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“Perfect days” di Wim Wenders e la poesia dell’istante

Floriana Coppola di Floriana Coppola
5 Marzo 2024
in Ciak!
Tempo di lettura: 5 minuti
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Gli artisti romantici come Claude Monet hanno provato a catturare la luce che filtra tra gli alberi. In Giappone questa immagine si chiama komorebi e ha anche un valore simbolico. Vuol dire: cogliere la luce anche nei periodi bui della vita. La parola è composta dai caratteri kanji per albero (木), splendore (漏れ) e sole (日) e indica il contrasto tra la luce solare e l’ombra e il modo in cui le due danzano. Komorebi, dunque, significa trovare dei punti di luce nel buio, quelle scintille luminose che brillano tra i rami degli alberi. È necessario fermarsi a guardare, alzare lo sguardo verso l’alto, prendere fiato, respirare con calma, stare nel presente, nel qui e ora, come insegna la filosofia buddista e ogni sentiero mistico. Wim Wenders nel suo ultimo film Perfect days ci porta in questa dimensione. 

La sceneggiatura è stata scritta con la collaborazione del giapponese Takuma Takasaki e il progetto cinematografico è stato finanziato da Koji Yanai, figlio del fondatore di Fast Retailing, dirigente dell’azienda di famiglia e appassionato di architettura pubblica. Per i Giochi Olimpici estivi di Tokyo 2020, Yanai aveva promosso un progetto di rinnovamento dei bagni pubblici della città: le Olimpiadi dovevano essere il momento in cui mostrare al mondo questa ennesima prova della maestria architettonica giapponese. Yanai, dunque, voleva raccontare a tutti i costi le sedici meraviglie realizzate per il Tokyo Toilet Project. Aveva l’idea di girare un film che raccontasse il significato e l’importanza dei bagni pubblici nella cultura giapponese. Takasaki e Yanai hanno infine scelto proprio Wenders per questo progetto.

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Quello che avrebbe dovuto essere un documentario sui bagni pubblici di Tokyo è diventato uno dei film più apprezzati e discussi dell’anno. Wim Wenders, come sempre, ci sorprende con la contaminazione di protocolli narrativi che vengono corrosi nei loro punti nodali. Il racconto cinematografico riesce a rappresentare la condizione esistenziale del protagonista con una drammatizzazione minimale e rallentata, difficilmente sostenibile per la nostra frenetica interiorizzazione dei ritmi soliti metropolitani. Narra così un modo di vivere nel presente, di essere nell’istante, nel qui e ora di ogni momento, dalla prima inquadratura ai titoli di coda. Ogni mutamento, ogni conflitto e ogni trasformazione vengono affrontati con un particolare atteggiamento costituito da una leggera sospensione del pensiero che toglie peso al dramma che si svolge sullo schermo. Il suo progetto estetico emerge in tutta la sua bellezza.

La vita del personaggio principale, Hirayana, è scandita da una routine inesorabile. Si sveglia, innaffia le piante, attraversa la città con il suo furgone ascoltando musica degli anni Settanta in musicassette, svolge il turno di lavoro mattutino, consuma la colazione in un parco pubblico, scatta fotografie agli alberi. Poi il turno di lavoro pomeridiano, il rientro a casa, la passeggiata in bicicletta, una bevuta nel bar del centro commerciale, la visita in libreria per un nuovo libro, la domenica il bucato in una lavanderia self-service. Nessuna famiglia, nessun amore, nessuna condivisione con gli amici del suo tempo. Eppure sembra in equilibrio con se stesso, in pace con il mondo, in una postura quasi atarassica, senza desiderio e senza sforzo, senza un dolore manifestato. Nessun sogno e nessuna ambizione.

Siamo costretti a rallentare il respiro e a godere della scansione tanto accurata di ogni gesto, a sostenere emotivamente la sua poetica imperturbabilità. Quasi una liturgia sommessa che indica la visione del mondo dell’uomo profondamente in connessione con il creato. Le nubi, il cielo azzurro, le venature delle foglie, tutto rientra in quella sostanziale contemplazione che caratterizza la cultura orientale. La nipote Niko entra in scena, ricordando un conflitto familiare passato ma il protagonista ha deciso di lasciarsi alle spalle ogni turbamento. Niente deve turbare la serena ciclicità delle giornate.

