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Il Fatto

Regionali: tra alleanze e voltafaccia, De Luca non sembra traballare

A distanza di cinquant’anni, tre mesi e tredici giorni dalle prime Elezioni Regionali, sei regioni a statuto ordinario e la Valle d’Aosta torneranno alle urne il prossimo 20 settembre, giornata nella quale si voterà in molti Comuni e sul referendum costituzionale per il taglio del numero dei parlamentari. Una competizione quanto mai particolare, a causa di una pandemia che condizionerà non poco il giudizio degli elettori.

Cinquant’anni di governo regionale, ventinove dei quali con presidenti eletti dal Consiglio e successivamente con suffragio universale e diretto. In Campania, il primo governatore fu Carlo Leone (dal ’70 al ’71), fratello dell’ex Presidente della Repubblica, seguito poi da Nicola Mancino (’71-’72) e Alberto Servidio (’72-’73). Insomma uno ogni anno, salvo qualche eccezione, fino all’elezione diretta con Antonio Bassolino in carica per un decennio. Nel Lazio, in cambio, tra gli eletti dai cittadini, Piero Badaloni, poi Storace, Marrazzo, Polverini e l’attuale Zingaretti, mentre in Lombardia, Formigoni, Formigoni e ancora Formigoni per ben diciotto anni. Soltanto cinque, invece, i mesi scontati nel carcere di Bollate dei cinque anni e dieci mesi per la condanna in via definitiva dovuta a corruzione, trasformatisi presto in domiciliari.

Al Celeste è succeduto poi Roberto Maroni e oggi Attilio Fontana, il Presidente della Regione della catastrofe, delle morti che attendono giustizia, del massacro nelle case per anziani che sembra lasciare indifferente, oltre l’interessato e la sua Giunta, anche il re dell’eterna propaganda e la Lega dei disastri. Amministrazioni regionali certamente più stabili dopo la riforma del 1999 con l’elezione diretta del Presidente da parte dei cittadini, ma pur sempre pervase da egoismi e voglia di autonomia in quella logica tutta leghista tipica della destra più retrograda e conservatrice dove l’interesse nazionale resta uno slogan da spendere al momento opportuno per mero formalismo.

Mi auguro non dispiacerà ai nostri numerosi lettori del Nord Italia, se per riflettere sulla degenerazione e sulle anomalie della politica mi soffermerò sul caso Campania e sul suo Presidente, che non amo mettere in evidenza per le performance comunicative lontane anni luce dal mio modo di intendere la politica, ma che riconosco facciano colpo sulla massa che ama giocare su tutto prediligendo il tono fermo, apparentemente autoritario, capace senza alcun dubbio di produrre, nel breve termine, risultati in termini di consenso e di annullare le facoltà mnemoniche, fornendo materiale di approfondimento alla scienza.

È di questi giorni, in un clima elettorale già incandescente, la notizia che sembrerebbe trovare conferma del sostegno al Presidente uscente Vincenzo De Luca del Sindaco di Benevento, già Ministro della Giustizia e abile ballerino per le sue capacità di saltare da uno schieramento a un altro con una disinvoltura davvero sorprendente, quel Clemente Mastella che giurò di suicidarsi se Luigi de Magistris fosse andato al ballottaggio. Fortunatamente, non si hanno conferme dell’insano gesto promesso anche a distanza di nove anni, tanto che sembra stia approntando una sua lista pro-sceriffo.

Ma l’ex democristiano sembra non sia solo in quest’opera di volontariato: a dargli man forte sarebbe già pronto quel Paolo Cirino Pomicino sempre e comunque al potere, presidente della tangenziale di Napoli e gradito ospite dei salotti televisivi. E non poteva mancare, nella squadra ex DC, l’inossidabile novantaduenne Sindaco di Nusco, già Presidente del Consiglio, Ciriaco De Mita, dalla mente sempre lucida e pronto a sostenere il re dei lanciafiamme anche per dare una mano al nipote Giuseppe, meglio conosciuto come il nipote dello zio. Un sistema perfetto per blindare i territori del Sannio e dell’avellinese, dove il potere di Mastella e De Mita può ancora contare su numeri significativi. Imbarazzante, invece, il silenzio della Direzione centrale del Partito Democratico e del suo Segretario che non fanno sperare in nulla di buono, salvo stravolgimenti dell’ultima ora che troverebbero una situazione già ampiamente organizzata nei dettagli e una macchina elettorale in marcia che si presenterebbe comunque alle urne, anche contro lo stesso PD.

