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Una fotografia moderna, intorno a Baudelaire: lo Spleen (pt.2)

Annarita Genova di Annarita Genova
30 Aprile 2022
in Lapis
Tempo di lettura: 5 minuti
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Un mattino mi ero alzato uggioso, intristito, spossato di ozio, e forzato – mi pareva – a compiere un gesto enorme, un atto scandaloso; e spalancai la finestra, ahimè! (da Le mauvais vitrier, poemetto contenuto ne Lo Spleen di Parigi). Baudelaire, in un’introduzione abbozzata a Les Fleurs du Mal – come riporta Giuseppe Montesano nella prefazione a Lo Spleen – scriveva di non aver alcun desiderio di stupire o di persuadere; niente da sapere o da insegnare, niente da volere o da sentire, ma di voler dormire, soltanto e ancora, a causa di quella noia esistenziale che assale ogni energia vitale.

Montesano lo indica come il sonno del sepolto vivo, come l’ennesima allegoria del poeta dimenticato da tutti, fuori moda e fuori tempo. Una proiezione del poeta dimenticato è anche la visione del povero saltimbanco in un giorno di festa (in Le vieux saltimbanque, poemetto XIV). L’immagine di un poeta invecchiato da solo, senza famiglia, senza amici, degradato dalla sua miseria e dall’ingratitudine pubblica, si intreccia nella mente dell’autore a quella del vecchio saltimbanco, che ha appena visto isolato nella sua tenda misera, mentre tutti gli altri suoi colleghi (giocolieri, esibitori di animali, venditori ambulanti) partecipano al dare e avere del giorno festivo.

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Nell’odore di frittura che prevale su tutti gli altri come incenso della festa, anche l’uomo più preso nelle fatiche dello spirito si lascia andare alla leggerezza, tutti tranne uno, quel povero saltimbanco incurvato, decrepito, infiacchito, una rovina d’uomo. Quando un reflusso di folla trascina il poeta lontano dal vecchio circense, si crea nella sua mente il connubio tra i destini, miserabili entrambi e condannati all’eterna rovina. Proprio i “rovinati” nella carne e nello spirito, gli emarginati della società dell’utile, sono quelli che hanno lo sguardo più profondo e indimenticabile, che hanno occhi simili a pozze dove l’acqua dorme di notte, come le vedove (o qualsiasi essere indebolito, rovinato, intristito, orfano).

Le vedove (poemetto XIII) hanno la nobiltà nei volti e un occhio sensibile può cogliere subito in loro il corteo delle infinite leggende dell’amore ingannato, le devozioni incomprese, gli sforzi mai ripagati, la fame e il freddo portati addosso in silenzio, nell’umiltà. La vecchiaia è la condizione comune a tutti coloro che, tra le orribili strade di una città trasformata, si trascinano dietro ancora gli antichi valori, e soltanto costoro (queste Rovine), hanno il diritto a quella bellezza che non si capovolge immediatamente nel suo contrario – e cioè – il ridicolo insignificante di ciò che è in vendita (Montesano). Nella società moderna, infatti, la bellezza è merce e in questa desolazione persino la vecchiaia, che è condizione più vicina alla salvezza, è destinata a perdersi.

Come reagire allora alla vera bellezza che sfugge, che indossa abiti nuovi e che transita di continuo sotto il gioco della metamorfosi della modernità? Come rimandarla allo sguardo – quello del poeta – di chi avverte fin da subito nelle immagini la loro stessa decomposizione, nell’inizio la sua stessa fine? Dove recuperarla se tutto è altrove, tardi o mai più? Con il tono di un congedo continuo e rabbioso, di un fantasma non del tutto fantasma, assalito da ricordi morenti, Baudelaire ha scelto di munirsi – proprio esprimendosi nei componimenti dell’opera de Lo Spleen – della prosa per tentare quell’altrove nella quale direzione tutto ciò che è ancora bello sembra rifuggire, ma nello stesso tempo anche per congelare in frammenti tutti i sentimenti contrastanti che nascono dall’amore folle per una Parigi genitrice che non è più la stessa; essa è ora inferno, nausea ma ossessionante richiamo.

