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Viaggi

Otto ore, undici fermate, uno spettacolo oltre il finestrino: cronaca di un viaggio in treno

Qualche giorno fa sono salita sul treno con una valigia pesante, una busta carica di dolci e una consapevolezza che già mi sfiniva: il viaggio sarebbe stato lungo, scomodo e noioso.

Dal finestrino ho guardato la mia città scorrere veloce e le cuffie alle orecchie non hanno fatto altro che incrementare la malinconia la quale, ogni volta, accompagna il tragitto.

La distanza tra Siracusa e Napoli sembra abissale. La Sicilia è così poco collegata al resto d’Italia che solo il pensiero di dover affrontare un viaggio così lungo fa paura. L’espressione sconcertata che vedo nei volti delle persone a cui dico che mi sposto in treno mi fa quasi sorridere.

È una tratta che dura ben otto ore, è vero. Ma, quando la percorri così di frequente, riesci a creare delle abitudini che sono soltanto tue.

Vedi il mare che cambia non appena superi lo stretto. La costa calabrese, che non ha nulla da invidiare per bellezza a quella siciliana, non ti fa respirare la stessa aria che percepivi poco prima di scendere dal traghetto. È un mare che ha cambiato vestito e adesso ti piace un po’ meno.

Spariscono quelle immense distese di alberi di arance e di limoni il cui profumo, a volte, diventava persino fastidioso. Senti il treno che va più veloce, perché in Sicilia la gente si sposta ancora a cavallo. Di quella lentezza, però, avverti subito la mancanza, perché è anche grazie a essa che puoi godere dello spettacolo al di là del finestrino.

Quando viaggi in aereo vedi tutto da una prospettiva più ampia: vedi le case farsi puntini minuscoli, le luci della città che svaniscono, le grandi distese verdi diventare piccoli cortili. Il tutto per qualche minuto, poi le nuvole prendono il posto del luogo che lasci e puoi tornare a guardare i dépliant.

Con il treno, invece, basta voltare lo sguardo per avere un televisore a schermo piatto pronto a riservarti il migliore degli scenari. Per non parlare di quel momento di passaggio durante il quale ti metti in fila al bar del traghetto – una fila quasi infinita – e aspetti di prendere il tuo arancino (o la tua arancina). Che sia l’andata o che sia il ritorno, fare quella tappa diventa un obbligo quasi morale. E, come sempre, la gusti sul ponte, con lo sguardo rivolto a ciò che lasci ma che non lascia mai te.

Le fermate che precedono la meta sono ben undici. Si tratta quasi sempre di un momento particolare: i tuoi compagni di viaggio cambiano, vedi volti nuovi, gente che sale e che scende dal treno continuamente. Ti soffermi a pensare a quella città, al sapore che avrebbe il caffè in un bar del centro, a una passeggiata per le strade di Taormina, di Lamezia o di Sapri. Vorresti scendere e scoprire come sarebbe, ma la tua destinazione è un’altra.

Una tratta altrettanto lunga è quella Napoli-Milano. Eppure non la si guarda con la stessa espressione sconcertata. Forse perché il viaggio può farsi più breve grazie a i treni ad alta velocità che – come ho già lasciato intendere – in Sicilia non esistono. Forse semplicemente perché l’idea di quella striscia di mare che separa l’isola dal resto d’Italia rende quella distanza ancora più grande. Eppure la traversata dello stretto di Messina dura poco più di venti minuti ed è la parte più bella dell’intero viaggio.

Spostarsi in treno non è sempre comodo quando si percorrono distanze così lunghe, ma è difficile rinunciare a certe sensazioni e alla dolcezza con cui, un viaggio così, ti permette di lasciare casa. Non è un distacco immediato, né ti copre gli occhi per limitare la nostalgia: il treno ti porta via, ma lo fa con delicatezza.

*foto di Damiano Macca©

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