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“Un oceano senza sponde” di Scott Spencer

Scott Spencer è un romanziere abilissimo che ha molto care le similitudini. In Un oceano senza sponde, l’ultimo suo libro uscito per i tipi di Sellerio e magistralmente tradotto da Assunta Martinese, queste si susseguono nella creazione di immagini precisissime di stati d’animo altrimenti irraccontabili. Come si racconta, infatti, l’amore se non avvalendosi di altro, se non riempiendo con constatazioni tangibili il vuoto impalpabile del sentimento?

Christopher, detto “Kip”, conosce a fondo quell’inafferrabilità perché, ormai uomo di mezza età in procinto di confessare al lettore il suo crimine, ha passato gli anni più preziosi a rincorrere l’amore e, al contempo, a rifuggirne le caselle. Rimanere closeted, nell’armadio, per tutta la vita è un esercizio che lo sfianca, ma pur sempre carico del terrore erotico di essere scoperto, sorpreso, dall’oggetto del desiderio nell’atto di adorazione che accompagna l’eccitazione sessuale.

Abita questo spazio, Kip, fra l’alternarsi di sollievo e tormento. La sua confessione, così, assume sin da subito un doppio significato: sappiamo che l’atto criminoso si è consumato, sappiamo chi è il colpevole. Sappiamo, però, anche che Kip in realtà sta confessando qualcosa che gli pesa molto più di quell’azione che vedrà crollare il suo castello di carte abilmente edificato e tenuto in piedi, con il suo bell’armadio con le ante accuratamente serrate. È dell’amore non corrisposto che confessa il crimine. L’aver gravitato, satellite solitario, intorno a un pianeta che, pur beneficiando della presenza della sua luna, resta sospeso in un’inconsapevolezza di comodo o, peggio, ignavia.

Il pianeta in questione è Thaddeus Kaufmann, il migliore amico, l’amato conosciuto al college. Thaddeus con i suoi capelli lunghi e scuri e le guance sempre tinte di rosea innocenza. Thaddeus che vuole solo piacere alla gente e attraversare la vita lasciando dietro di sé il segno indelebile del successo: una sterminata scia di dollari. L’oceano d’amore nel quale Kip si tuffa irretito si trasforma, poco a poco, in un abisso disilluso in cui, più di tutto, si fa largo l’eco del pensiero di aver sprecato la vita e i sentimenti a bramare disperatamente il fantasma vanitoso di un uomo che non è mai esistito.

Se, infatti, Kip si vota a una vita “abbottonata”, a sobrietà e morigeratezza di costume che non rispecchiano né il ribollire del suo desiderio né il suo conto in banca (è consulente per una compagnia d’investimento piccola ma fortunata), Thaddeus scialacqua, sperpera, dissipa relazioni e denaro che non possiede. Accecato dal bagliore effimero del successo come sceneggiatore di punta a Hollywood, acquista per sé e sua moglie (pittrice mediocre e spirito ferreo) una tenuta oscenamente grande sul fiume Hudson dal nome suggestivo di “Orkney”, un tributo, secondo Thaddeus, alla penna del romanziere ottocentesco Sir Walter Scott, che delle Orcadi scrive ne Il Pirata.

La tenuta, in comune con le isole Orcadi, ha la vicinanza a uno specchio d’acqua e la decadenza delle sue mura. Dell’allure romantico-letterario non conserva nient’altro. Occupa, tuttavia, una posizione talmente preminente nel romanzo di Spencer da essere molto di più di un’ambientazione, quasi un personaggio essa stessa. O, forse meglio, una sorta di ritratto in muratura del suo proprietario: la facciata opulenta che crolla a pezzi, il fitto bosco dietro il quale è trincerata, la sua natura indefinita piegata (almeno in apparenza) alla volontà di chi ne calpesta il suolo, salvo poi catturare all’interno, con il suo fascino di rovina, chi vi posa lo sguardo come la tela di un ragno pronta a frenare il volo di una mosca. Thaddeus, come la casa, è una promessa di futuro che non fu mantenuta. I sogni di gloria e ricchezza continuano a rubargli la quiete, nel modo in cui solo chi crede che tutto gli sia dovuto in virtù del proprio percepirsi eroe della storia si lascia turbare dai torti dell’universo.

