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Gallera, pazienti “ordinari” e cure lussuose: dove ha fallito la Lombardia

Alessandro Campaiola di Alessandro Campaiola
29 Giugno 2020
in Il Fatto
Tempo di lettura: 3 minuti
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«Gli ospedali privati vanno ringraziati perché hanno aperto le loro terapie intensive e le loro stanze lussuose ai pazienti ordinari». Sono tutti riassunti nelle parole dell’assessore al Welfare della Lombardia, Giulio Gallera, i problemi della sanità della regione più colpita dall’emergenza coronavirus, i motivi per cui – secondo noi – il Pirellone dovrebbe già trovarsi sotto regime di gestione commissariale anziché offrire video-lezioni alla business school del gruppo RCS, da cui l’esponente di Forza Italia ha rilasciato le aberranti dichiarazioni sopracitate.

Quasi 94mila casi totali registrati dallo scoppio della pandemia, la cifra record di oltre 16mila decessi, un indice di contagio ancora superiore al valore 1 e – non ultimo – l’ennesimo scandalo legato alla gestione dei fondi, con il caso dell’inutile ospedale in zona Fiera a Milano a tenere banco. Niente di quanto appena illustrato è bastato all’amministrazione leghista guidata da Attilio Fontana per abbassare la testa e i toni, per fare mea culpa e chiedere scusa quantomeno delle drammatiche immagini dei cimiteri debordanti di bare o dei camion dell’esercito utilizzati come carri funebri collettivi.

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Anzi, come se nulla fosse, Giulio Gallera e la Lombardia hanno rilanciato con le frasi tracotanti citate in apertura, fotografia di un fallimento che porta il nome non solo del Pirellone, ma di uno Stato accondiscendente e garante di interessi che non dovrebbero invece competergli, quelli di privati e cittadini non ordinari. Quando si parla di modello Lombardia, infatti, si fa riferimento non solo alla visione della sanità pubblica parificata a quella privata – circa il 50% delle cliniche della regione è privato – ma anche a quelle politiche che dagli anni Duemila hanno reso, sempre più, gli ospedali delle vere e proprie aziende, con i governi locali a organizzarli in totale autonomia.

E la gestione della Regione – dunque, il sistema sanitario – che ha affrontato l’epidemia da coronavirus è il risultato dell’operato dell’ex governatore (dal 1995 al 2013) Roberto Formigoni, principale sponsor dell’equiparazione tra le cure pubbliche e quelle delle strutture indipendenti dal SSN, sostenuta poi anche dai suoi successori, i leghisti Roberto Maroni e Attilio Fontana. Peccato, però, che nel curriculum di Formigoni risulti anche una condanna a cinque anni e dieci mesi per corruzione, inclusa l’interdizione dai pubblici uffici, nell’ambito di un processo proprio relativo alla sanità, in particolare legato all’ospedale San Raffaele.

Andando ad analizzare le parole di Gallera, inoltre, non si può non ricordare all’assessore che l’accesso ai posti letto di cui ringrazia i privati è stato pagato – e non poco – proprio dal servizio sanitario nazionale, un racconto che tanto somiglia a quella gestione degli ospedali oltreoceano, dove negli Stati Uniti prima di accedere a qualunque tipo di cura è necessario lasciare la carta di credito al desk del check-in. Nessun’opera caritatevole, dunque, nessun ringraziamento da elargire se non per un servizio per cui ogni struttura ha beneficiato di soldi dei cittadini italiani, ordinari e non.

A proposito, cosa vuol dire Gallera con quell’epiteto insolente di pazienti ordinari? Come può un assessore – per di più al Welfare – classificare i suoi conterranei tra persone di classi sociali differenti e, pertanto, meritevoli di cure (e stanze) di diverso pregio? In tal senso, il tweet di Jacopo Scandella – consigliere regionale del PD e candidato alla presidenza della commissione di inchiesta che dovrebbe valutare l’operato del governo regionale durante l’emergenza sanitaria – indica una direzione assolutamente condivisibile, seppur arrivi dal pulpito di un partito che, come sopra descritto, ha tante volte assecondato lo stato di cose attuale: «Quei letti sono stati pagati dal sistema sanitario, non regalati. Che il privato abbia un tetto massimo di spesa ma nessun vincolo o programmazione regionale sul tipo di prestazioni da erogare – più o meno remunerative, più o meno utili al territorio – è la prima cosa da cambiare. Che poi pochi abbiano stanze lussuose e troppi liste d’attesa infinite è la seconda…».

Alla luce dei dati scioccanti di cui la Lombardia si è fatta teatro, e all’attestazione che la missione di dirottare la sanità in mano ai privati sia risultata fallimentare – oltre che poco equa e contraria al diritto alla salute sancito dalla Costituzione, di cui tutta la popolazione, ordinaria o meno, dovrebbe godere –, il fatto che Giulio Gallera e Attilio Fontana siano ancora comodamente ognuno al proprio posto e la Regione non ancora sotto commissariamento è l’unico ringraziamento in cui l’assessore dovrebbe esprimersi. Al cielo o allo stato di cose a cui l’Italia sembra essersi abituata.

Perché la verità e la giustizia che si deve alle tante famiglie distrutte dal COVID sono le stesse che lo Stato italiano si nega troppo spesso, le stesse di cui tutti dovremmo tornare, con forza, a chiedere conto.

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