45 cavalieri
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Storia dei 45 cavalieri ungheresi e degli intellettuali di corte

Ettore Ciccotti, durante il governo Giolitti di prima del 1914, soleva spesso ricordare un episodio della guerra dei Trent’Anni: pare che 45 cavalieri ungari si fossero stabiliti nelle Fiandre e poiché la popolazione era stata disarmata e demoralizzata dalla lunga guerra, siano riusciti per oltre sei mesi a tiranneggiare il paese.

In realtà quest’aneddoto è universale perché, in ogni dove e tempo, l’assenza di protezione, di rappresentanza, di coscienza critica apre la strada a qualsiasi angheria. Non è, quindi, l’aspetto numerico, il numero esiguo di 45 cavalieri contro intere popolazioni, quanto l’incapacità di smuovere forze e resistenze per contrastarli.

Eppure a quasi tutti pare impossibile che una situazione come questa da “45 cavalieri ungari” possa mai verificarsi: e in questa miscredenza è da vedere un documento di innocenza politica.

Una colpevole innocenza, fatta di feticismi, di fragilità, di idolatrie dove si manifesta la debolezza cronica delle popolazioni nei confronti di tiranni e oppressori.

Gramsci fa l’esempio della sproporzione numerica tra gli inglesi occupanti dell’India e la popolazione autoctona del luogo. Quello che evidenzia è che in tutte le manifestazioni della politica è sempre una minoranza a essere parte attiva. La massa, proprio per le sue peculiari caratteristiche, viene polverizzata in tanti atomi senza volontà. In questo senso sembra chiaro che, dopo che si è disintegrata una coscienza collettiva, non è affatto facile riformarla e non è detto che si riformi nella stessa verso di prima. Anzi: ci si convince che il mondo va verso una data direzione, riconoscendo l’ineluttabilità della storia. Un po’ come i sondaggi che, invece di definire orientativamente le ipotesi del voto, lo determinano direttamente.

In questo precipizio in cui ogni singolo atomo della massa si abitua all’idea che quel certo male è scontato, quanto irrefrenabile, entrano in gioco la vigliaccheria e la bassezza morale degli intellettuali. I fenomeni delle narrazioni, ossia di bugie ripetute all’infinito e con grandi artificiosità logiche che diventano verità. È il ruolo che Gramsci attribuisce agli intellettuali di ogni corte. Per loro, si vede che essere partigiani della libertà in astratto non conta nulla, è semplicemente una posizione da uomo di tavolino che studia i fatti del passato, ma non da uomo attuale partecipe della lotta del suo tempo. In un certo senso la figura dell’intellettuale diventa naturalmente alleata coll’attore del dramma storico che ha meno scrupoli e meno senso della responsabilità. Quello che Gramsci definisce alleato con riserve, nel senso che camuffandosi in una neutralità colta o, peggio, in un’opposizione morbidissima, si finisce per essere strumento del potere e delle sue violenze, in un gioco nel quale paradossalmente lo si legittima.

L’alleato con riserve, mantenendo un finto distacco, come a voler apparire come superiori alle miserie passionali, diventa come il clown scespiriano: una contrapposizione al potere senza nessun effetto nella realtà, se non lo sberleffo che fa ridere la plebe. Un pochino quello che avviene in questi giorni, in cui canti isterici contro il fascista di turno vengono fatti da coloro che fino a ieri gli davano credibilità e fiducia politica. Perché, ad esempio, il Signor X può fare il ministro in un governo appoggiato dalla sinistra rosa confetto e non può fare il Presidente della Camera appoggiato dai fascioleghisti? Si tratta sempre della stessa persona.

È chiaro che torna prepotente in ogni pagina dei Quaderni l’idea della formazione. Adesso si direbbe formazione dal basso, proprio per ovviare all’inconsistenza etica degli intellettuali, troppo invischiati con il potere e le sue danze immobili per sviluppare una coscienza critica reale. L’informazione, il territorio con circoli e luoghi di ritrovo, diventano veicolo del sapere, della consapevolezza e quindi della capacità di discernimento e, soprattutto, di organizzazione.

Oggi, divorati dalla solitudine e triturati da pennivendoli a buon mercato, assistiamo inermi a recite di contrapposizioni: in realtà sono caste, che già Gramsci definiva simili a sacerdoti, che di volta in volta esprimono volontà del potere, anche quando sembrano esprimere il suo esatto contrario. Un gioco di ruoli che, come in una commedia dozzinale, vede i nostri pensatori recitare a copione, a gettone di presenza.

Lo stesso spettro del fascismo che viviamo in questi giorni, trova la mollezza di quello che trovarono gli squadristi della Marcia su Roma: una complicità o avversità ma di comodo. Una mollezza maleodorante, priva di spessore come ogni protesta di salotto, che si basa più su parametri estetici, che politici. La Meloni, in quest’ottica, diventa volgare, borgatara, impresentabile a un happy hour, ed è su questo terreno che esprimiamo, suggestionati dai cantori delle false libertà, il nostro dissenso. Un eterno gioco di “classe” dove colpevolizziamo la Premier perché donna, perché semplice, perché poco elegante e non perché reazionaria e fascista.

Quel pescivendola che, oltre ad avere una forte e disgustosa connotazione classista, è anche ferocemente maschilista (colei che maneggia il pesce). Ed è esattamente il quadro sociale con il quale ha avuto a che fare Gramsci (i liberali chic di allora trovavano i fascisti ignoranti e volgari), lo stesso unto torpore, la stessa colta indifferenza. La politica, invece, si fa sul territorio, rivendicando identità e diritti, organizzando le masse e creando le premesse di una vera Resistenza.

Contributo a cura di Luca Musella

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