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Sergio Marchionne: il coccodrillo

Pasquale Manella di Pasquale Manella
9 Novembre 2021
in Il Fatto
Tempo di lettura: 5 minuti
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Se chiedessimo cos’è un coccodrillo, sicuramente la stragrande maggioranza delle persone risponderebbe un animale. I più precisi, invece, parlerebbero di un rettile, mentre quelli “veramente” informati si spingerebbero a dire che si tratta probabilmente di uno degli ultimi dinosauri viventi giunti fino a noi in quanto fatalmente scampato all’estinzione di massa del Paleocene, ma nessuno – o in pochissimi  – sarebbe in grado di rispondere che, in gergo cine-televisivo, il coccodrillo è uno di quei documenti lacrimevoli, girati per la TV o stilati per i media in genere, utilizzati all’indomani della scomparsa di un personaggio famoso di cui si vogliono celebrare le gesta sportive, artistiche, politiche, scientifiche e, perché no, anche economiche, industriali e manageriali.

Ebbene, questo coccodrillo che vi accingete a leggere, se lo farete, non verserà lacrime. Il soggetto preso in esame è la vita eroica del Sig. Sergio Marchionne, nato a Chieti nel 1952 da padre abruzzese e madre istriana, cresciuto in Ontario, residente fino a ieri in Svizzera e AD di FIAT prima e di FCA poi, dal 2004 fino al 2018. Un uomo che è stato di per sé un coccodrillo, che non versò lacrime quando si trattò di dover divorare in un sol boccone alcuni dei suoi “figli”.

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Si è mosso sempre così, il Dott. Marchionne, in sordina, a pelo d’acqua, lasciando fuori solo gli occhi, e, al momento giusto, con la vittima ben in vista e a tiro, ha sempre colpito senza esitazione. Come nel caso di Termini Imerese, quando nel 2010 venne decretata la chiusura dello stabilimento lasciando a casa circa 2000 lavoratori. Perché? La produzione in Sicilia costa troppo, è fuori mercato. Il governo di allora pure tentò di proporre forme di incentivo per spingere il gruppo industriale ad avviare ricerche in ambito costruttivo ed esplorare quindi nuovi mercati, con conseguente rinnovo delle linee di montaggio dello stesso stabilimento, ma l’AD preferì Obama, a cui erano già stati ceduti tecnologia e know-how italiani per poter acquisire Chrysler, dando così vita a uno dei gruppi automobilistici più grandi e ricchi al mondo, con sede direzionale a Detroit, quotazioni a Wall Street e in minima parte a Milano, residenza legale in Olanda per consentire ad Exor S.p.a. (gruppo di controllo di FCA nelle mani della famiglia Agnelli-Elkann) di avere la maggioranza della proprietà delle azioni pur con una copertura limitata al 30% del totale, e residenza fiscale in quel paradiso fatto di aguzzini dell’alta finanza mondiale che è la City di Londra. Al governo italiano, quindi, non restò che fare dietrofront con la coda tra le gambe, senza neanche chiedere in cambio i milioni di euro versati per gestire le casse integrazioni del passato. E no, cara Italia, la FIAT ti ha dato motori, strade, lavoro, modernità, progresso e poi… quando si diventa grandi è naturale andar via di casa.

Nel 2011, Marchionne decise allora di lasciare Confindustria, mollando definitivamente gli ormeggi due anni dopo per liberarsi le mani e preparare il terreno per i successivi agguati. Non contento, infatti, passò al tentativo di chiusura, ma ne ottenne solo il ridimensionamento forzato, degli stabilimenti di Pomigliano d’Arco, vicino Napoli, e di quello di Mirafiori, nell’amata Torino. Operazione che si salvò in parte solo grazie all’azione dura della FIOM, guidata allora da Maurizio Landini, che dovette comunque cedere alla proposta ricattatoria di un referendum a cui gli operai furono sottoposti allo scopo di scaricare su di loro la responsabilità di decidere in prima persona su un destino diviso tra licenziamenti da un lato e dolorosa accettazione di cospicue riduzioni dei compensi e assunzioni capestro dall’altro. I lavoratori, la maggior parte dei quali portatori di stipendi necessari per garantire il sostentamento di famiglie monoreddito, accettarono l’umiliazione. Fu risparmiato solo lo stabilimento di Melfi (PZ), in Basilicata, dove il costo della vita e, dunque, della manodopera è pari a quello di un territorio sottoposto a dinamiche di carattere sostanzialmente neo-coloniale, situazione molto vantaggiosa sul piano socio-economico per poter produrre in tutta tranquillità la Jeep, da esportare sia in Europa che oltreoceano.

