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“Spettro urbano”: la non-guida che ci porta in una Tokyo inedita

Deborah D'Addetta di Deborah D'Addetta
24 Luglio 2026
in Billy
Tempo di lettura: 5 minuti
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Ma Ginza non vive soltanto di giorno. Quando il sole comincia a scendere, qualcosa cambia nella temperatura del quartiere. È l’ora in cui i turisti si fanno più rari, e inizia a uscire la folla dei salaryman, uomini in giacca e cravatta, con la ventiquattrore stretta in mano, che camminano a passo svelto verso un bicchiere di whisky […] È qui che Ginza mostra la sua anima nascosta, non quella delle vetrine, ma delle mama san, le vecchie gestrici dalla voce roca che raccontano storie al ritmo del ghiaccio che si scioglie nel bicchiere. Alcuni bar aprono solo su appuntamento, altri cambiano nome ogni pochi mesi. Alcuni, sono lì da sempre, come il Lupin, aperto nel 1928, e che ha visto succedersi sui suoi sgabelli i più grandi nomi del mondo letterario. La foto di Dazai Osamu ubriaco nel locale guarda ancora gli avventori di oggi mentre sorseggiano il Moscow Mule, signature cocktail del bar. 73 (p. 436)

Di Tokyo tutti abbiamo un’idea, anche chi non c’è mai stato: la città dei neon, degli incroci affollati, dei noodles, dei manga e dei treni superveloci. Tokyo è un simbolo, un micromondo, un feticcio. Eppure, ci sono narrazioni che provano a scostarsi da questo tipo di racconto, che cercano di dipingere una città distante dall’immaginario comune, quello più turistico, favorendo una ricerca – idealmente in loco – più autentica, meno battuta.

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Dico idealmente forse a torto, perché le due autrici di questa non-guida – come viene chiamata dalla casa editrice Eris – partono proprio dal campo: Damiana De Gennaro, campana di origine, traduttrice di poesia dal giapponese, vive e lavora tra Tokyo e Stoccolma; Marta Fanasca, ricercatrice e specializzata nello studio del Giappone contemporaneo; infine, Silvio Valpreda, curatore della collana e delle illustrazioni presenti nel testo, che accompagnano fotografie in bianco e nero (a mio avviso, molto belle) della stessa Marta Fanasca.
Come si può intuire, questa non-guida è un testo ibrido: narrazione, illustrazione e fotografia sono strumenti che lavorano in concerto per descrivere sei tra i quartieri più famosi di Tokyo: Shinjuku, Takadanobaba, Yoshiwara, Shibuya, Ginza e Tokorozawa.

Shinjuku, ad esempio, con cui parte il testo: il quartiere è una scusa per interrogarsi sulla solitudine, su quel modo molto asiatico, giapponese in particolare, di stare soli senza stare in solitudine. È una tendenza che sottolineano le autrici: in città sembrano fiorire luoghi in cui poter stare da soli senza però eliminare del tutto la presenza altrui. È il caso dei jazz kissa, bar in cui solitamente c’è musica e si può bere per conto proprio; dei sentō, ovvero i bagni pubblici; dei maid cafè, caffetterie in cui ragazze procaci servono clienti abituali facendoli sentire accolti, importanti, coccolati.

La città intera sembra un grande palcoscenico di solitudini parallele e socialmente coreografate che, pur non convergendo, si riconoscono. (p. 17)

Lo stesso tipo di indagine sociologica viene fatta anche per gli altri cinque quartieri. Se Shinjuku si fa carico del peso di parlare di una metropoli che sembra affollata ma che in realtà contiene moltitudini di persone che si sentono sole – e che hanno trovato il modo di conviverci – anche gli altri quartieri sono una scusa per parlare d’altro, di ciò che si nasconde sotto traccia: Takadanobaba, ad esempio, il suo famosissimo murale fuori dalla stazione e i suoi senzatetto pongono l’occhio di bue sulla questione femminile, sul modo in cui spesso le donne giapponesi sono costrette a lasciare il lavoro una volta sposate, su come vengono trattate in azienda, su come vengono comunicate dai media nipponici, politicamente parlando, la istanze femminili e femministe del Paese.

