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Sicurezza: i commercianti si ribellano al pizzo, ora tocca allo Stato

Di tanto in tanto è doveroso restituire alle parole il significato che hanno, anche solo per riportare le cose sul loro regolare binario, altrimenti rischiamo non solo di fare confusione ma persino di abituarci a un senso sbagliato e fuorviante di concepire la realtà. È il caso, ad esempio, del termine sicurezza, che – causa l’ondata sovranista dei tempi che corrono – è stato colorato di tutte le sfumature immaginabili, tranne che di quelle che davvero gli si addicono: tutela del cittadino e rispetto della legalità, vale a dire, tra le altre, permettere agli individui di lavorare in condizioni dignitose, evitando ogni tipo di interferenza illecita, e salvaguardarli da pericoli esterni.

In diverse occasioni, lo Stato fa sentire la propria presenza, a volte un po’ meno, altre anche grazie agli stimoli che provengono dalle reazioni dei cittadini: è il caso di quanto successo la scorsa settimana a Palermo, dove venti estorsori sono stati arrestati con l’accusa di associazione mafiosa, associazione per delinquere finalizzata al traffico di droga, ai furti e alla ricettazione, tentato omicidio aggravato, estorsioni e danneggiamenti. Ciò che colpisce positivamente della vicenda è che le indagini sono partite a seguito di denunce effettuate da ben tredici imprenditori, tra cui – e ci piace sottolinearlo – Giuseppe Piraino che, oltre ad aver già denunciato in passato, ha assunto la coraggiosa abitudine di filmare chi si presenta per chiedergli il pizzo, mostrandogli l’immagine di Falcone e Borsellino e la lista delle vittime innocenti di mafia: un atto di ribellione chiaro e inequivocabile.

Tuttavia, non basta definire eroe chi denuncia per sottolineare quanto la sua posizione evidenzi una precisa consapevolezza civica secondo la quale rifiutare di cadere nel giro di usura è una scelta di campo: come ha affermato lo stesso Piraino, infatti, vuol dire non solo non dare a terzi gli introiti del proprio profitto ma anche mantenere la propria dignità da imprenditore, come la chiamava Libero Grassi. Una consapevolezza che, però, non ne esclude un’altra, ossia quella di lavorare in un ambiente dove possono facilmente sorgere simili ostacoli e da cui, proprio da questo limbo, deve nascere la funzione dello Stato, vale a dire impedire che tali scogli possano farsi insormontabili, disturbando il quotidiano lavoro dei cittadini.

E questa volta lo Stato si è palesato con i carabinieri che sono prontamente intervenuti in una zona non facile, quale il quartiere Borgo Vecchio del capoluogo siciliano. E lo ha fatto anche tramite le parole della Ministra Lamorgese, che ha ricordato che in alcune località le organizzazioni criminali esercitano in maniera capillare il controllo del territorio, ammettendo, dunque, che la partita contro le mafie è tutt’altro che finita e che tante zone non sono affatto franche dalla presenza fisica dei clan. Un ulteriore rilevante gesto simbolico è, poi, quello del Premier Giuseppe Conte, che ha annunciato che si recherà a Palermo per conoscere ognuno dei commercianti che hanno denunciato l’estorsione.

Certamente, le parole e i gesti dei due vertici dell’esecutivo servono a riconoscere la rischiosa scelta che stiamo raccontando e a dare un maggiore input alla lotta contro il crimine organizzato. Tuttavia, ciò di cui ora i coraggiosi protagonisti della vicenda hanno realmente bisogno sono i fatti, le misure antimafia, le leggi che vadano a colpire i clan. E per attaccarli la modalità che più di tutte può far male è quella di incidere sul patrimonio, di offendere il lato economico delle organizzazioni mafiose.

È stato un gran peccato che il governo in carica non abbia approfittato delle recenti modifiche ai decreti sicurezza per rimediare alla scellerata misura che prevede che i beni confiscati alle associazioni mafiose possano essere vendute anche ai privati. Una normativa che collima totalmente con lo spirito della legge in materia, ossia la Legge 109/1996, che stabilisce che i beni, prima sequestrati e poi confiscati, vengano riutilizzati per scopi sociali. La ratio è quella di affermare il principio secondo cui una proprietà, che prima era nelle mani di un mafioso, passa allo Stato, che la adegua a scopi utili alla comunità o a progetti sociali.

È stata proprio la scarsa attenzione al tema, infatti, che ha portato alla possibilità di vendita ai privati, snaturando l’obiettivo e depotenziando suddetti beni delle capacità che hanno, con il rischio che, in questo modo, siano tornati o possano tornare ai vecchi proprietari tramite prestanome. Un pericolo che deve spingere il governo a intervenire prontamente: quale occasione migliore, se non quella di approfittare di questa vittoriosa operazione condotta a Palermo? Anche solo per i coraggiosi commercianti. Anche solo per una precisa scelta di campo. Anche solo per la nostra sicurezza.

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