Un film già visto, con una situazione che riproduce quella di dieci anni fa quando, finito l’impero bassoliniano durato ben diciassette anni – sette  da Sindaco e dieci da Presidente della Regione –, Vincenzo De Luca si trovò a sfidare il candidato del centrodestra Stefano Caldoro che stravinse con il 54.25% contro il 43.04% dell’ex Primo Cittadino di Salerno e, per gli appassionati dei dati, contro l’attuale Presidente della Camera Fico (1.34%). Stessa sfida nel 2015, con don Vincenzino al 41.15%, Caldoro al 38.37% e la Ciarambino dei 5 Stelle con il 17.52%, risultato dell’era pre-suicidio dovuto all’alleanza con la Lega e al conseguente calo precipitoso dei consensi.

Non si può, dunque, pretendere che la prossima tornata non riproduca lo stesso schema – De Luca/Caldoro/Ciarambino – con un Presidente uscente che ha saputo usare la comunicazione adattandola a un uditorio gaudente e trasversale per il quale la battuta, le pause, la mimica facciale sono prevalsi sui fatti, sulla situazione sanitaria determinata in questi anni tra chiusure, ridimensionamenti di presidi e penuria di personale, oltre a vicende eclatanti afferenti quelle balle di cui fu garantito lo smaltimento in poco tempo e che giacciono da oltre quindici anni, come i venticinque impianti di compostaggio da realizzare di cui non si hanno notizie.

Intanto, in quel che resta della sinistra si continua a praticare lo sport più amato: farsi del male. Almeno fino a ora, restano le singole posizioni autonome nella speranza di conquistare lo 0.1% in più. Non va meglio sul pianeta pentastellato dove si continua con la logica della corsa solitaria nelle realtà locali e del donarsi all’offerente di turno a livello nazionale. Del movimento demA, invece, non si hanno notizie se non quella saggia di Luigi de Magistris di tenersi fuori per puntare, come da lui stesso affermato, a un movimento nazionale. Ai detrattori di professione è bene far notare che il sostegno dei Mastella, Pomicino, De Mita e company, seppur non richiesti, al candidato Vincenzo De Luca sono arrivati più che spontanei e con le probabili controfferte per le prossime amministrative di Benevento o magari rendendo vacante da subito la poltrona di Sindaco per offrirla al PD, offerte irricevibili da chi per la legalità e la politica ha messo in discussione la propria esistenza pagando di persona.

Quale, quindi, la posizione del Partito Democratico rispetto a una situazione del tutto anomala, dove attorno alla candidatura del Presidente uscente è in atto una vera e propria aggregazione perversa di personaggi di discutibile provenienza, di cani sciolti della maggioranza dell’Amministrazione comunale di Napoli – dalle già provate capacità di cambio di casacca, pronti a saltare sul carro del potenziale vincitore – nonché di esponenti del centrodestra dell’ala cosentiniana? Seppur contrario alle strategie deluchiane, come riportano le cronache, al Segretario Zingaretti converrà garantirsi almeno una vittoria data per scontata rispetto a una situazione generale che i sondaggi non prevedono favorevole.

Ma se questa è la logica del rinnovamento del PD, delle strategie suicide dei 5S, dei ricatti renziani con il 3% e di ciò che resta della sinistra che si esalta per la conquista dell’1%, le destre avranno sempre gioco facile in un Paese dove, come se non bastasse il solo Matteo Salvini, perfino Giorgia Meloni  è in  graduale ascesa. Alla destra, infatti, va riconosciuta la capacità di ricompattarsi in occasione delle competizioni elettorali, seppur per sbranarsi subito dopo per una manciata di voti e la conquista della leadership di una coalizione allo sbando.

Sarebbe il caso, dopo l’ubriacatura elettorale, di ripensare il sistema locale principalmente nelle sue competenze di gestione della sanità pubblica che il  coronavirus ha messo in evidenza nei mesi scorsi. Una sanità, principale voce di bilancio delle regioni, che forse sarebbe meglio tornasse a una gestione centralizzata anche per una ripartizione più equa delle risorse con un centro acquisti unico a evitare disparità significative dei costi. Ora, però, è il tempo della conquista forsennata dei consensi, anche quelli che puzzano a un miglio di distanza. Tanto, ci sarà sempre un modo per farli scomparire tra uno spot e un altro, tra un lanciafiamme e un fratacchione, tra un cinghialone e non so quale altra diavoleria capace di far sorridere il popolo smemorato.

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