazzine debbano essere viste e non sentite ma io penso “Oh, bondage! Ficcatelo nel…, recita una canzone delle X-Ray Spex. Sui palcoscenici il sesso violento diventa performance, rovesciamento dei canoni, esorcizzazione del fallo e delle costrizioni. Il grido bellicoso di chi rifiuta di essere chiamata vittima, di essere marginalizzata, relegata allo spazio liminale di desiderata e mai desiderosa.

Scopami di Virginie Despentes è un romanzo intriso di questo slancio rabbioso. Pulp, estremo, pornografico, punk in ogni frase. Opera d’esordio della scrittrice, viene pubblicato per la prima volta nel 1994, destando grande scandalo. Oggi Fandango, che di Despentes ha ripubblicato in Italia anche King Kong Theory, ne promuove l’uscita con queste parole: un libro cattivo per ragazze cattive. Nadine e Manu, le anti-eroine del romanzo, hanno conosciuto, nel corso della loro giovane vita, solamente degrado e ottundimento. Nadine si prostituisce con uomini molto più grandi di lei, nutre un’ossessione enciclopedica per i film porno brutali e vive con le cuffie del walkman perennemente calcate sul capo. Manu ha un passato da starlet dei film weird a luci rosse e una dipendenza dall’alcol. Abitano in una periferia dimenticata, dissociata dalla città, i cui residenti si dividono in zombie che ciondolano senza meta, spacciatori minorenni e uomini che amministrano la legge della strada con le armi da fuoco. La morte, le ritorsioni violente sono eventualità con cui fare i conti rassegnati.

Manu accoglie notizie agghiaccianti sulla sorte di persone che, pure, conosce bene con una smorfia apatica sul viso. Come se non ci fosse altro destino. La sua routine viene spezzata quando, uscita con un’amica, viene accerchiata da una gang di giovani uomini e stuprata a rotazione. Mentre l’altra si dibatte e si ribella, lei resta ferma, immobile, fluttua lontano mentre il branco si accanisce sul suo corpo. Reagire, urla all’amica, li fa solo agitare di più. Lo stupro è descritto con crudezza, senza orpelli aggettivali. Solo la carne violata, il sangue che cola dalle ferite, il ragliare derisorio e trionfante del branco. Brutalità lucida, così esposta da annodare lo stomaco e spingere via il libro in un moto di disgusto, una reazione disperata per non guardare, non sentirsi complici, con la lettura, di quanto sta avvenendo sulla pagina. Manu torna a casa come in preda a una trance. Poi, la nebbia che le offusca la mente si dirada. Si procura una pistola e, incontrata Nadine per caso, dà con lei il via a un assolo di efferatezze, un concerto orgiastico di morte.

Il ritmo del libro è serrato, ad azione segue azione: un’escalation di ferocia che non ammette pause. Eredita dal marchese De Sade la nitidezza spietata degli amplessi bdsm, dalla tradizione pulp le atmosfere estreme al limite del fisicamente possibile. La sensazione di trovarsi in una favola macabra della sottocultura punk è data anche dall’adozione dello slang, del turpiloquio, dagli inserti di testi delle canzoni che pompano nelle cuffie di Nadine mentre si rilassa dopo gli omicidi o il sesso. In Scopami, le protagoniste fanno esplodere i corpi delle vittime in coriandoli sanguinolenti, soddisfano i propri appetiti sessuali senza pudore, abusano di tutto: uomini, alcol, droga. Sono le uniche partecipanti a una festa che può concludersi solo con la morte. Questi elementi accomunano il romanzo di Despentes anche alle opere di Isabella Santacroce: Luminal (1998) ha per protagoniste due ragazzine, Demon e Davi, psichedeliche lolite che dispensano sadismo tra la Svizzera e la Germania. Lì si omaggiavano i Sex Pistols e Bowie, evidenziando ancora una volta il legame profondo che la ribellione sessuale intrattiene con la musica.

La prima reazione del lettore di Scopami potrebbe dunque essere il disgusto, seguito da un tentativo di razionalizzare i delitti, suddividerli secondo le categorie di giustizia e ingiustizia, cercare di spiegarli comparandoli alla violenza esperita dalle protagoniste. Scavarsi dentro, provare pietà per le due giovani e il tesoro dissipato della loro vita. Ciascuno di questi tentativi è destinato a fallire. La violenza grafica del romanzo assume lo stesso valore liberatorio della violenza nei testi delle canzoni punk: non è lì per puro feticismo della morbosità (cosa di cui, peraltro, l’autrice si prende abilmente gioco in un passaggio finale del libro). Virginie Despentes mette in dubbio con la sua scrittura porno-punk il concetto stesso di innocenza, il concetto stesso di vittima.