Wenders riesce nella sala buia di un cinema a trasportarci in una dimensione meditativa assoluta, oltrepassando la meccanica tradizionale della narrazione. Bisogna quindi superare la nostra dipendenza dalla drammatizzazione melodrammatica per apprezzare la poesia dell’istante, quella magica attenzione per ogni più piccolo gesto. Hirayama diventa portatore di una determinata postura rispetto al mondo: un perfetto equilibrio tra ascetismo e mondanità. Stare nel mondo dentro una metropoli tecnologicamente avanzata come Tokyo e riuscire ad avere la giusta distanza da ogni forma di conflitto, proteggendo la propria recuperata innocenza. Eppure questa pulizia interiore coincide concretamente con una forte etica del lavoro, testimoniata dalla perfetta professionalità con cui il personaggio affronta ogni sua mansione.

La conoscenza della cultura orientale e buddista aiuta a comprendere in pieno come ogni azione può essere vissuta quale parte integrale di un servizio sociale a cui ogni individuo sente di appartenere. L’etica del dono è profondamente connessa alla concezione sociale giapponese. Viene facile citare uno dei libri più famosi che ci ha fatto conoscere la cultura zen:

Il tiro con l’arco non mira in nessun caso a conseguire qualcosa d’esterno, con arco e freccia, ma d’interno e con se stesso. Arco e freccia sono per così dire solo un pretesto per qualcosa che potrebbe accadere anche senza di essi, solo la via verso una meta, non la meta stessa, solo supporti per il salto ultimo e decisivo.

Nel breve saggio Lo zen e il tiro con l’arco di Eugen Herrigel si racconta l’esperienza autobiografica dell’autore, un insegnante tedesco di filosofia che vuole comprendere l’essenza della filosofia orientale. Si dedica così all’apprendimento del tiro con l’arco, una disciplina che può far capire il senso della propria spiritualità, apprendendo un atteggiamento privo di tutto ciò che è esteriorità superflua, lontana dal nostro sé, per imparare a pensare senza pensare, ad agire senza agire, a volere senza volere. Lo sviluppo “spirituale” che lo zen insegna è quello che consente di accettare che le cose accadano, semplicemente perché accadono e non può essere diversamente.

Questo stato, in cui non si pensa, non ci si propone, non si persegue, non si desidera né si attende più nulla di definito, che non tende verso nessuna particolare direzione ma che per la sua forza indivisa sa di essere capace del possibile come dell’impossibile, questo stato interamente libero da intenzioni, dall’Io, il Maestro lo chiama propriamente «spirituale».

La cultura zen ha come obiettivo l’attenzione senza tensione, la presenza in ogni attimo senza desiderio di possesso e di potere, riuscendo a essere completamente presenti a se stessi, avendo la capacità di compiere qualsiasi azione in una dimensione spirituale. L’esperienza è ciò che insegna, le parole non possono fare altro che raccontare qualcosa che può e deve essere solo vissuta.

«La vera arte» esclamò allora il Maestro «è senza scopo, senza intenzione! Quanto più lei si ostinerà a voler imparare a far partire la freccia per colpire sicuramente il bersaglio, tanto meno le riuscirà l’una cosa, tanto più si allontanerà l’altra. Le è d’ostacolo una volontà troppo volitiva. Lei pensa che ciò che non fa non avvenga».

Chi conosce la cultura giapponese sa che anche oggi, in questo paese dove persiste una struttura post-capitalistica altamente tecnologizzata e il mercato detta la sua supremazia, la dimensione individuale e sociale si caratterizza ancora per questa intensa percezione della collettività a cui dedicare il proprio operato. Un senso di appartenenza condivisa che rende lontano l’individualismo occidentale di cui noi siamo ammalati.

Il noi è più forte dell’io. In Perfect days, questo contrasto così forte tra l’architettura perfetta e tecnologica che rimanda alle atmosfere industriali del terzo millennio e l’ascetica presenza del pulitore dei servizi pubblici diventa una emblematica allegoria che rende felicemente chiara questa dimensione esistenziale. Il più umile dei lavori viene vissuto con dignità e con orgoglio e ogni pausa viene gustata nel suo essere un attimo prezioso in cui rigenerarsi e contattare l’infinito. Komorebi diventa allora unità di misura di una partitura spirituale che unisce il cielo alla terra, come nel simbolo del cerchio, immagine classica della filosofia zen, dove lo yin e lo yan sono intrecciati, complementari e profondamente uniti.

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