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Pubblica Amministrazione: il flop di Renato Brunetta

Dire che l’Italia non è un Paese smart significa usare un eufemismo. Ancora di più se parliamo di servizi pubblici, pubblica amministrazione e procedure di reclutamento di nuovo personale. A tal proposito, siamo stati sanzionati più volte per il mancato adeguamento agli standard europei delle normative sul tema, non riuscendo né a raggiungere una semplificazione dell’attività né a diminuire la sua eccessiva burocratizzazione. Ma cosa è accaduto ora che il Governo dei migliori ha nominato Renato Brunetta come Ministro della Pubblica Amministrazione? Nulla di buono, possiamo serenamente rispondere.

La prima trovata del Ministro è stato il fantomatico Concorso per 2800 tecnici al Sud. In particolare, si tratta di una procedura concorsuale indetta nell’aprile scorso e finalizzata ad assumere 2800 funzionari nelle Regioni meridionali con un contratto a tempo determinato di tre anni per la gestione e rendicontazione dei fondi stanziati dall’Unione Europea e riconosciuti agli Stati membri per la ripresa economica. Il concorso è stato la prima applicazione della riforma Brunetta riguardante le procedure di reclutamento, il decreto 44/2021.

La rivoluzione stava nell’eliminazione delle classiche procedure concorsuali a favore di una fase preselettiva basata esclusivamente sui titoli. Si rendeva così possibile valutare ex ante i candidati – magari dopo averne già raccolto la quota d’iscrizione – e impedire loro di partecipare alla selezione (un quiz a risposta multipla) sulla base del possesso di titoli di studio come master oppure titoli professionali con le pubbliche amministrazioni. Di fatto, si escludevano tutti i neolaureati privi di esperienza, che non raramente hanno più competenze e dimestichezza nell’utilizzo delle apparecchiature digitali al cui utilizzo esclusivo dovremmo ambire. Oltretutto, si rafforzava l’idea di un’equivalenza tra competenze e certificazioni che diventa sempre più erronea, considerato che queste ultime dipendono spesso da una maggiore possibilità economica. Dunque, l’idea rivoluzionaria non era altro che un’idea classista e falsamente meritocratica. E, come ben sappiamo, meritocratico non significa nulla in un Paese in cui non partiamo dallo stesso punto né possiamo raggiungere lo stesso traguardo.

Il decreto ha poi trovato l’opposizione del Senato, ma il risultato non è cambiato. Se l’obiettivo era svolgere una procedura celere, assumendo così in breve tempo il personale necessario e risparmiando quante più risorse pubbliche possibili, allora possiamo dire che si è trattato di un vero fallimento. Circa 8mila titolati sono stati chiamati a svolgere la prova, ma di essi circa l’80% non si è presentato e una buona parte non ha raggiunto l’idoneità. Si è così pensato di modificare in corso d’opera il relativo bando di concorso, chiedendo stavolta – con pochissimo preavviso – a tutti gli iscritti alla procedura di recarsi in sede di esame. Pioggia di ricorsi, domande ambigue, penalità eccessive hanno però condotto a un ennesimo paradosso: pare che ci saranno solo 800 persone assunte su 2800. Et voilà, uno spreco enorme di risorse pubbliche, cui seguirà necessariamente una nuova procedura concorsuale per colmare i posti rimasti vacanti.

Quello appena citato è solo uno degli esempi che potremmo fare per descrivere il vergognoso stato in cui versa la pubblica amministrazione e il mondo del lavoro in generale. Basti pensare che il Ministro Brunetta ha proposto – e ideato, a quanto pare – una nuova piattaforma simile a Linkedin grazie alla quale assumere il personale necessario a seguito della presentazione del PNR. Parola d’ordine flessibilità. Vale a dire: contratti a termine, mancanza di garanzie, curricula che valgono più di prove concorsuali svolte in maniera limpida.

Sembra che oramai trovare un lavoro dignitoso, in Italia, sia diventata una corsa a ostacoli senza fine, in cui ancora una volta la classe politica ci dimostra quanto poco interesse nutra per i giovani. Probabilmente, l’idea è che si tratti di bamboccioni che preferiscono continuare a vivere sulle spalle dei propri genitori perché non hanno alcuna voglia di mettersi in gioco. E, invece, si tratta di persone che sudano e, spesso, vivono nell’angoscia anni che per loro dovrebbero essere spensierati in una corsa forsennata verso un obiettivo che continuano a farci credere incredibilmente vicino, ma che si prospetta sempre più come un’oasi nel deserto.

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