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Salinger, Auschwitz e una nuova guerra da raccontare

Alessandro Campaiola di Alessandro Campaiola
28 Gennaio 2020
in Il Fatto
Tempo di lettura: 4 minuti
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«È impossibile non sentire più l’odore dei corpi bruciati, non importa quanto a lungo tu viva». Sono trascorsi esattamente dieci anni da quando Jerome David Salinger – il più influente e controverso scrittore americano di sempre – è morto nella sua casa di Cornish, New Hampshire, dove si era ritirato a vita privata, eppure quell’odore non ha smesso di segnare vite, ovunque nel mondo. Fa un po’ il pari, questa sua frase divenuta ormai iconica – confessata alla stampa dalla figlia che ne denunciava lo squilibrio mentale successivo proprio ai traumi causati dalla sua partecipazione al secondo conflitto globale – con quella di Gino Strada, pronunciata la settimana scorsa nello studio di La7, a Propaganda Live: «La guerra piace solo a chi non l’ha vissuta, a chi non la conosce».

Non è la prima volta che il sottoscritto si rifà al genio originario della città di New York per cercare una spiegazione al presente. Succede così con i giganti: la loro voce non ha tempo, la loro opera è sempre attuale. Un decennio senza Salinger, settantacinque anni dalla liberazione del campo di sterminio di Auschwitz, ed è sfogliando le pagine de Il giovane Holden che la storia trova continuità nella cronaca odierna, si racconta e prova a mettere in guardia le nuove generazioni. Purtroppo, però, ciò che il ragazzo, protagonista del romanzo, appena 17enne temeva, trova ancora conferma: la gente non si accorge mai di nulla.

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Il copione è pressoché lo stesso, la pellicola in bianco e nero riavvolta e mandata in onda sui nostri schermi FullHD. Combaciano i temi, i dialoghi, le frasi cult. Cambiano gli attori perché il tempo è crudele, cancella vite e memoria, consegna ai libri gli eroi e al mito i cattivi, e come in un subdolo gioco che si rincorre, di tanto in tanto, ritorna. Salinger e l’inadeguatezza dei suoi giovani, Holden e tutti gli altri, allora dimenticati nell’angolo della festa, oggi virtuali, soli tra centinaia di volti senza calore. Nessuno li ascolta, a chi importano le loro necessità? Ottanta anni fa un uomo si faceva imbracciando le armi, oggi la guerra si subisce di fronte a un telefonino. Passivamente.

La realtà non è cambiata, o forse è tornata a prendersi la scena nel suo abito nero. Accidenti ai quattrini. Finiscono sempre col darvi una malinconia del diavolo. Qui, dove il valore di un essere umano si misura nello stipendio che è in grado di portare a casa, la depressione economica – oggi chiamata crisi – tanto somiglia a quella degli anni Venti del secolo scorso, il preludio di una nuova stagione di bombe e sangue. Eppure Jerry Salinger aveva provato a metterci in guardia anche da loro, dai potenti in grado di manovrare il denaro e le menti, da chi con arroganza evidenzia i fallimenti degli ultimi mentre ingrassa le proprie vacche con il lavoro del popolo, con la tristezza che segue ogni individuo a fine giornata: È buffo. Basta che diciate qualcosa che nessuno capisce e fate fare agli altri tutto quello che volete.

Pare di vederli, ora, non è vero? Ognuno nei suoi dettagli, i capelli dorati, le felpe, la divisa miliare. Donald Trump, Boris Johnson, Matteo Salvini, Recep Erdoğan. Ci incoraggiano ad avere paura, a soffrirne verso chiunque tranne che verso gli unici dai quali dovremmo, invece, metterci in guardia: loro. Spiegare le logiche che portano a considerare l’ipotesi di una nuova guerra è impossibile. Qualunque essere umano abbia il coraggio di osservare lo sguardo ormai vuoto di quanti sono vittime della violenza, delle esplosioni, dei gas che soffocano il respiro, delle deportazioni, di un figlio strappato a una madre alla linea di polvere che dà a un Paese un nome diverso dal lembo di terra che segue. Insomma, chiunque sia ancora un briciolo sano di mente rifiuterebbe di ripiombare in tanta incertezza, in tanto dolore. Eppure – chi è giunto alla fine lo sa – è il giovane Caulfield che si confessa a uno psicologo, non il mondo che incontra.

E, allora, sapete che c’è? Io vado con Holden, ad ogni modo, sono quasi contento che abbiano inventato la bomba atomica. Se c’è un’altra guerra, vado a sedermici sopra, accidenti, partecipo anch’io alla distruzione di tanta disumanità, offro il mio contributo alla cancellazione di tanta viltà. Un decennio senza Salinger, settantacinque anni dalla liberazione del campo di sterminio di Auschwitz: un vuoto profondo come quello del precipizio sul cui ciglio vogliamo restare appostati, lì, pronti a salvare l’innocenza di chi ancora gioca tra i campi di segale, i bambini che saranno il domani e che – magari – sapranno leggere le pagine del romanziere di New York e trarne la lezione che noi non abbiamo saputo, o voluto imparare.

Ad ogni modo, mi immagino sempre tutti questi ragazzi che fanno una partita in quell’immenso campo di segale eccetera eccetera. Migliaia di ragazzini, e intorno non c’è nessun altro, nessun grande, voglio dire, soltanto io. E io sto in piedi sull’orlo di un dirupo pazzesco. E non devo fare altro che prendere al volo tutti quelli che stanno per cadere nel dirupo, voglio dire, se corrono senza guardare dove vanno, io devo saltar fuori da qualche posto e acchiapparli. Non dovrei fare altro tutto il giorno. Sarei soltanto l’acchiappatore nella segale e via dicendo. So che è una pazzia, ma è l’unica cosa che mi piacerebbe veramente fare. Lo so che è una pazzia.

Prec.

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