Nei fatti, Thaddeus vive la tragedia di un uomo dimenticabile che assiste al proprio progressivo e quotidiano svanire. In questo, ed è Spencer stesso a suggerirlo per bocca di Kip a un certo punto del romanzo, più che con le Orcadi la tenuta di Thaddeus rassomiglia a Wragby, la proprietà dei Chatterley nel celebre libro di D.H. Lawrence. Mentre Lady Chatterley rifiorisce nell’amore per il guardaboschi Oliver Mellors (che in Un oceano senza sponde potrebbe trovare la sua controparte in Jennings, il tuttofare dei Kaufman), Lord Chatterley resta silenzioso sullo sfondo, nella dimora che un tempo fu manifestazione del suo potere. In seguito a una ferita di guerra, Lord Chatterley non è più in grado di muovere un muscolo dalla vita in giù. Per Lawrence, la paralisi fisica del personaggio simboleggiava qualcosa di più profondo: una paralisi dell’anima, della capacità di amare con i sensi del corpo.

In un mondo che guardava alle macchine e alla frenesia della produzione industriale come progresso (e Chatterley marito, con la sua razionalità fredda e con il suo corpo per metà macchina ne è l’epitome), Lawrence rivendicava il valore della tenerezza animale della carne, la celebrazione del desiderio come arma da impugnare contro l’emergere minaccioso del capitalismo.

Ambientato negli Stati Uniti a cavallo fra gli anni Novanta e i Duemila, nel romanzo di Spencer è ormai compiuta quella sublimazione del capitale che Lawrence prevedeva. Fra la popolazione della campagna sull’Hudson e gli abitanti di Tevershall ci sono molte miglia e quasi un secolo di distanza e, se per i secondi si era già realizzato un destino scandito dai ritmi funesti della miniera, i primi lottano a suon di sassaiole contro i treni provenienti da Manhattan affinché non si faccia dell’Hudson il volto di una nuova industrializzazione. A opporsi strenuamente alla realizzazione di un complesso industriale, però, sono più che altro gli alto-borghesi, spaventati sopra ogni cosa del crollo eventuale dei prezzi delle loro case da sogno sul mercato immobiliare.

Ossessionato dall’idea dei soldi, Thaddeus è un Lord Chatterley la cui impotenza è anzitutto impotenza d’acquisto. In un rovesciamento dell’invito di Lawrence a riappropriarsi della tenerezza, la seduzione in Un oceano senza sponde è merce di scambio per comprarsi altro: una soffiata in campo finanziario, un posto dove stare, o semplicemente l’affetto interessato di qualcuno (per Thaddeus), il riconoscimento e qualche ora svestito degli abiti posticci dell’eterosessualità (per Kip). Il desiderio puro, carnale, viene insidiato e contaminato dalla sete avida di un diverso desiderio: quello per la proprietà privata, gli oggetti, un’esistenza il cui valore sia quantificabile nel numero di strisciate della carta di credito platinum, nello shopping di lusso e nei bocconi esotici spiluccati nei locali alla moda di New York.

Nel parlare di passioni, Spencer evidenzia lo speculare morbo del possesso; nel raccontare il pudore di Kip o la volitività di Thaddeus, mette in mostra i fili che muovono la maggior parte degli uomini e delle donne nelle interazioni sociali, le schiene tese a captare il giudizio di un osservatore che, il più delle volte, ha il nostro stesso volto allo specchio. Quanto può durare tutto questo, prima che qualcosa si infranga?

“Un oceano senza sponde” di Scott Spencer
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