Nell’urgenza di un’autobiografia, Baudelaire vuole con quest’opera ribellarsi alla moralità borghese e a qualsiasi istituzione che abbia abusato dei propri poteri prevaricando le singole libertà espressive; ed è una ribellione anche alla sua famiglia che lo ha escluso e umiliato dai suoi propri circuiti interni perché lui si è rifiutato di diventare una persona seria. Il suo sentimento di emarginazione nasce perciò da molto lontano, ed è tormentato dall’idea che anche la sua arte finisca senza rimedio in una misera solitudine, simile a quella del saltimbanco di cui prima si parlava. Questa paura, che diviene al contempo sfregio e rancore, ma anche indifferente presagio, è dovuta al fatto che il pubblico non sa più apprezzare gli aromi dolci (come il cane del poemetto VIII), e perciò a esso occorre riservare immondizie ben scelte.

Liberato dai metri e dai ritmi che la poesia richiede (che la lirica non riesca più ad ospitare i suoi fantasmi?), lo scrittore francese indica ancora una volta al suo flâneur (figura simbolo del poeta che vaga nella desolante città, cercando di afferrare i sentimenti che questa gli può ancora suscitare) le strade in cui la bellezza è naufragata e quelle ancora da scoprire per poi tornare a scartare l’idea del “bene” (che appartiene alle sporche coscienze dei moralisti borghesi) e percorrere quella del “male”, perché non c’è rimedio, è – ancora una volta – troppo tardi: tutto è male poiché nulla è al suo posto (J. De Maistre).

Seguendo le Rovine – che è ciò che può davvero chiamare famiglia – il flâneur si immerge allora nella folla senza farsi contagiare. Come un fuoriuscito (o nato altrove), nel limbo tra il dentro e il fuori sociale, in un luogo instabile dove l’uomo non può coltivare alcuna fioritura se non quella dell’oblio, il poeta scrive così nel poemetto XII, Le folle: non a tutti è dato concedersi un bagno di moltitudine, godere della folla è un’arte; e può prendersi una sbronza di vita alle spalle del genere umano, solo colui a cui una maga ha istigato dalla culla il gusto della maschera e del travestimento. Ma ancora: solitudine, moltitudine, termini uguali e convertibili per il poeta fecondo e attivo. Chi non sa popolare la sua solitudine, non saprà essere solo in una folla indaffarata.

Felici si dichiarano coloro che aderiscono a un talento comune che è quello di somigliare a tutti gli altri. Il poeta invece riesce a penetrare a suo piacimento nella maschera di chiunque, essere altro da sé ma altro anche da chiunque. E mentre la massa di individui della folla ride in bande, pensa in bande, si diverte in bande e ha ribrezzo per la diversità, il poeta si chiama fuori da ogni Maschera e sembra auto-emarginarsi da quegli schiavi senza sguardo piegati alla modernità. È la felicità come ottusa forma di fantasticheria, commenta Montesano, che è poi la stessa che appartiene ai pensatori moderni, rappresentanti dell’arte di rendere i popoli ricchi, felici e saggi – in ventiquattrore.

È tutta questa maledetta caducità e disillusione a creare il mito del flâneur, della folla e soprattutto dello Spleen, tra Maschere e Rovine. Termine francese traducibile con l’espressione di noia esistenziale, il sentimento splenetico del poeta che sente tutto, troppo, mentre gli altri non sentono più niente, è così drammatico da contenere già in sé una fine. Ma purtroppo non c’è una fine, perché subentrano allora angoscia e malinconia, che si manifestano con una propria poetica quando tutto sembra già perduto. È il tempo dell’Eternità, da ricercare nell’abisso degli occhi della sua bella Feline – tempo che ora si esprime in lamenti, ora nel silenzio – a far credere in una fine che, già si sa, non potrà mai consolare.

La noia dunque nasce dal non riuscire a riconoscersi più, nella propria immagine, nelle origini, nelle relazioni; tutto è rovesciato, inconsistente e prossimo a ogni frantumazione. La noia nasce dal non trovare un tempo che sia ora e un posto che sia casa, e pensare che si starebbe meglio altrove, non importa dove, purché fuori da questo mondo.

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