La paternalistica insistenza delle donne di estrema destra sui valori della famiglia tradizionale, in Giappone come altrove, va, così, in diretta collisione con la realtà dell’emancipazione femminile, da loro stesse – con paradossale apparenza – incarnata. In questi termini, non ci sarà mai modo di raggiungere una forma di armonia socio-politica che dia alle donne la possibilità, prima ancora del desiderio, di creare una famiglia. Chiedere alle donne di vivere tacendo credo sia il modo più efficace di accompagnare la civiltà umana all’estinzione. (p. 25)

Alle donne si lega anche il quartiere Yoshiwara, il quartiere a luci rosse più longevo della città (anche se, come ci tengono a dire le due autrici, ridurlo solo a questo è scorretto). Il luogo, oltre a raccontarci la sua storia, la sua evoluzione, il perché proprio qui nei secoli addietro si raccolsero le case di piacere, solleva un’altra questione interessante afferente alla società giapponese: quella che viene definita la sexless society.

Questa buzzword, spesso abusata dai media, si basa su dati reali. Al momento, circa un terzo dei giapponesi vive da solo, in quelle che in demografia sono definite famiglie uni-personali. I matrimoni sono in calo: nel 2023, per la prima volta dal 1930, quando la popolazione era molto inferiore, si è scesi sotto la soglia delle 500 mila unioni, pari a 4,1 matrimoni ogni 1.000 persone. Tra queste coppie, recenti sondaggi condotti da diverse agenzie demoscopiche hanno restituito risultati simili: circa un terzo di chi ha risposto vive quella che viene definita una relazione sexless, ossia un rapporto in cui si fa sesso con il proprio partner meno di una volta ogni tre mesi. Eppure, una serie di altri numeri racconta l’esatto contrario: l’industria del sesso è, infatti, florida e continua a crescere, a dimostrazione del fatto che i giapponesi, in realtà, di sesso ne fanno eccome. (p. 34)

Ovviamente il capitolo non manca di parlarci della prostituzione, sia passata che contemporanea, col monito di ricordare – ogni volta che ammiriamo un’opera d’arte che ritrae una oiran – che dietro di lei c’erano schiere e schiere di sottoposte malpagate, maltrattate e sfruttate per il piacere altrui.

E così fanno anche gli altri tre quartieri: partono da un dato topografico, o più di uno, e raccontano storie altre, difficilmente visibili e sperimentabili, soprattutto se si è turisti. Per chi ama la città, ci è già stato o vorrebbe andarci, credo sia uno di quei piccoli testi chiave per riuscire a capire meglio un luogo tanto grande e dispersivo eppure pieno di storie sussurrate, di un passato che sembra molto lontano e che invece parla attraverso gli edifici, le persone anziane, le strade e le insegne dei locali.

D’altra parte è una non-guida, quindi è vero che qua e là troviamo anche consigli velati su cosa fare e dove andare, ma l’ambizione maggiore del testo non è quella di condurci su vie già battute – e Tokyo è una di quelle città bersagliate da consigli non richiesti, reel, guide di viaggio, to-do list, video, vlog, recensioni e compagnia – ma di prendere le strade secondarie, di farsi domande, di cercare il perché di quel palazzo proprio lì, di indagare l’etimologia di un nome, di parlare con qualcuno del posto.

Di fatto, quello che ci invita a fare Spettro urbano è essere viaggiatori consapevoli e non turisti arraffoni, che invece di viaggiare consumano e basta.

A Tokyo, molto si nasconde tra i piani sotterranei, nelle intercapedini, dietro palazzi senza nome, e Ginza non fa eccezione. Per chi non conosce il quartiere, questi luoghi restano invisibili. Non basta una mappa: serve un invito, la capacita di scorgere un ingresso, o il coraggio di salire le scale di uno di quei palazzi senza nome. (p. 75)

Prec.

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