Nella nostra società nessuno è innocente. Perpetriamo modelli che cannibalizzano, sfruttano, prosciugano tutto ciò che ci sta intorno per il nostro piacere o per quello che viene imposto debba piacerci. Giudichiamo le persone in base al sesso, all’etnia, alla classe sociale e coloro che non hanno abbastanza potere economico diventano automaticamente invisibili. Le donne che vivono in una condizione di marginalità sono doppiamente evanescenti. Più che persone sono fantasmi. Manu e Nadine camminano per strada letteralmente coperte di sangue. Nessuno le nota. Nessuno bada a loro, a meno che loro non vogliano essere guardate. E allora indossano abitini striminziti, gonne cortissime, camicette scollate. Anche così, però, nessuno le riconosce: sono troppo attenti a mangiarne i corpi con gli occhi per guardarle apertamente in viso. Le anti-eroine di Scopami si mimetizzano come ghepardi, pronte a balzare sulle prede alla prima pulsione. Non sono vittime: dominano il mondo violento che hanno conosciuto usandogli la stessa violenza. È questo rovesciamento dello status quo che secondo l’autrice scatena il disgusto e le reazioni censorie. Eppure, gli eventi e le circostanze sui quali si apre il romanzo non sono più crudi della vita reale.

Virginie Despentes rovescia in questo primo libro la sua esperienza personale. Subì uno stupro multiplo da adolescente e da adulta ha sbarcato il lunario per qualche anno come sex worker. In King Kong Theory vi torna spesso: lo fa senza peli sulla lingua, con grande schiettezza e senza timore di recare offesa. Equipara la professione dello scrittore alla prostituzione: entrambe sono impossibili da intraprendere senza mettersi a nudo, esporsi ai pericoli del giudizio di tutti. Per Despentes, la discussione sulla prostituzione è cruciale per giungere a una riflessione sul modello inculcatoci di femminilità remissiva e vulnerabile, insicura e immacolata. Quando nel 2000 porta Scopami sul grande schermo, il film resta nelle sale solamente per qualche giorno. Viene ritirato perché ritenuto troppo scabroso. In particolare, ci si accanisce sulle scene di sesso integrale e non simulato.

Despentes si fa affiancare nella regia da Coraline Trinh Thi, ex pornostar di fama internazionale. Le Nadine e Manu della pellicola vengono interpretate dalle attrici porno Karen Lancaume e Raffaëlla Anderson. Già durante il tour promozionale, l’autrice nota i tentativi dei media di ridurre Trinh Thi a una figura decorativa e silenziosa: «Che la sua bellezza plastica lasciasse gli uomini interdetti, non dico di no. Ma l’accanimento con cui in seguito le rifiutavano il diritto di saper fare altro era imbarazzante. […] Impossibile essere stata una creatura sulfurea e successivamente dar prova d’inventiva, d’intelligenza, di creatività.[…] Bisognava toglierle la parola, impedirle di esprimersi, ridurla al silenzio». A questo silenzio si ribellano Nadine e Manu. Di questo silenzio muore suicida Karen Lancaume.

La sua carriera nel porno comincia per aiutare il marito a liberarsi dai debiti e le rimane addosso come un marchio a fuoco. Spera di passare al cinema proprio con la sua acclamata interpretazione di Nadine in Scopami ma, frantumatosi anche questo auspicio contro la solida parete del pregiudizio, torna sui suoi passi. Nel 2005, completamente disillusa, inghiottisce un po’ di pillole nel bagno parigino di un conoscente e si toglie la vita. Della sex industry aveva testimoniato gli abusi e del lavoro con Despentes diceva: «Tutto ciò che viene richiesto agli uomini è un po’ di comprensione, di uguaglianza. Il porno è fatto di uomini che eiaculano sulle donne in pieno volto. Scopami è tutto il contrario». Scopami è la rivendicazione delle cattive.

A ventisei anni dalla sua prima pubblicazione, abbiamo ancora bisogno di essere scandalizzati e scossi nel nostro disgustoso perbenismo. I reparti marketing delle grandi corporation di tutto il mondo hanno appiattito il dibattito sulla parità di genere su modelli di femminismo patinato e commercializzabile. Gli spot sugli assorbenti si sono trasformati in campagne di sensibilizzazione che trattano il ciclo mestruale come un handicap invisibile e le donne come panda in via d’estinzione, quelli che vendono abbigliamento sportivo si sentono in dovere di dirci che possiamo fare tutto quello che vogliamo e anche di più. Fuori dal regno delle pubblicità, stiamo per uscire da un anno che ha visto le donne scomparire fra le mura di casa a causa della pandemia. La nostra è la categoria demografica più penalizzata dalle misure di lockdown: siamo più povere e sempre meno indipendenti dal partner. Nel 2020 è stata registrata un’esponenziale impennata dei casi di aggressione e violenza domestica durante il periodo di quarantena. Di romanzi che parlano di donne cattive e politicamente scorrette c’è ancora necessità. Che Scopami possa essere un gigantesco dito medio a chi ci vuole ancora vittime e sottomesse.

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