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Pablo Neruda, la passione terrena e celestiale in versi

Deborah D'Addetta di Deborah D'Addetta
22 Settembre 2023
in Lapis
Tempo di lettura: 4 minuti
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Ricardo Eliécer Neftalí Reyes Basoalto, conosciuto con lo pseudonimo di Pablo Neruda, moriva il 23 settembre 1973, esattamente cinquant’anni fa. In questa occasione mi piace pensare a uno dei più grandi poeti di sempre racchiuso nelle pagine di Cento sonetti d’amore (Cien sonetos de amor) che io possiedo in un’edizione del 2010 di Passigli Poesia.

La raccolta è dedicata alla terza moglie di Neruda, Matilde Urrutia: lui cileno, lei messicana, lui poeta e politico, lei cantante lirica, si incontrarono per caso nel 1946 durante un concerto all’aperto nel parco forestale di Santiago del Cile e fu per entrambi un colpo di fulmine. Si rividero di nuovo dopo tre anni e l’esordio della loro relazione fu dapprima segreta, perché Neruda a quel tempo era ancora sposato con la sua prima moglie, Delia del Carril (fun fact, dall’appassionato epistolario tra Pablo e Matilde in quegli anni segreti è stato tratto il celebre film Il postino, diretto da Michael Radford con protagonista Massimo Troisi). Infine, nel 1966 si unirono civilmente in matrimonio. Dalla relazione con Matilde nasceranno due raccolte di poesie: I versi del Capitano, riassunto focoso e tormentato di un loro soggiorno di qualche mese a Capri nel ‘52, e Cento sonetti d’amore.

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La primissima edizione di quest’ultimo testo è del 1959 e, dopo una dedica appassionata in apertura, si presenta divisa in quattro parti: Mattino, composto dai primi trentadue sonetti, in cui l’amore viene descritto come dolce, romantico, con un focus sulla fase di corteggiamento e metafore e similitudini che prendono spunto dai frutti della terra. Neruda spera e prega di poter corteggiare Matilde per farla vivere con lui a Isla Negra, la sua casa affacciata sul mare nel Cile centrale. Con un linguaggio persuasivo, il laureato parla dell’amore per la sua casa, usando colori descrittivi come la schiuma del mare, l’arcobaleno arancione e benzina e gli azzurri celesti e sommersi nel tentativo di convincere Matilde ad andare a vivere con lui.

A seguire viene Mezzogiorno, composto da ventidue sonetti, che diventa man mano più passionale e focoso, tipicamente nerudiano; ci rendiamo conto che Matilde ha ceduto al sentimento, i due si amano reciprocamente e appassionatamente, il linguaggio diventa più sensuale, erotico.

Successivamente Sera, con venticinque poesie, dove comincia a insinuarsi una vena di malinconia e di timore per la morte e la separazione, per la rovina e la perdita. Infine, Notte, con i restanti sonetti, che sottolinea ancora di più il lato tenebroso di un amore così totalizzante, con forti accenti sul trapasso amoroso e fisico.

Neruda, tuttavia, ci mostra anche il lato della medaglia nascosto: allude al fatto che la coppia godrà dell’amore eterno anche dopo la morte. Il Sonetto LXXXV, ad esempio, parla dell’autunno e dei corpi notturni e di come la coppia si sarebbe unita in una notte infinita: Mi chino sul fuoco del tuo corpo notturno e non solo i tuoi seni amo, ma l’autunno che sparge per la nebbia il suo sangue ultramarino. Tanto intenso e profondo è l’amore che Neruda prova per Matilde che ogni aspetto della donna viene cantato, a partire dal suo nome – famosissimo il verso lasciami nel tuo nome navigare e dormire del Sonetto I – associando la sua figura agli aspetti più felici della natura.

Oppure viene celebrata la bellezza fisica della donna: se prendiamo in esempio i primi versi del Sonetto XII – Donna completa, mela carnale, luna calda, denso aroma d’alghe, fango e luce pestati, quale oscura chiarità s’apre tra le tue colonne? Quale antica notte tocca l’uomo con i suoi sensi? – o quelli del Sonetto XXVII – Nuda sei azzurra come la notte a Cuba, hai rampicanti e stelle nei tuoi capelli, nuda sei enorme e gialla come l’estate in una chiesa d’oro – possiamo comprendere i parallelismi tra corpo umano ed elementi naturali delle stagioni. Spesso il richiamo preferito è nei confronti delle stelle, della luna, degli astri in senso ampio.

Come quasi in tutta la produzione poetica nerudiana, passione e pulsione di morte camminano fianco a fianco, una passione però non legata solamente all’aspetto fisico, ma al corpo in quanto portatore di un’essenza. Amare qualcuno perché è bello, gentile, generoso o intelligente è un affronto all’amore. Sebbene queste caratteristiche possano suscitare un’attrazione iniziale, non sono sufficienti a ispirare il sentimento. Mentre l’attrazione può essere schiava del dizionario dell’amore (cos’è la “bellezza”? cos’è l’“intelligenza” o l’“ambizione”?), l’amore in Neruda è schiavo, piuttosto, della sua gestualità, è influenzato da quel sorriso che si fa quando lo si guarda a lungo o dal modo in cui una persona entra nella stanza o la donna amata si china per togliersi una scarpa, prende una penna e pensa un attimo prima di scrivere. È quel lampo di confusione sul viso quando si è sorpresi o la tensione che si accumula sulla fronte quando qualcuno cerca di soffocare la disperazione.

La poesia di Neruda ci insegna che non ci può essere orgoglio né complessità in amore perché essere innamorati significa essere completamente vulnerabili alla perdita. Se da un lato l’amore si aggiunge a tutto, dall’altro è una minaccia costante di perdere quel tutto e di dover ricostruire dalle rovine. È così semplice, straziantemente semplice eppure complicato amare ed essere amati; non amare né essere amati; amare e non essere amati; non amare ma essere amati.

Prec.

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