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Il Fatto

Regionali e referendum: la campagna elettorale degli spot

È una campagna elettorale molto strana quella per il rinnovo dei Consigli regionali: sempre meno imperniata sui contenuti e sempre più caratterizzata da spot contro gli avversari. Una campagna a suon di scheletri negli armadi e trascorsi imbarazzanti, sul solco di quelle dei tempi più recenti, senza un minimo di confronto, di dibattito, priva di una comunicazione mirata alla conoscenza dei programmi e degli obiettivi di ciascuna forza politica.

In Puglia, come in Veneto e in Campania, candidati alla Presidenza già ampiamente sperimentati, premiati e poi bocciati si ripropongono al giudizio dell’elettorato certi di essersi ricostruiti una verginità purtroppo spesso fondata su quella che più volte abbiamo definito vera e propria patologia italiana: la scarsa memoria o, peggio, l’indifferenza nei confronti delle incapacità e dei comportamenti anomali che in qualsiasi altro Paese, ma non da noi, sarebbero motivo di esclusione dalla vita politica a tutti i livelli.

Più complicata è la corsa alla Regione Campania, dove la candidatura del Presidente uscente Vincenzo De Luca è supportata da oltre dieci liste, ben variegate, dove è possibile trovare di tutto, anche vecchie cariatidi e trombati o, come ha titolato giorni fa La Repubblica, transfughi, berlusconiani e ras locali che qualche militante ortodosso del Partito Democratico fa finta di non vedere, addirittura di non sapere – De Luca è il candidato della lista del PD, gli altri nelle liste di appoggio –, con paraocchi degni dei migliori cavalli razza. Il candidato del PD, però, se ne accorgerà quando saranno in tanti a presentare il conto, ciascuno in rapporto al proprio contributo, e lì non basteranno gli occhi foderati del devoto militante a nascondere gli effetti dirompenti delle alleanze strategiche ma spesso imbarazzanti, come il caso denunciato dallo stesso presidente del Partito Democratico napoletano, l’ex magistrato Paolo Mancuso, in merito alla presenza del fascista Domenico Manganello che in un post su FB ha definito i partigiani assassini autorizzati dai gruppi di liberazione. Il tutto nel silenzio più assoluto del Governatore De Luca e del militante ortodosso.

Più che una campagna elettorale, dunque, sembra una guerriglia fatta di colpi bassi e annunci a effetto di cui il nostro singolare e scaltro uomo politico è maestro, capace di aggiornare la propria offensiva adeguandola al momento, al numero dei contagiati più che a quello delle balle ben stipate. Persino i cartelli prima tanto in vista riportanti i confortanti dati COVID della regione, a mo’ di scenografia delle sue dirette, sono improvvisamente spariti nel periodo meno fortunato. Soltanto particolari, null’altro che frammenti di una comunicazione che, fino a ora, stando alle previsioni, ha ben funzionato.

Non è che in casa altrui le cose siano tanto diverse. La pandemia, tristemente utile per essere cavalcata, è il motivo principale attorno al quale sviluppare strategie sensibili che in qualche modo potrebbero maggiormente suscitare interesse presso quell’elettorato per niente ideologizzato – tema tanto caro ai pentastellati –, dove sinistra e destra si fondono per creare quel nulla alla base di una pseudo dottrina motivo ispiratore della forza del cambiamento, così efficace da mutare tutto quanto costruito pazientemente su una piattaforma dove i sì e i no si alternano e cambiano connotazione tanto da affermare, nel 2016, che il taglio dei parlamentari avrebbe dei costi ridicoli rispetto a quelli della democrazia e, quattro anni dopo, che il taglio sarebbe una vittoria per la democrazia stessa.

Anche quella per il referendum, infatti – a parte le solite contraddizioni tipiche dei 5 Stelle –, è una campagna che vede da una parte autorevoli appelli per salvare una Costituzione continuamente stuprata e, dall’altra, i salvatori della patria per un Parlamento più snello e meno costoso, con i primi mai così in allarme. L’elenco delle firme prestigiose non risulta esser stato redatto – almeno a chi scrive – neanche quando un esponente del governo precedente ha presentato il suo decreto migranti palesemente illegittimo o all’indomani della pronuncia della Consulta che ha confermato in maniera inequivocabile che è incostituzionale negare l’iscrizione all’anagrafe dei richiedenti asilo.

Un referendum strategico per i pentastellati, utile a dare forza al MoVimento dopo le bastonate elettorali recenti, una vittoria che li porterebbe di nuovo al balcone di Piazza Venezia per annunciare questa volta non l’abolizione della povertà ma di parte della rappresentanza parlamentare. E, forse, ci sarebbe posto pure per Nicola Zingaretti, ancora tentennante e preoccupato per “la clava” che si abbatterebbe sul governo in caso di vittoria del no.

Anche la campagna referendaria, dunque, è condizionata dagli equilibri del governo e da un probabile eccesso di entusiasmo del M5S – le cui sorti sono sempre più precarie – che potrebbe innescare pretese di rimpasti e cambi al vertice, influenzando la tenuta dell’esecutivo. Non da meno, all’indomani della competizione regionale, la verifica della tenuta dell’alleanza di maggioranza sui territori, con la Campania che molto probabilmente rappresenterà l’inizio di una vera e propria resa dei conti all’interno del M5S che a livello nazionale guarda al 2021 per la poltrona di Sindaco della terza città d’Italia ma che, a livello locale, rischia di compromettersi, conseguentemente alla conferma o perdita di quel 17.52% alle Regionali del 2015 e del 33.85% alle Europee del 2019.

Due referendum, quindi, forse tre considerando quello tutto interno ai pentastellati, i cui risultati potrebbero in qualche modo modificare gli equilibri del governo ma che difficilmente porterebbero a una crisi e allo scioglimento anticipato delle Camere, in un contesto in cui nessuna forza politica può ritenersi al sicuro, compreso quel che resta della destra e di un Matteo Salvini dato in notevole calo e che all’interno della coalizione ha chi, scimmiottando le sue bravate e uscite da avanspettacolo, ha brillantemente superato il maestro.

Intanto, la comunicazione in tutte le sue forme, sia private che pubbliche, in linea con il vuoto dominante di questa competizione elettorale, non trova di meglio che dare ampio spazio al contagiato Silvio Berlusconi, ai suoi figli, persino alla sua amante, informandoci del suo stato di salute e mandando in onda immagini delle residenze ben protette dalle forze dell’ordine e di quel San Raffaele di Milano dai tanti punti oscuri del passato e del presente. Pubblicità elettorale gratuita anche questa? Gratuita per la schiera di evasori, non per i contribuenti che in bolletta verseranno anche questo mese il proprio obolo.

In un quadro tanto desolante, quindi, c’è da sorridere e da piangere al cospetto degli appelli per salvare la democrazia del Paese, minacciata dalla riduzione della rappresentanza parlamentare, da alcuni ritenuta eccessiva, tutti uniti nel non considerare il tema di fondo costituito dalla qualità – in verità scadente della classe politica – e dai privilegi che resteranno tali anche con il taglio, utile soltanto a dare quella man forte che difficilmente una piattaforma o qualche capo politico potrà garantire.

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