A questo punto, la FIAT non aveva già più nulla di italiano, tantomeno oggi i cui vertici, dopo la dipartita dell’AD italo-canadese, affidato ormai alle attenzioni di un’équipe di medici presso l’ospedale universitario di Zurigo, hanno già riassegnato tutti i ruoli chiave a nomi di personaggi che nello Stivale hanno messo piede solo di recente per venire a spolpare, se non a raschiare, quanto ancora rimane sul fondo del barile degli aiuti pubblici – e, dunque, delle nostre tasche – per continuare a garantire “sostenibilità” agli insediamenti produttivi del Bel Paese.

L’ultima chicca il manager la riservò infine alla Ferrari, dove senza batter ciglio cacciò via dalla Presidenza Luca Cordero di Montezemolo per affidarla alle sue amorevoli cure, con l’obiettivo di farla tornare a vincere. Perché questo è stato Sergio Marchionne, un cinico vincente, e lo Stato italiano non ha saputo costruire proposte alternative capaci di tenergli testa. Uno Stato già progressivamente indebolito a partire dal 1989, anno che segnò l’inizio del lento e inesorabile processo di deindustrializzazione a cui il Paese fu anzitempo condannato da quelle forze di sinistra le quali, passando dalla lotta contro il capitale a quella per il capitale, hanno sposato la causa del grande coccodrillo. Nozze culminate e suggellate attraverso l’istrionico appoggio di Matteo Renzi, il cui governo confezionò ad hoc una riforma del lavoro, passata tragicamente alla storia con l’international sound di Jobs Act, abbandonando così definitivamente la causa operaia, portatrice di un bacino elettorale ormai in profonda crisi ideologica e decadenza materiale.

Questo è stato, dunque, Sergio Marchionne, un coccodrillo che ha ucciso i figli dell’Italia senza versar lacrime, lavorando a piè sospinto per dei pescecani tuttora vivi, vegeti e affamati di dividendi, così come i capostipiti di un tempo lo erano dei loro ragguardevoli profitti, a testimonianza del fatto che buon sangue non mente: la FIAT nasce, non a caso, lucrando sulla pelle degli italiani caduti e affamati durante e a seguito delle vicende che hanno segnato la Prima e soprattutto la Seconda guerra mondiale, e cresce e prolifera oggi sulla pelle degli italiani lasciati digiuni da crisi indotte tramite meccanismi di speculazione finanziari, che portano con sé percentuali di distruzione della ricchezza reale pari a quelle di un vero e proprio evento bellico. Sergio Marchionne, quindi, è stato il cane tenuto al guinzaglio dorato di una famiglia di squali, buttato via in un letto d’ospedale come un bastardo qualunque non appena la sua capacità di intendere e volere ha dimostrato d’esser venuta meno. Dopotutto, bisogna render conto ai mercati, non si può mica perder tempo stando chini al capezzale di un uomo che più di ogni altro ha fatto crescere un gruppo industriale, ormai totalmente finanziarizzato, che fino a poco prima del suo arrivo era stato dichiarato cerebralmente morto.

Eppure, oggi a esser morto sei tu, Dott. Marchionne, che non hai avuto probabilmente nemmeno il tempo di renderti conto che, nonostante tutto, per quanto possa aver trascorso la tua vita a lavorare infaticabilmente consumandoti quotidianamente i polmoni con il fumo di circa cento sigarette, dormendo mediamente per tre ore a notte e girando l’intero globo, ebbene, nonostante tutto questo, il giorno della fine è giunto anche per te e di sicuro non ti servirà l’inglese parlato da tutti i mandanti che ti hanno utilizzato alla stregua di un gerarca nazista, sacrificato in qualità di esecutore sull’altare di una Norimberga post-industriale verso cui hai scrupolosamente condotto quella patria della quale, in fondo, non sei mai stato figlio.

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