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Il Fatto

Recovery Fund: una toppa che ci costerà cara

Alzi la mano chi, nei giorni scorsi, non ha sentito parlare – anche solo di sfuggita – di Recovery Fund e, quindi, di un’affermazione del governo italiano nei riguardi di un tavolo di discussione europeo che di spendersi a favore del nostro Paese non aveva alcuna intenzione. Dai banchi della maggioranza, a partire dal Premier Giuseppe Conte, passando per il Presidente della Camera pentastellato Roberto Fico, fino al Segretario dem Nicola Zingaretti, il coro è stato pressoché unanime: abbiamo evitato il MES; ottimo segnale dall’Europa; risposta concreta; vittoria dell’Italia. Nulla di più fuorviante.

Quello dell’accesso al Recovery Fund come sistema economico di contrasto alla crisi dovuta al coronavirus è, infatti, soltanto uno dei temi affrontati in quel di Bruxelles, un’apertura da parte dell’asse franco-tedesco ad aiuti comunitari – di cui una parte a fondo perduto per gli Stati (come l’Italia) più in difficoltà – al fine di non minare alla stabilità del progetto Unione Europea. Di fatto, sì, un cambio di passo rispetto agli intenti bellici declarati appena un mese fa, ma anche – e soprattutto – un do ut des che altro non serve che a salvare proprio la stabilità di Parigi e Berlino. Ma proviamo a mettere ordine.

Abbiamo raccontato del tavolo comunitario a cui l’Italia chiedeva l’accesso al Recovery Fund e dell’ostracismo di Olanda e Germania, su tutte, a questo tipo di soluzione per affrontare la ripartenza economica dello Stato e delle sue imprese. Nei giorni scorsi – ed è questa l’unica vera notizia – da Angela Merkel i segnali di apertura nei confronti di Roma sono cambiati, ammorbidendosi e non di poco. Ciò vuol dire – come tanti hanno scritto e come ogni parte politica ha affermato – che l’Italia avrà certamente accesso ai bond e che una parte consistente di questi soldi (175 miliardi circa, di cui 80 a fondo perduto) non andrà restituita ai creditori? Forse, per il momento è mera speculazione di stampa e governo.

Innanzitutto, perché il progetto vada in porto è necessario il sì di tutti e 27 gli Stati membri, operazione che, al momento, appare difficilmente immaginabile, con l’Olanda a trainare la serie di Paesi che di aiutare nazioni come l’Italia o la Spagna non ne vuole sapere. Dunque, l’ipotesi più probabile è che se la manovra verrà scritta nero su bianco sarà successiva a un gioco al ribasso, sottraendo parte dei fondi che andrebbero destinati alla ricostruzione dell’economia tricolore e iberica. Inoltre, c’è da stare attenti a non valutare quello di Berlino come un regalo, tutt’altro. Il cambiamento di passo salutato con gioia dalla parte liberista del Parlamento italiano – ammesso che ce ne sia una diversa – altro non è che il tentativo di Francia e Germania di non cedere definitivamente ai sovranisti e veder, quindi, scritta la parola FINE al progetto comunitario. Senza l’apporto di Roma e Madrid, infatti, l’UE cesserebbe d’esistere, così come l’euro perderebbe l’intero suo valore. Un rischio che nemmeno dal fortino del Reichstag vogliono correre.

C’è da aggiungere, a quanto già detto, che anche di fronte a tale elargizione di denaro, le manovre per cui questi soldi dovranno essere spesi – con tanto di approvazione semestrale in quel di Bruxelles – andranno intese a finanziare la ricrescita tramite progetti legati a energia verde e passaggio al digitale. La Commissione, pertanto, valuterà i piani di riforma dei governi nazionali per allocare i fondi esaminando se saranno in linea con le sfide individuate nel semestre europeo e se contribuiranno a rafforzare crescita, resilienza e coesione.

In ogni maniera, ciò non risolverà in alcun modo il problema dell’enorme debito che l’Italia ha già contratto e che rischia ancora di stipulare nei confronti della BCE, come lo stesso commissario europeo Paolo Gentiloni ha tenuto a precisare: «Il tema del debito deve essere tenuto sotto controllo, non possiamo dimenticare che siamo troppo indebitati. Ora dobbiamo spendere ma in futuro questo debito dobbiamo metterlo su un percorso più gestibile o fra qualche anno ci troveremo in difficoltà». Tradotto, verranno tempi difficili e a pagarne le spese saranno sempre e unicamente i cittadini italiani, «una cottura a fuoco lento che ridurrà l’apparato produttivo del Paese e impoverirà larga parte della popolazione», come affermato a Il Fatto Quotidiano da Paolo Ferrero.

Per tale motivo, ci tocca rinforzare l’idea già proposta dalla Sinistra Europea – e supportata da questo giornale – di un aiuto senza condizioni da parte della BCE, ossia un’azione diretta in modo da finanziare l’intervento pubblico con denaro emesso dalla Banca Centrale libero da vincoli di restituzione. Il Recovery Fund, inoltre, vedrebbe erogare soldi verso gli Stati beneficiari in cinque anni, forse a partire dal 2021, non permettendo, pertanto, una serie di riforme di cui l’Italia – ma non solo – ha bisogno urgentemente per ripartire, soprattutto per ciò che riguarda le piccole imprese e i lavoratori dipendenti.

Anche sulla quota a fondo perduto, prevista dai Recovery Fund, occorre fare una precisazione. Nessuno regala soldi a nessuno. Gli 80 miliardi previsti senza obbligo di rimborso per il nostro Paese verranno finanziati da un aumento di contributi all’UE da parte di tutti gli Stati membri, tra cui, ovviamente, l’Italia stessa. Conti alla mano, Roma beneficerebbe di netti 26 miliardi, una cifra certamente importante ma, lo ripetiamo, non adeguata alle esigenze di Regioni, Comuni, imprese, servizi e famiglie.

Infine, qualunque verdetto verrà fuori dai banchi di Bruxelles a giugno, toccherà stare attenti alle solite spartizioni a vantaggio di pochi, alle speculazioni di cui l’Italia è maestra. Sciupare anche questa occasione, seppur ricorrendo al Recovery Fund, per ingrassare mafie, partiti e multinazionali o per accelerare il progetto di autonomia delle Regioni del Nord a discapito del Mezzogiorno, vorrebbe dire aumentare fino a un punto non più ricucibile le distanze sociali e condannare il Paese alla desertificazione.

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