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“Toni e Moni”: guida al romanzo regionale o alle storture del patriarcato?

Marina Finaldi di Marina Finaldi
23 Settembre 2021
in Billy
Tempo di lettura: 4 minuti
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Sin dalle prime battute di Toni e Moni, guida al romanzo regionale di Petra Piuk (21Lettere, traduzione di Silvia Nerini), il lettore si renderà conto di non trovarsi esattamente al cospetto di innocua e piacevole narrativa. Quel sostantivo, guida, sta lì ad anticipare la singolare trovata dell’autrice di gestire il romanzo su piani diversi, avvalendosi di un coro di voci che si intromettono di continuo nella narrazione dando origine a una polifonia di contraddizioni, pettegolezzi e punti di vista che compromettono l’apparato della narrazione da “romanzo regionale” doc. Il lettore va imboccato, coccolato: bisogna suggerirgli qual è il giusto modo di leggere e interpretare il testo che ha davanti, la storia che si svolge sotto i suoi occhi.

A una guida ci si affida completamente, ciechi a ogni tentativo di manipolazione o ritocco della realtà. In essa fanno la loro comparsa ritagli di giornale, cruciverba, sondaggi, lettere dai lettori, note a piè di pagina che ripropongono i battibecchi fra la scrittrice e l’editor del testo, Tanjia, risolutissima nel suo imporre il giusto sviluppo dell’intreccio di modo che possa corrispondere esattamente a ciò che il pubblico si aspetta e pretende dal romanzo regionale. Quest’ultimo si ascrive a un genere letterario ben preciso e ben caratterizzato dall’autrice, al punto che lo stesso genere è protagonista della vicenda, giacché gli interpreti e i personaggi della stessa devono piegarsi alla sua canonica istituzione: per romanzo regionale Petra Piuk intende uno di quei libretti di facile ricezione, infarciti di luoghi comuni e saggezza popolare, di lieti finali dal retrogusto improbabile, concentrati sul piccolo drappello di persone – che poi costituiscono, in questo caso particolare, sia i personaggi che il pubblico di destinazione del romanzo – abitante del piccolo paese tra le Alpi austriache, in cui la vita scorre felice e bucolica come in una puntata di Heidi.

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toni e moniL’ironia caustica di Piuk permea ogni pagina e non lascia nulla al caso. Il paesello in cui viene poco a poco costruito a tavolino Toni e Moni si chiama Pontebbro sulla Menzogna. Facciamo dunque la conoscenza, e senza che l’autrice spenda una parola di più di quanto necessario, dei peculiari abitanti del paese, le cui caratteristiche comuni possono sintetizzarsi così: avvinazzati e ipocriti. Toni — la cui voce narrante si alterna a quella dell’altro narratore, questa volta onnisciente, la Signora Scrittrice — racconta coi suoi occhi di bambino ciò che quotidianamente osserva e lo fa con un tono leggero, infantile, zeppo di vezzeggiativi. Questa caratteristica della prosa, volutamente esagerata e volutamente esasperante, aggiunge alle scene descritte dal ragazzino una patina di crudo orrore.

Con tono gioioso, Toni racconta di violenza domestica, molestie sessuali, abusi su animali e persone da parte degli amabili abitanti del villaggio, a partire da suo padre. L’elemento disturbante si aggrava col proseguire del libro, nonostante le incursioni della Signora Scrittrice e dell’editor di censurare, edulcorare, rimaneggiare interi blocchi della guida. Proprio perché Piuk non lascia alcun dettaglio al caso, balza immediatamente all’occhio la decisione di contrassegnare il narratore onnisciente con le iniziali SS. Dettaglio che sottolinea, prima in punta di piedi e poi con evidenza sempre maggiore, il disprezzo e poi il razzismo, la xenofobia e la prontezza all’agire violento degli abitanti populisti del paese nei confronti dei forestieri.

Le canzonette della radio locale riportate nel romanzo assumono i toni foschi delle marce militari, reminiscenti dei cori nazisti. Gli abitanti del paese temono il diverso, odiano chiunque non si conformi alla norma. Ecco che compare, allora, un nuovo personaggio, la procugina di Toni, etichettata sin da subito come malvagio della storia perché porta i capelli molto corti, è nubile, vive in città e fa domande scomode. La presenza della procugina fa traballare l’imponente impalcatura di menzogne di Pontebbro e si oppone dall’interno alla pratica censoria della SS. Quest’ultima viene invocata quando l’editor del romanzo e il pubblico di lettori pontebbrini – che seguono la storia in tempo reale e s’indignano apertamente in proteste sperticate all’autrice per il resoconto che fa della loro comunità – sentono il bisogno di esercitare un controllo totale sulla storia e di soffocare anche con la forza i tentativi dei personaggi di sfuggire al lieto fine che viene loro imposto. Per inciso, questo lieto fine è, come tutto a Pontebbro, un lieto fine di facciata: la gioia di una festa di nozze ubriaca, coronamento unico e apice della vita di una donna.

La critica che Piuk muove alle tradizioni radicate della società patriarcale tutta è particolarmente feroce: nel libro, le donne sono perennemente abusate, addomesticate con la violenza fisica e sessuale, stuprate, vittime di rapporti incestuosi. Il clima profondamente tossico del contesto sociale viene ammansito dalla moltitudine di tabù che regolano il silenzio della comunità. La verità viaggia di bocca in bocca travestita da pettegolezzo, ma chi la cerca viene respinto, emarginato, marchiato come diverso, ridotto al silenzio. L’esperimento della scrittrice austriaca tocca vette di malvagità disumana, il tutto condito sempre dal perbenismo inquietante del si è sempre fatto così e del sospetto, trasformato via via in certezza con la lettura, che a Pontebbro sulla Menzogna siano raggruppate tutte le storture del sistema – o, dovremmo dire, forse facendo cosa gradita all’autrice, del regime – patriarcale e che il romanzo regionale con il lieto fine ci ritragga, in realtà, allo specchio, nell’atto di raccontarci tra noi quanto sia bello vivere in questo mondo ipocrita e corrotto, ovattato fin quando non ti capita la sfortuna di nascer donna, omosessuale o con la pelle scura.

Prec.

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