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Salvatore Caradonna (Addiopizzo): «A Borgo Vecchio reazione forte, ma attenti a non generalizzare»

Farouk Perrone di Farouk Perrone
28 Ottobre 2020
in Interviste
Tempo di lettura: 5 minuti
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I recenti arresti nel quartiere palermitano di Borgo Vecchio, a seguito delle denunce di tredici commercianti vittime di estorsione, hanno provocato una serie di commenti sulla forza degli imprenditori e sui rischi che possono correre. A tal proposito, in Sicilia, e non solo, esistono diverse realtà che sono al fianco di chi subisce questi giri, aiutandolo a formare una coscienza sociale e sostenendolo in ogni fase del difficile percorso. Tra queste associazioni c’è Addiopizzo, nata nel 2004 per contrastare un sistema che impedisce ai commercianti di svolgere in libertà il proprio lavoro e per sviluppare al meglio il concetto di consumo critico: a oggi, sono più di mille i negozi aderenti e più di 13mila i consumatori che sostengono il progetto.

Su Borgo Vecchio, abbiamo raccolto l’opinione dell’avvocato Salvo Caradonna, uno dei fondatori del comitato.

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Avvocato, perché si dice che la criminalità organizzata ha cambiato volto e affari, se poi dai recenti arresti di Palermo si evince che rimane comunque ancorata alle tradizionali forme, come il pizzo?

addiopizzo1«Non condivido l’impostazione secondo cui Cosa Nostra, a ogni operazione, viene giudicata come un’associazione criminale di stampo mafioso che cambia continuamente. Cosa Nostra è fortemente ancorata alle regole interne e sostanzialmente rimane sempre la stessa, poi ovviamente cambia anche in base ai tempi e a essi si adegua, ma l’estorsione è e rimarrà una delle principali attività che ha anche funzione di controllo sul territorio, oltre che di sostentamento».

Qual è stata la reazione dei cittadini del quartiere di fronte a questi episodi?

«Non si deve analizzare in maniera circostanziale la situazione dei quartieri in cui vi sono le operazioni perché questa può cambiare a seconda dei casi. Borgo Vecchio rimane ovviamente un luogo dove l’estorsione è sempre stata praticata, conseguentemente l’atteggiamento e lo stato d’animo del cittadino perbene che abita in quel posto è legata alla forza intimidatoria della famiglia mafiosa che vive sul territorio, quindi non si può dare sempre un giudizio valido per tutti. A volte, prevale la connivenza, altre la paura e altre ancora, come questa, registriamo una risposta forte, soprattutto degli imprenditori. Ciò non cambia che i fatti varino a seconda delle diverse collocazioni».

Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità: questa frase venne pronunciata da Libero Grassi ed è anche la frase che Lei e gli altri fondatori di Addiopizzo attaccaste in giro per Palermo nella notte tra il 28 e il 29 giugno del 2004. È cambiato qualcosa nella città in questi anni? C’è una consapevolezza diversa del fenomeno?

«Quello è un richiamo alla dignità di un’intera popolazione, non solo degli imprenditori, ma di tutti i cittadini che non percepivano che il pizzo veniva pagato anche con i loro soldi. Sicuramente le cose sono cambiate ma sempre con le dovute differenze: non possiamo parlare di cambi epocali. Ci sono certamente più informazione e più resistenza, e il fenomeno si è anche ridimensionato, infatti i numeri non sono quelli di vent’anni fa. A largo raggio c’è ancora tanto da fare perché ci sono dei territori sia in città sia, soprattutto, in provincia – perché una cosa è Borgo Vecchio e un’altra è, ad esempio, Bagheria – dove la coscienza sociale di una parte degli imprenditori ha dato i suoi frutti, però parliamo di un fenomeno che ha centosessant’anni, quindi è anche un discorso generazionale e servirà tanto tempo».

Viene da pensare alle parole di Salvo Vitale, amico e collega di Peppino Impastato, che, annunciandone la morte, disse: E diciamolo una volta per tutte che noi siciliani la mafia la vogliamo. Ma no perché ci fa paura, perché ci dà sicurezza, perché ci identifica, perché ci piace. Crede che ci sia qualcuno nella società che trova comoda la presenza della criminalità?

«Certamente, e riguarda sia una fetta della società che chiede favori per ogni evenienza sia una parte dell’imprenditoria, delle professioni o della politica. Questo avviene perché si reputa più conveniente rivolgersi alla mafia poiché, secondo l’ottica deviata di questa gente, si ottiene un diritto prima tramite la mafia anziché tramite la società. E il male è proprio quello, perché bisogna recidere quel legame lì».

A proposito di professioni, subito dopo il lockdown Roberto Saviano disse, nel corso di un’intervista, che spesso la criminalità organizzata coinvolge la persona di cui più ti fidi, il commercialista: indica quella società o quella persona da avvicinare. Lei concorda con quest’affermazione?

«Non la condivido nella misura in cui non so di cosa parli: se si parla di una fetta di professionisti che sono vicini alla criminalità organizzata, allora sì, ma io parlo solo di quello che so. In ogni caso, se lo ha detto, evidentemente è perché lo saprà, ma dal mio punto di vista non ho esperienza di questo tipo».

Tornando ai recenti arresti, com’è stata la reazione delle istituzioni? Vi ha soddisfatto?

«Francamente, oltre alle solite frasi di circostanza, non ho registrato qualcuno che abbia manifestato un particolare plauso. Ne prendiamo atto ma nulla di diverso rispetto al solito. Un commento importante e molto bello è stato quello del Presidente Conte, che abbiamo invitato con una lettera».

Quali misure si aspetta ora dal legislatore?

«In Italia abbiamo la legislazione più avanzata del mondo, quindi il problema non è la legge. Il punto è chi rappresenta la legge e la politica, dalla quale ci aspettiamo maggiore attenzione ai territori e maggiori investimenti verso le forze dell’ordine. Questo deve venire dagli amministratori locali, che dovrebbero adottare misure a beneficio degli imprenditori, quindi con dei risvolti concreti».

Lei ha conosciuto molti imprenditori che hanno visto l’usura da vicino. Quanto dura e come si svolge il percorso che porta i commercianti a denunciare?

«Noi entriamo in contatto con le vittime grazie a un lavoro sul territorio fatto di contatti e di iniziative concrete, quindi le cerchiamo noi e da lì inizia un percorso previsto anche da diversi protocolli. Da qui parte la fase di accompagnamento per la denuncia, ma l’impegno non si ferma a quello perché c’è da affrontare il processo, c’è la gestione delle difficoltà dell’imprenditore e non dimentichiamo che esiste la normalità che un imprenditore ha diritto di mantenere».

Ritiene che i giovani della Sua città siano più attenti e consapevoli verso il fenomeno mafioso rispetto alle generazioni precedenti?

«Indubbiamente, e questo accade grazie anche alla formazione delle scuole, su cui si è investito molto, al punto tale che c’è una diversa attenzione: basti pensare che i giovani commercianti sono più attenti dei loro genitori e dei loro nonni. Purtroppo, anche in questo caso non si può generalizzare. Proprio da questa attenzione è nato Addiopizzo, cioè da chi nel 1992 era quindicenne – dunque da chi è figlio delle stragi – e voleva impegnarsi per la sua città».

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